L’empatia ha un’origine biologica

Questo articolo è stato letto 827 volte!

Quando osserviamo un nostro simile compiere una certa azione si attivano, nel nostro cervello, le stesse cellule che entrano in funzione quando siamo noi stessi a compiere quel gesto. I neuroni coinvolti in questo contesto sono i “neuroni-specchio”, oggetto di studio delle neuroscienze sin dagli anni ’90. Questi neuroni mettono in luce come la reciprocità che ci lega gli uni agli altri sia una condizione umana naturale, pre-verbale e pre-razionale. E’ come se il nostro cervello risuonasse assieme a quello della persona che stiamo osservando, in una sorta di comunicazione non linguistica tra cervelli. Questo meccanismo cerebrale alla base della capacità d’imitazione è fondamentale non solo per l’apprendimento tout court ma è addirittura alla base della soggettività umana. In altri termini se quel che fa un altro è simile a quel che faccio io allora io sono un suo simile, ed ecco che si avvia quel meraviglioso e tortuoso processo che il senso di identità innesca. Si puo’ allora considerare la socialità come una caratteristica intrinseca alla mente umana , che si attiva sine ratio. La consonanza che ci lega agli altri prende la forma delle azioni ma anche delle intenzioni e delle emozioni: infatti, quando osserviamo negli altri una manifestazione di dolore o di disgusto, si attiva in noi lo stesso substrato neuronale collegato alla percezione in prima persona della stessa emozione. Dunque le basi per l’empatia ,o capacità di “mettersi nei panni di un altro” ,è , dal punto di vista biologico presente in tutti gli individui. Sarà poi attraverso l’esperienza, l’educazione, il contesto in cui si vive, che un individuo svilupperà piu’ o meno la capacità empatica.Gardner, celebre psicologo statunitense, sostiene infatti che esista una vera e propria intelligenza interpersonale, una forma mentis relativa alla comprensione emotiva dell’altro e di noi stessi. Nella nostra società , considerata liquida per la mancanza di confini e punti di riferimento forti, la questione dell’educazione alla socialità e alle emozioni è considerata una vera e propria emergenza educativa. Le nuove generazioni non sono in grado di sperimentare e decodificare i propri vissuti in maniera autentica e di fronte ai propri simili non vede sé stesso ma un’altra isola. A causa dei tempi troppo veloci degli eventi che toccano la vita di ognuno , concedersi momenti di confronto emotivo è purtroppo un lusso. C’é da augurarsi che la ricerca progredisca ancora e fornisca sempre più strumenti utili a scardinare la preoccupante abitudine a non guardare l’altro negli occhi.

Mariasonia Esposito