Intervista doppia: Ceccon VS Noce

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Abbiamo incontrato i nostri professori di Lettere Classiche, Maurizio Ceccon e Marco Noce, per curiosare nelle loro vite umanistiche.

Cominciamo!

1- Nome e Cognome?

N: Marco Noce

C: Ceccon Maurizio, Ceccon nonché Maurizio

2- Titolo di studio?

N: Laurea e dottorato di ricerca, vi interessa anche quello?

C: Mah possibilmente una laurea visto che insegno, possibilmente una laurea in filologia classica

3- Età?

N: Cinquanta

C: Ancora 49, per qualche mese, ma ne ho ancora 49

4- Tre aggettivi per definire se stesso e tre per definire il suo collega

N: Eh… io: non ortodosso, verboso, pedante. Il collega: ortodosso, erudito, spiritoso

C: Me stesso: abitudinario, musicomane, amante della lettura. Il collega: piccolo, calvo e barbuto

5- Voto più basso preso a scuola?

N: Se ben ricordo credo di aver preso un 4 o 4 e mezzo

C: Credo di essere riuscito a prendere un 3, una volta

6- Più o meno è sempre stato il primo della classe, oppure…

N: No, mai stato il primo della classe

C: No affatto

7- Quando è nata in lei la passione per le lettere classiche?

N: Al liceo, ginnasio

C: Non c’è una data, negli anni del liceo l’interesse si è sempre di più radicato e approfondito

8- Quando le è venuta l’idea di fare il professore? Perché?

N: Io volevo vivere senza lavorare. Poi mi sono accorto che non potevo vivere senza lavorare. Finiti gli studi mi sono accorto che sarebbe stato difficile vivere non lavorando.

C: La scelta di insegnare è sempre stata sotterranea: è un’idea che cresce con te. D’altra parte io sono figlio di padre insegnante. Avrò avuto 18 anni e ricordo che andai da mio padre che stava nel suo solito studio che adesso è il mio e gli dissi che insegnare poteva interessarmi e mio padre smise di fare ciò che stava facendo e con molta pacatezza mi mise davanti a tutti gli ostacoli e le difficoltà che si incontrano facendo questo mestiere

9- Aveva sin da piccolo già delle idee ben chiare sul suo futuro?

N. No, volevo fare il veterinario

C: No, in terza elementare alla maestra che mi chiese cosa volevo fare da grande risposi che volevo fare il pompiere e da bambino ancor più piccolo volevo fare il camionista

10- Le piace fare il suo lavoro o si è pentito della scelta fatta?

N: No in realtà mi ero già pentito nel momento stesso in cui avevo deciso di farlo, no scherzo. Diciamo che sono un po’ stanco, pentito ancora no. Tornassi indietro probabilmente lo rifarei.

C: Amarezze ne ho avute e devo dire non sempre dagli studenti dopodiché se sono ancora qui…

11- In quali scuole ha insegnato e in quali si è trovato meglio?

N: Ho insegnato prima all’Istituto Sociale, che è la scuola dove ho fatto il liceo per sei anni. Un ginnasio tradizionale. Poi ho insegnato a Oulx, in un liceo tutto meno che tradizionale per altri cinque o sei anni. Poi sono stato in Bosnia tre anni, dove insegnavo italiano come lettore ai Bosniaci all’Università e ora sono qui dal 2001. In quale mi sono trovato meglio? Non sono paragonabili, sono quattro esperienze molto diverse.

C: Ho insegnato per 7 anni al liceo di Chieri e per 11 al Cavour; in quale mi sono trovato meglio? Non al Cavour.

12- Ha imparato qualcosa dal modo d’insegnare dei suoi professori? Il metodo utilizzato era differente?

N: Sì, io ho avuto un professore straordinario al ginnasio. Il metodo “Padre Boschi” è il metodo in assoluto migliore. Padre Boschi era un genio nel senso che non sapeva bene la grammatica, ma la sapeva spiegare straordinariamente bene non pretendeva molto, nel senso che non rimandava mai nessuno, se uno voleva recepire imparava da lui molto di più di quel che era necessario imparare, molto di più e questo era il suo metodo straordinario. Oggi sarebbe fallimentare, ma con me è stato utilissimo, lo considero uno dei professori più grandi che abbia mai avuto.

C: Si impara sempre vedendo gli altri, poi ci sono cose che si assimilano e cose da cui si prendono le distanze perché sei tu che ti innesti sull’esperienza di un altro.

13- Crede di essere visto dagli allievi per una persona che non è?

N: Sapete che non me ne frega tanto? Ma no, non lo so, non me lo sono mai chiesto. E rimando alla tua domanda, non voglio essere un modello, non mi piace l’idea di essere un modello e volendo non essere un modello non mi interessa sapere se mi vedono peggio o no.

C: Francamente non mi pongo il problema perché quando uno se lo pone ci va a cascar dentro. Quando entro in classe cerco sempre di non lavorare per me poi che ci riesca o non ci riesca questo dipende da trentamila variabili

14- Cosa vede nella società moderna, cosa invidia nel passato?

N: Cosa invidio del passato? Niente, io non ho invidia del passato. Neanche quando poi mi lamento. Sbagliano quelli che pensano che si stesse meglio quando si stava peggio. Non invidio niente. Mi piacerebbe ogni tanto fare un viaggio turistico nell’antichità per incontrare Cicerone e vedere come pronunciava il latino. Oppure vedere se Socrate aveva veramente la barba. Ma quelle sono domande che mi pongo dai tempi del liceo e su cui si scherzava. Mi piace vivere qui e ora, ognuno nel suo tempo.

C: Della società moderna mi preoccupa e mi spaventa a volte la fretta, la velocità con cui si bruciano cose ed esperienze, dopodiché resta pur sempre il mondo in cui bisogna vivere. Del passato non invidio niente perché ciò che del passato rimane oggi io lo posso recuperare e richiamare quando voglio. Ieri sera, tornato da qui, mi sono visto La clemenza di Tito di Mozart e sono state tre ore di godimento assoluto. Trovo pericoloso il gioco che spesso si fa e che spesso si propone: in quale epoca avresti voluto vivere. Le risposte sono sempre quelle di chi avrebbe voluto vivere nel passato con l’acqua corrente in casa.

15- Questa è l’ultima domanda: questo lavoro comporta dei sacrifici, non le pesano?

N: Sì, comporta il sacrificio della ripetizione, del vedere tutti che crescono e tu che resti lì. E quello è un sacrificio, non c’è evoluzione in questo tipo di mestiere. Secondo me c’è il vedere l’evolvere gli altri. Non c’è però modo migliore per imparare se non insegnando. L’altro sacrificio, come è noto, è che lo stipendio per questo lavoro è basso e la pensione sarà ancora più bassa.

C: Sacrifici ce ne sono sempre da fare. È il prezzo che paghi ; è sempre lo stesso discorso: sono ancora qui. Poi io ho fatto una scelta, o la metto in discussione e mi metto a far altro oppure resto qui e accetto i sacrifici.

Carolina Sprovieri e Domiziana Aimar (IIB)