Faccia a faccia con Roberto Capra

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L'incontro con Roberto Capra

L'incontro con Roberto Capra

Terminato l’incontro con Roberto Capra in Aula Meeting, gli chiedo di concedermi ancora qualche minuto di intervista faccia a faccia. Ci sediamo molto informalmente sui gradini dello scalone juvariano. Mi appunto sul taccuino il giorno: 2/2/10. Ora che lo vedo da vicino mi accorgo che assomiglia molto di più alla fotografia posta all’interno del libro rispetto a prima quando lo vedevo dal fondo dell’aula. Occhi chiari incorniciati da una montatura quasi trasparente che gli conferisce un’aria molto professionale, viso abbronzato, taglio curato, giovane nel complesso. Parto subito a fargli le prime domande, giusto per rompere il ghiaccio: “ Quando ha cominciato la sua attività di scrittore? Cosa l’ha spinta a farlo?”   

Sorridendo mi risponde: “ Mmmhhh, da sempre volevo scrivere, è una passione che ho fin da ragazzo, ma che purtroppo ho dovuto mettere da parte: fare l’avvocato infatti assorbe tutte le mie energie e poi con la nascita dei miei due figli la scrittura è passata in secondo piano. “

Come le è venuta l’ispirazione per un legal thriller?”

“L’idea della trama del libro l’ho sempre avuta chiara; ho cominciato a buttare giù qualcosa in un periodo di tempo però eccessivamente dilatato: 3 o 4 anni prima di concludere il romanzo.

E quando trovava il tempo per scrivere?”

“Scrivevo durante le varie veglie di notte o in spazi di tempo ritagliati dallo studio dei processi. Ammetto che però la lunghezza del periodo di stesura mi ha creato non pochi problemi, anzi: in 3 o 4 anni l’individuo matura, sia nello stile che nell’esposizione degli eventi e nella rilettura si nota il cambio di stile.

Scrivere cosa rappresentava per Lei?”

“Ho cominciato a scrivere per il bisogno di esprimere i miei pensieri liberamente, senza essere giudicato troppo giovane per il mio lavoro, con troppa poca esperienza alle spalle… quindi dato che non mi facevano parlare io ho cominciato a scrivere!

Dunque scriveva per se stesso, ma poi il libro è giunto in altre mani?”

“Quando l’ho terminato l’ho mandato al Premio letterario della città di Chieri, che mi ha premiato offrendomi una somma di denaro -che però ho rifiutato- e la pubblicazione del romanzo. Da lì è nata la pubblicazione…”

Incalzo: “ All’interno del suo libro si può cogliere una certa ostilità nei confronti dei processi mediatici. Possono secondo Lei questi ultimi influenzare la decisione di un giudice?”

“ Senza dubbio! Uso e consuetudine della società moderna, ma anche antica è quella di rendere mediatico ogni evento che possa far salire l’audience, che possa riempire le pagine di giornali di indiscrezioni e gossip sui personaggi famosi che arrivano alla cronaca per qualche fatto di vita privata o per qualche errore commesso nella vita.

Non ci si ferma più di fronte a nulla, e ciò che ultimamente fa letteralmente impazzire gli spettatori sono i processi. Non solo quelli di cronaca giudiziaria ovviamente, ma soprattutto quelli mediatici. Nel libro, il processo mediatico ha influito molto sul verdetto finale dei giudici!”

La precisione e la sollecitudine con cui risponde alle mie domande rende l’intervista molto facile e piacevole. A questo punto gli domando:“ Nel suo libro lei afferma che ci sono cinque tipi di avvocato: il primo genere è quello che vuole risolvere subito il problema del guadagno mensile e sapere che anche quel weekend potrà andare a sciare o in barca a vela; il secondo genere è di quelli che pensano soltanto alla fama, al piacere di essere riconosciuti qualche volta per strada e che impazziscono all’idea che quel collega che incontreranno in aula il giorno dopo avrà appena letto del suo caso; il terzo genere è di quegli avvocati che trovano interessante un caso quando quel determinato cliente potrà portare un filone di clientela. Per pochissimi, invece dice, un caso è interessante quando possono fare del bene a qualcuno e infine per pochi è interessante quando il caso è difficile. Lei in quale di queste categorie si identifica?”

Un guizzo di orgoglio fa capolino nei suoi occhi: “Come ho scritto ci sono appunto diversi tipi di avocato, o meglio la scala dei valori per determinare l’interesse di una vicenda non è uguale per tutti. Quella dell’avvocato è una professione interessante: vieni interpellato quando ci sono situazioni di necessità e di difficoltà. Onestamente credo di identificarmi con la categoria di quelli che scelgono un caso per la difficoltà, ma non solo.”

Decido di riaffrontare il lungo discorso dibattuto poco prima durante l’incontro in Aula Meeting… Gli lancio uno sguardo di sfida per prepararlo alla prossima domanda: “ Le è mai capitato di dover difendere un cliente accusato di abusi su minorenni? Avendo lei due figli, si comporterebbe come l’avvocato Fornari (protagonista del suo romanzo) o si metterebbe nei panni dei genitori della vittima?” Mi sfugge un sorriso malizioso e resto in attesa di come risponderà questa volta! Purtroppo però vengo messa all’angolo dalla sua replica: “ Ecco, mi aspettavo questa domanda e mi sono preparato su questo punto! Vedi, il preambolo del Consiglio Nazionale Forense recita:-L’avvocato esercita la propria attività in piena libertà, autonomia ed indipendenza, per tutelare i diritti e gli interessi della persona, assicurando la conoscenza delle leggi e contribuendo in tal modo all’attuazione dell’ordinamento per i fini della giustizia.

Nell’esercizio della sua funzione, l’avvocato vigila sulla conformità delle leggi ai principi della Costituzione, nel rispetto della Convenzione per la salvaguardia dei diritti umani e dell’Ordinamento comunitario; garantisce il diritto alla libertà e sicurezza e l’inviolabilità della difesa; assicura la regolarità del giudizio e del contraddittorio. Le norme deontologiche sono essenziali per la realizzazione e la tutela di questi valori.- Quando indosso la toga non sono più il cittadino, il padre, il marito Roberto Capra, divento l’avvocato Roberto Capra; quando si diventa avvocati bisogna fare una sorta di giuramento sul codice deontologico forense, un po’ come il giuramento di Ippocrate per i medici, e una delle regole di questo codice è quello di assicurare, appunto, l’inviolabilità della difesa. Secondo il codice un avvocato può abbandonare il suo cliente solo nel caso si manifestino delle divergenze tra due, in caso contrario invece, chiunque: un omicida, uno stupratore, un ladro che sia ha il diritto ad avere una difesa.”

Touché. Del resto potevo mica pensare di mettere in difficoltà un avvocato!!

Nel libro, De Angeli, l’accusato di stupro, viene condannato a 6 anni di carcere secondo l’articolo 609 bis del codice penale (da cui deriva anche il titolo del libro) che tratta appunto del delitto di stupro.

Sei anni secondo lei è la pena giusta per un crimine del genere? Perché lo stupratore può rovinare la vita di una persona e passarla liscia con una condanna a soli 6 anni?”

Mi guarda e si prepara ad affrontare un lungo discorso, respira profondamente: “ Tu immaginati di stare 6 anni in una cella, svegliarti in cella, mangiare in cella, stare in cella, dormire in una cella, addormentarti in cella. Giornate vuote. In carcere ti vengono negate ogni forma di comodità, di intimità: tutto questo “imbarbariscono il detenuto”. Pensa già solo al fatto di non poter avere una vita sessuale ordinaria per 6 anni… Non ti sembrano una eternità? Io poi personalmente credo nel recupero dell’individuo, non credi che sia giusto dare l’opportunità a uno che sbaglia di potersi redimere? Di poter espiar le sue colpe. Quando si è in galera perdi ogni forma di umanità. “ Soggiornare” anche per un breve periodo in galera ti segna per tutta la vita: il detenuto avrà sempre la vita confinata: la comunità non lo accetterà più, non gli concederà più una seconda chance! Un detenuto è segnato per tutta la vita.”

Mi concedo un minuto di riflessione…. ha ragione…. non ci avevo mai riflettuto…. sento che prosegue : “ Tanto varrebbe reintrodurre in Italia la pena di morte, la pena di “occhio per occhio, dente per dente!”

Cerco di riprendermi dalla riflessione e mi dirigo verso domande meno impegnative sia per lui che per me… ( cioè… più per me che per lui..)

Preferisce scrivere a penna o usare il computer?”

Accoglie la mia domanda con sollievo, credo che l’abbia apprezzata: “ Solitamente preferisco scrivere al computer, ormai ci sono abituato, quando mi metto davanti alla tastiera ritrovo la serenità e la concentrazione perduta. Nonostante questo certe volte mi sono ritrovato a fissare su tovaglioli o scontrini quando mi veniva qualche idea.”

Ci sarà una continuazione di 609 bis?”

“ No, assolutamente”

Mi stupisco!! Impossibile!

Come no!?!?” quasi gli urlo strabuzzando gli occhi “ Ma l’avvocato Fornari … “pensava al lavoro che gli sarebbe toccato per cercare di capovolgere la sentenza”!!

Alzo lo sguardo per recepire le sue reazioni ma mi accorgo che in pochi secondi in un solo movimento disinvolto si era alzato e ora era già sceso per una rampa e mi salutava agitando la mano…

Gli grido: “ Ma lui pensava al suo lavoro!!”

Si volta e sorridendo mi dice : “ Infatti! Gli avvocati devono pensare al proprio lavoro!”

 

Bianca Viano (3B)