L’amore di una volta

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“L’amore è una passione naturale che procede per visione e per incessante pensiero di persona d’altro sesso, per cui si desidera soprattutto godere l’amplesso dell’altro, e nell’amplesso realizzare concordemente tutti i precetti dell’amore.”(De Amore, Andrea Cappellano).

Durante le lezioni di italiano mi hanno colpito molto la concezione di amore e desiderio medievali perché mi hanno portato ad un confronto con la concezione di amore del nostro tempo che è molto differente.

Al giorno d’oggi l’amore non ha più lo stesso valore di allora e soprattutto non ha più quel “potere” di rendere “nobili” le persone. L’amore era, appunto, detto cortese perché i principi fondamentali erano la cortesia, la gentilezza e la completa devozione del cavaliere alla propria dama: una visione dell’amore che personalmente ritengo affascinante.

Un cavaliere senza amore non era completo, anzi, non era considerato tale fin quando non si innamorava.

Sorge spontaneo il paragone con il mondo di oggi, nel quale questi valori sono andati persi. Adesso una persona non innamorata è una persona assolutamente normale e rispettabile, la gentilezza non è più così importante e l’amore ha lasciato il posto alla fama, il successo e i soldi.

Nel testo di Cappellano, scritto nel XII secolo, viene data una definizione chiara dell’amore come era inteso in quel periodo.

L’amor cortese, infatti, era considerato naturale, una necessità dell’uomo. Ci si innamorava, secondo quanto dice l’autore, prima attraverso gli occhi, vedendo una persona di sesso opposto e questo successivamente portava ad avere tale persona come unico e costante pensiero, della quale si desidera l’abbraccio, il contatto fisico.

Una cosa interessante a mio parere era il trascorrere una notte insieme nudi senza possedersi: “Come vorrei una sera tenere il mio cavaliere, nudo, tra le braccia, ch’egli si riterrebbe felice se solo gli facessi da guanciale. […] potessi giacere al vostro fianco una sera.”(Sono stata in grande angoscia, Contessa di Dia).

Adesso nell’amore si dà per scontato la sua fisicità, mentre in quel tempo l’atto amoroso era la conclusione dell’amore, in quanto questo sentimento era fondamentalmente un percorso interiore, che trasformava spiritualmente la persona innamorata, prima dell’amore fisico. Inoltre era una cosa completamente personale e riservata. Infatti i “precetti dell’amore” di cui parla Cappellano si riferiscono al fatto che l’amore fosse reciproco e nascosto allo sguardo del geloso e dei pettegoli che erano sempre pronti ad infamare l’innamorato, cercando di dividere i due. Per questo nei canti il nome dell’amata non veniva mai pronunciato. Al posto veniva messo un “senhal”, un tipo di soprannome, per proteggere l’identità della dama: “Io infatti non bado al latino ostile / di quanti cercano di separarmi dal mio Buon Vicino.”(Per la dolcezza della nuova stagione, Guglielmo IX d’Aquitania).

I pettegolezzi spesso portavano alla luce il rapporto davanti al rispettivo marito o moglie dei due amanti.

Infatti tra i precetti dell’amore c’era anche il fatto che l’unico modo d’amare fosse l’adulterio, perché l’amore è desiderio e, possedendo già una persona in matrimonio, non è necessario desiderarla, non si è gelosi e quindi non la si può amare. Inoltre i coniugi sono tenuti ad obbedirsi a vicenda in quanto sposati e non ci può essere amore in una costrizione.

“Gli amanti si scambiano gratis ogni piacere senza nessun tipo di costrizione, mentre i coniugi sono per legge tenuti ad obbedire l’uno alla volontà dell’altro senza potersi rifiutare […]. Non può esserci tra loro vera gelosia senza la quale non c’è vero amore” (De amore, Andrea Cappellano).

Il fatto che l’amore vero fosse adultero portava spesso ad avere una grande distanza tra gli amanti, che quindi non potevano amarsi, ma, come scrive Jaufré Rudel: “Dice il vero chi ghiotto mi chiama / e bramoso di amore di lontano: / niun’altra gioia tanto mi piace come gioire d’amore di lontano.”(Quando son lunghe le giornate a maggio, Jaufré Rudel).

Era una gran sofferenza essere distanti, ma valeva più di ogni altra cosa ed era comunque una gioia indescrivibile provare un sentimento tanto nobile, seppur insoddisfatto.

L’amore, nei romanzi cortesi, viene paragonato alla natura, in particolare è sempre rappresentato dalla primavera.

Nello stesso testo di Jaufré Rudel si dice che fuori ci sia la primavera e che nel cuore dell’autore ci sia l’inverno perché non può stare vicino alla sua dama: “Quando son lunghe le giornate, a maggio, / mi piace dolce canto d’uccelli di lontano, / e quando me ne sono dipartito / mi rimembro un amore di lontano. / Vado crucciato in cuore ed avvilito, / sì che canto né fior di biancospino m’aggrada più dell’inverno gelato.”(Quando son lunghe le giornate a maggio, Jaufré Rudel).

“Tanto suo pregio è verace e perfetto / che laggiù, nel reame dei Saraceni, / io bramerei, per lei, esser schiavo”(Quando son lunghe le giornate a maggio, Jaufré Rudel): le dame erano spesso paragonate ai signori dei quali i loro amanti erano vassalli.

L’uomo è timido, in soggezione davanti alla donna. Il termine “Madonna”, appunto, deriva da “Midons”, cioè “mio signore”.

“…quando ponemmo fine alla nostra guerra con un patto, / e lei mi offrì un dono così grande: / il suo amore fedele e il suo anello. / Ancora mi lasci Dio vivere tanto / che io possa mettere le mie mani sotto il suo mantello / […] alcuni si vanno vantando dell’amore, / e noi ne abbiamo il pezzo e il coltello.”(Per la dolcezza della nuova stagione, Guglielmo IX d’Aquitania).

Il pezzo e il coltello richiamano il rituale dell’investitura e ciò significa che avevano tutto ciò che serviva per amarsi. In questo rituale veniva dato un anello dal signore al vassallo e quest’ultimo offriva le mani che venivano coperte dal mantello del primo in segno di protezione. Questi simboli, usati per descrivere il rapporto con la dama, rappresentavano l’esclusività di quel legame, la fedeltà e la devozione del cavaliere.

Spesso nei poemi cavallereschi venivano narrate storie inverosimili: dello stesso Rudel si dice che si fosse innamorato della contessa di Tripoli senza neanche averla mai incontrata; in “Tristano e Isotta” il cavaliere compie azioni impossibili se ragioniamo razionalmente, perché i poemi cavallereschi erano un genere di confine tra reale e immaginazione.

Inoltre alcune volte l’amore veniva personificato, come succede in “Lancillotto”, dove Amore  conforta il protagonista aiutandolo a superare affanni e dolori: “In Lancillotto la forza e il coraggio si accrescono: gli porta grande aiuto Amore”(Lancillotto, Chrétien de Troyes).

“Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende, prese costui de la bella persona che mi fu tolta: e ‘l modo ancor m’offende. Amor, ch’a nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacer sì forte, che, come vedi, ancor non m’abbandona. Amor condusse noi ad una morte.”(La Divina Commedia, Inferno, Canto V, Dante).

In questo tratto del canto V non c’è solo la personificazione dell’amore, ma torna anche il precetto dell’amore ricambiato e adultero.

Secondo me Amore prende il ruolo di una persona forse per mettere in risalto l’importanza di questo sentimento che ci sconvolge interiormente, che ci cambia la vita e il modo di vedere il mondo, oltre a incoraggiarci e a darci la forza per affrontare le difficoltà. 

 

Francesca Graneri (3F)