Questione di clichè

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Dall’11 al 21 maggio si è svolta, a Torino, la terza edizione del Fringe Festival, un evento dedicato alle arti performative presentato in dieci spazi diversi della nostra città.
Personalmente ho avuto modo di venire a stretto contatto con il festival, dedicandomi alla gestione tecnica dello spettacolo “Cliché, ci spogliamo per voi”, al Circolo De Amicis. Qui ho conosciuto il direttore e le attrici, artisti incredibili che mi hanno permesso di scoprire il fantastico mondo del teatro.
Loro sono Alessandro Federico, Valentina Virando, Elisa Galvagno, Francesca Bracchino ed Elisa Marinoni. Oggi hanno deciso di dedicare un momento a rispondere ad alcune domande riguardanti il loro spettacolo, ma anche il meraviglioso mondo dell’arte. Eccoli solo per voi!

Di cosa parla il vostro spettacolo?
A.F – L’idea parte da voler dire la verità, di far cadere le maschere di un teatro finzione. Volevo che ognuno di noi, scrittore e attrici, raccontasse almeno un pezzo di verità. Ma quanto é difficile uscire dai cliché ormai? Quanto lo é essere originali? Ed ecco la metafora dello spogliarsi come spogliarelliste… per regalare qualcosa di intimo e nascosto, per buttare il cuore oltre l’ostacolo..cliché!
V.V – Cliché è uno spettacolo irriverente, metateatrale. È la storia di tre donne, di tre spogliarelliste che sono costrette – chi per soldi chi per un incontro con l’uomo sbagliato – a spogliarsi per vivere. In realtà si scoprirà che sono tre attrici costrette a fare uno spettacolo un po’ osé per attirare più pubblico possibile… In questo senso si parla di metateatro. Il gioco delle attrici si rivelerà in tutta la sua verità e crudezza. Le maschere cadono, ma è pur sempre vero che ormai noi attori siamo obbligati a fare di tutto pur di lavorare. Si ride, ci si prende in giro, ma ci si spoglia davvero dei nostri cliché!

Con che aggettivo descrivereste “Cliché, ci spogliamo per voi”?
F.B – Irriverente e auto-ironico.
E.M – Direi dirompente.

Qual è stata la sensazione più bella provata su quel palco?
F.B – La sensazione più bella provata durante lo spettacolo è stata un senso di libertà, sia nel poter dire delle verità anche scomode divertendoci e facendo divertire, sia la libertà di ballare pur non essendo ballerine, di metterci in costumi provocanti pur non essendo modelle, libertà di fare uno sberleffo e subito dopo commuovere lo spettatore.
E.G – Aver sentito il pubblico coinvolto e partecipe, averlo sentito ridere, ma anche commentare l’amarezza della situazione. Di conseguenza la sensazione del nostro lavoro di squadra riuscito.

Qual è la situazione più difficoltosa riscontrata al momento di dover imparare un intero spettacolo in soli due giorni?
E.M – In questo caso memorizzare fisicamente tutto ciò che andava fatto durante lo spettacolo. Parlando in generale, invece, cercare di entrare a far parte di un gruppo consolidato. Ma nel caso di “cliché” mi hanno accolta come se fossi la cugina che abita lontano e che per una settimana viene ospitata a casa. Mi hanno fatto sentire in famiglia ed è stato bello, divertente, importante.

A chi consigliereste la visione di Cliché?
V.V – Consiglierei la visione dello spettacolo a tutti. Ci si rende conto della condizione dell’attore al giorno d’oggi, ma anche dell’essere umano costretto a inventarsi qualunque cosa pur di lavorare.
E.G – Cliché è uno spettacolo per tutti, è vero che nello specifico racconta una storia di attori, ma i personaggi sono lo specchio della società in cui sono inseriti.

Riassumete in poche parole la vostra carriera nel mondo dello spettacolo.
V.V – Io ho iniziato giovanissima a fare teatro. A 18 anni sono entrata alla scuola del Teatro Stabile di Torino, poi ho lavorato tanto in teatro, con Mauro Avogadro, Stefano Benni, Arturo Brachetti, Valter Malosti. Insomma tante esperienze e tra le più diverse. Momenti alti e momenti bassi anche difficili di crisi, ma questo lavoro è la mia passione e la mia vita.
F.B – Ho incominciato a fare teatro a 14 anni, poi sono entrata alla scuola del Teatro Stabile di Torino e dopo i 3 anni di formazione molto intensa ho incominciato a lavorare prima al Teatro Stabile di Torino, poi a Brescia, in Francia e in altre realtà. Questo mi ha portato a girare molto, a fare turni piuttosto lunghi; è una cosa che amo tantissimo, a conoscere bene l’Italia e poi anche la Francia.
E.G – Ho studiato recitazione al Teatro Stabile di Torino e mi sono diplomata nel 2003. Da allora ho sempre scelto di lavorare in teatro, prima in grandi compagnie di giro, facendo tournée su e giù per l’Italia, poi fondando io stessa una compagnia teatrale, Dramelot. Ho avuto la fortuna di fare esperienze molto diverse fra loro: monologhi tratti da drammaturgie contemporanee, spettacoli classici, opera lirica… e spero tanto che continui così.
E.M – Me la sto creando sperimentando tante possibilità, e alcune belle soddisfazioni sono già arrivate ma, diciamoci la verità: la mia è una carriera ancora tutta da scrivere. E come dice il maestro yoda in Guerre Stellari “c’è fare o non fare, non c’è provare”.
A.F – Questo è il mio quarto spettacolo, ma é il primo che scrivo da solo, da un’idea tutta personale. Pensavo di non scrivere più perché credo sia una delle cose più difficili, invece all’improvviso un’idea è nata e velocemente un’altra ancora. Così, di getto, è arrivato Cliché.

Vi piacerebbe portare “Clichè” in giro per l’Italia?
A.F – Per ora lo spettacolo ha avuto un piccolo successo inaspettato per me. A Torino é andato bene, ora si vedrà. Certo, senza un produttore la vedo dura; ormai dopo anni come attore in Italia so che non è facile, ma noi con un po’ più di ironia ci proveremo.
Quello di cui necessita “Cliché” è di un pubblico numeroso, questo sì, quindi diciamo sì alle scuole, naturalmente.

Claudia Brizzi