Un sudario di luce copriva Hiroshima

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Mi svegliai in una calda mattina di agosto, esattamente il 5 agosto 1945. Accesi la macchina del caffè e misi i toast nel forno con una fettina di formaggio sopra. Mi sedetti al mio tavolino con una tovaglia di plastica con i fiori (regalo di mia madre), e iniziai a fare colazione. Verso la fine della seconda fetta de toast bussarono alla porta. Ma chi poteva essere a quest’ora? Aprì la porta e davanti a me c’era un sergente in servizio: il saluto mi venne automatico. Lo guardai dal basso verso l’alto e lo riconobbi subito, era Leslie Richard Groves.
-Soldato, dovrai presentarti alle ore 2.45 di stanotte all’aeroporto di New York nell’Hangar 79 per prestare servizio un’ultima volta aduna missione top secret direttamente da Washington D.C.. Ulteriori informazioni saranno fornite stanotte. Ora riposo soldato. Maledizione c’ho messo ben due ore fare da Chicago a New York in aereo.
-Ha ragione generale, è un’ingiustizia il mondo d’oggi
-Che fai soldato, sfotti?
-Nossignore, assolutamente no
-Okey, allora ti aspetto stanotte soldato e presentati in divisa e mi raccomando dormi ‘sto pomeriggio
-Sissignore, arrivederci signore
Una missione, era da tempo che non ne ricevevo più una, l’ultima ricordo bene era il bombardamento delle stazioni tedesche ad Amsterdam ma poi nessuno mi chiese più niente e così mi fecero tornare in America, comunque era meglio se ascoltavo il generale, così mi misi a dormire.
Mi presentai con mezz’ora d’anticipo, ero molto emozionato, chissà che missione mi avrebbero affidato. Anche la commissione e la squadra di volo erano emozionati, infatti c’erano molte persone importanti come il generale, un fisico italiano da cui mi pare che il nome fosse Enrico Fermi, c’era anche il fisico tedesco di cui avevo tanto sentito parlare: Albert Einstein. C’era anche il presidente Truman di cui io fui molto onorato di incontrare, dopo di che ci spiegarono che cosa avremmo dovuto fare: avrei dovuto volare su Hiroshima con la mia compagnia sul bombardiere B-29 e sganciare “Little Boy”. Mi chiesi come avremmo potuto distruggere qualcosa sganciando una sola bomba ma loro ci dissero che non era molto difficile e al nostro ritorno ci avrebbero dato una medaglia al valore: una medaglia, che bellezza, mia madre sarebbe stata veramente molto fiera di me. Così alle 3.15 del 6 agosto 1945 ci levammo in volo con il nostro aereo. Il viaggio non fu difficile, bensì mi ero preparato un tramezzino che mi mangiai alle cinque del mattino. Alle 8.12 entrammo in suolo nipponico e dovemmo così prolungare il tragitto evitando Flak vari. Alle 7.41 il copilota Parson avvertì che la rotta su Hiroshima era stata ristabilita: mancavano solo 34 minuti all’ora A (atomica). Improvvisamente capì, non dovevo mirare a qualcosa di preciso ma quella che avevo a bordo era un’arma nucleare, e io ne avevo sentito parlare. Il generale ci avvertì con un messaggio:
-Portate a termine la missione o verrà preso come tradimento alla patria e punito con al fucilazione
Così allineai il mirino del Boeing con il ponte a T di Hiroshima. Alle 8.15.12 secondi era scattata l’ora A. Alle 8.15.16 secondi l’hangar si era aperto e un secondo dopo “Little Boy” scivolò via senza rumore. Alle 8.15.25 secondi si aprì il paracadute del “ragazzino atomico” e io virai in poco tempo e premetti l’acceleratore del mio Boeing lasciandomi alle spalle la città nipponica. Alle 8.15.35 secondi mandai il segnale che diceva “missione compiuta”. Dissi ciò con una voce del tutto gelata e chiusi gli occhi. Alle 8.15.56 secondi la bomba esplose in un silenzio assordante. Alle 8.15.57 secondi Hiroshima non esisteva più. Tornai a Los Alamos alle 14.37 e venti minuti dopo mi consegnarono la medaglia e il presidente Truman mi disse:-Bravo ragazzo mio, hai fatto la cosa giusta.- Arrivato a casa presi la medaglia che avevo ricevuto e la buttai via e nella mia mente mi balzò una domanda retorica: ” Meglio la mia morte o quella di 250.000 persone?”. Sicuramente la mia morte era molto meglio. Così da quel maledetto 6 agosto 1945 io ero certo che se anche avevo preso una medaglia al valore, mia madre non sarebbe stata più fiera di me.

Massimo Gavioso (1E)