La paura

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“Potremmo anche pensarla diversamente.
Potremmo anche convincerci che non sia così.
Potremmo anche tentare di farlo, almeno.
Potremmo anche impuntarci.
Potremmo anche rifiutarlo.
Potremmo anche battere i piedi in terra e strapparci i capelli.
Potremmo anche negarlo, piangendo e urlando alla menzogna.
Potremmo anche …
potremmo …
questo però non cambierà le cose, lo sappiamo tutti, vero? Potremmo anche tentare una rivoluzione, ma finirebbe ancor prima di cominciare.”
“Ma di cosa starà mai parlando questo tizio che ciancia di urla e rivoluzioni? Sarà matto? Sarà un visionario? Potremmo anche andarcene e lasciarlo qui a blaterare per conto suo.” “Ma no, che fate! Vi prego, siate cortesi ed attendete ch’io finisca la mia orazione, e prometto che spiegherò tutto quanto prima! Ora, come stavo prima dicendo, questa rivoluzione finirebbe ancor prima di cominciare.” “Ma quale rivoluzione? A cosa mai dovremmo ribellarci? Parla e sbrigati, ché stiamo perdendo sin troppo tempo!” “Eh, un attimo, per la miseria! Certo che se continuate ad interrompermi sempre allo stesso punto, Lapidecome potrò mai andare avanti? Allora, stavamo parlando della rivoluzione e la vostra quanto mai villana interruzione capita proprio a fagiolo. Ora ditemi, scortese signore del pubblico, cos’è che governa la sua ineducatissima vita?” ” Beh, il governo, suppongo. Ma cosa siete voi, siete forse un anarchico?” “Chi, io? No, mai avrei la voglia di mettermi a lottare contro lo Stato. Ma comunque la vostra risposta è inesatta. È la paura a governare la vostra vita.”

“Ma non dica scemenze!” “E invece è così. Io, lei, antipatico signore, il suo vicini, quello seduto nella fila dietro, che autorizzo a tirarle uno scappellotto qualora lei abbia l’ardire di interrompermi nuovamente, l’intero auditorium, l’intero mondo! Io voi, tutti noi siamo governati dalla paura!” “Se ne vada, lei è un buffone! Ahia! Ma è pazzo? Come accidenti si permette?”
“Faccio i complimenti al signore dietro di lei per il tempismo, e le assicuro che non sono un buffone. Ora la prego, rifletta. Di cosa lei ha più paura? E non sto parlando della paura che sua moglie potrebbe avere degli scarafaggi, o quella che potrebbe avere lei di sua moglie. Io parlo di quelle paure che abitano i più reconditi anfratti della nostra coscienza, che di norma non percepiamo, ma che ci mordono il cuore solo quando ci pensiamo, e che per il resto del tempo tirano i fili e, come burattinai, guidano le nostre azioni. Io parlo di quelle che possiamo definire come “grandi paure”. Prego risponda.” “Beh, non saprei … ” “Avanti, ci rifletta!” “Ma non ne ho idea, accidenti a lei! Su, ce lo dica quali sono queste paure!” “Come desidera. Al giorno d’oggi tutti, e dico tutti, vogliono fare grandi cose: essere grandi dirigenti, artisti o divi del cinema; vogliono fare qualcosa ed essere qualcuno d’importante; vogliono essere ricchi ed amati e felici; vogliono vivere ed invecchiare tranquilli. Vogliono che la storia ricordi il loro nome, o se non la storia i loro cari almeno. Vogliono lasciare un’impronta.” ” Mi scusi, ma questo cosa centra? E lei dietro stia fermo! E poi non ha risposto alla domanda.” “È sicuro di volerlo sapere?” “Si.” “Non glielo dico. O meglio, glielo dirò alla fine se sarà stato buono e gentile ed avrà risposto alle mie domande. Le sta bene?” “Proverò ad adattarmi.” “Che bella cosa è la rassegnazione. Dunque, cominciamo. Ora voglio che lei si senta libero di parlare come se fossimo solo io e lei dentro l’auditorium, e voglio che mi dica cosa davvero la spaventa della vita.” “Se lo sogni.” “Vuole sapere quello che ho omesso prima?” “Si.” “E allora si impegni, qui nessuno ha intenzione di mangiarla, anche perché a vederla dà l’idea di essere stopposo.” “Accidenti a lei e accidenti anche a me! Va bene, lo farò. Vuole sapere cosa mi spaventa davvero? Sa, quando guardo negli occhi degli altri mi sento sempre come sotto processo: vedo tanti giudici, che battono con uno scroscio tanti martelletti su tanti banchi e gridano un coro di “A morte!”. E allora sa cosa vorrei fare? Vorrei scappare, o poter nascondere la testa come uno struzzo. Ho paura di invecchiare, di deludere, di ferire ed essere ferito, ho paura del buio che avvolgerà me ed il mio ricordo una volta che sarò morto, ho paura di non essere e di non fare abbastanza. Mai. È contento adesso?” “Abbastanza. È stato poi così difficile?” “Più di quanto lei possa immaginare.” “Così è la vita. Ora, le sembra che qualcuno stia ridendo di lei?” “Dire di no.” “E allora cosa aveva da temere?” “Me la dà questa benedetta risposta o no?” “Come lei avrà notato, molte delle paure che lei ha espresso rispecchiano ciò che ho detto prima. Uno dei motivi è che la società ci spinge verso ideali che non ci rispecchiano, che sono come scarpe della misura sbagliata che ci piagano i piedi quando camminiamo. Non è d’accordo lei?” “Effettivamente ha ragione. Ma l’altro motivo qual è?” “L’altro motivo è che siamo cibo per i vermi, e dopo che saremo morti, quando la nostra carne sarà polvere e resteranno solo bianche ossa a far da dimora per gli insetti e quelli che si ricordavano di noi saranno morti anche loro, allora noi saremo spariti del tutto, ed il tormento di avere i piedi piagati per tutta la vita, per cercare di lasciare una traccia con l’erronea convinzione che così non saremo morti del tutto, sarà stato inutile. La morte è inevitabile, buia e fredda, e può anche fare male. Ma non è per questo che abbiamo paura della morte, sa? Mi dica, lei sa perché abbiamo paura della morte?” “No, perché?” “Noi, caro signore, abbiamo paura della morte perché ogni creatura su questa terra quando muore è sola. E sa cosa ci possiamo fare noi? Nulla. È inevitabile.”

Davide Costa (III H)