Poeti e paesaggio natio

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Il Convitto “ha una scontrosa grazia. Se piace è […] come un amore con gelosia.” (Trieste, Umberto Saba). È un “odi et amo” senza mezzi termini. Si ama e si odia nello stesso momento. Un amore con gelosia è un po’ così.
Se si vive qui, al piano ammezzato, la scuola diventa una casa, o per lo meno qualcosa di simile. Forse anche per questo motivo è sempre più difficile (per convittori e convittrici nello specifico ma a livello internazionale per la globalizzazione) avere una concezione chiara di luogo natio; più case si hanno, più sono le possibilità di scelta. Come si decide qual è “casa mia”?
Sicuramente al giorno d’oggi esistono i cittadini del mondo, che si sentono a proprio agio dal Madagascar alla Siberia, ma i fortunati non sono molti. Per tutti gli altri non basta una foto coronata dall’hashtag “#homesweethome” per dimostrare di sentirsi nel proprio luogo d’origine.
Casa è dove ci è stato donato il primo respiro, il tappeto su cui abbiamo fatto i primi passi e il primo gioco, l’erba umida che ha attutito le cadute dei primi tiri al pallone con papà. Per parlarne c’è bisogno di emozione.
È stata proprio questa emozione a ispirare diversi poeti italiani del Novecento, che da poco sperimentavano uno stato vero e unito (teoricamente), nella rappresentazione del loro paesaggio natio, a volte un piccolo paesino del grande stivale.
È il caso di Giosuè Carducci, che si rivolge a casa dicendo “Dolce paese […] pur ti riveggo, e il cuor mi balza in tanto”. Il batticuore è presto curato da “le tue collina / con le nebbie sfumanti e il verde piano / ridente ne le piogge mattutine.”, una descrizione degna di uno scienziato che ha mangiato fette biscottate e sentimentalismo a colazione.
Sulla stessa linea d’onda si incontra Camillo Sbarbaro, che porta la Liguria come un “marchio d’amore nella carne” e non si riferisce a un tatuaggio pacchiano ma a un segno indelebile sull’anima. La sua regione è tanto evocativa che le parole non sono in grado di descriverla e, al loro posto, si fanno spazio le immagini del “grido del gabbiano nella schiuma”, della “collera del mare sugli scogli” e del sole che, di prima mattina, brucia appena la pelle del viso.
Con un salto verso i raggi che scaldano la Grecia, appaiono quattro versi di Foscolo che fanno crollare le più poetiche citazioni di Tumblr: “Ne più mai toccherò le sacre sponde, / ove il mio corpo fanciulletto giacque, / Zacinto mia, che te specchi nell’onde / del greco mar da cui vergine nacque / Venere”. La malinconia e l’amore per il luogo natio elevano l’isola paradisiaca di Zacinto a madre di una divinità tanto pura e bella. Una trasformazione simile risulta più difficile se si parla di Orbassano, che non è (ancora) stato riconosciuto come genitore di Giove.
Nel caso di Foscolo la casa non corrisponde al luogo d’origine e questo fenomeno è sempre più diffuso. Nonostante le difficoltà, è importante, appagante e ispirante riuscire a trovare un luogo, dalla periferia di una città all’ultimo piano di un grattacielo o da una spiaggia a un igloo, in cui sentirsi veramente a casa. Non è necessaria l’aspirazione a diventare poeti, solo quella a respirare “un’aria strana, un’aria tormentosa, un’aria natia.” (Trieste, Umberto Saba).

Maddalena Tibone (5E)