La libertà di essere italiani

Questo articolo è stato letto 143 volte!

foto articolo Galliano“In questi dieci anni da giornalista ne ho seguite tante di campagne, eppure non sono mai entrato in una cabina elettorale. Non ho mai votato in vita mia. E non di certo perché sono iscritto al partito degli astensionisti. Non voto perché non posso. Non sono italiano. Così scrive Brahim Maarad, giornalista e collaboratore dell’Espresso, in un articolo intitolato Io, in Italia da 18 anni, vi spiego perché lo ius soli è una battaglia di civiltà”. Nato in Marocco, si trasferisce in Italia, a Rimini, all’età di 10 anni. Vive la maggior parte della sua vita qui; qui si diploma, qui si laurea, qui lavora. Qui diventa italiano. E qua, oggi, si batte perché circa 640 mila minori considerati stranieri – secondo dati Istat al 1° gennaio 2016 – abbiano la possibilità di sentirsi e, soprattutto, essere italiani.

Lo ius soli – letteralmente diritto legato al territorio – è una nuova legge sulla cittadinanza, approvata alla Camera negli ultimi mesi del 2015 e da allora in attesa di essere esaminata al Senato. Lo ius soli cosiddetto puro prevede che un bambino nato sul suolo di uno stato abbia automaticamente la cittadinanza dello stato in questione. Ad oggi, leggi di questo tipo sono in vigore, ad esempio, negli USA, ma in nessuno stato dell’Unione Europea. Sotto il microscopio del Senato, invece, c’è lo ius soli cosiddetto temperato: si riconosce sostanzialmente il diritto alla cittadinanza a tutti quei bambini nati su suolo italiano da genitori stranieri, di cui almeno uno in possesso di un permesso dell’Unione Europea per soggiornanti di lungo periodo (cittadini extra Ue) o di un diritto di soggiorno permanente (cittadini Ue). Negli altri paesi europei, le norme sulla cittadinanza differiscono molto l’una dall’altra. In Francia, ad esempio, ogni bambino nato da genitori stranieri diventa francese al compimento di 18 anni se ha vissuto stabilmente nel Paese per almeno 5 anni. Mentre in Germania, diventa cittadino automaticamente chi nasce su suolo tedesco, se almeno uno dei genitori risiede regolarmente nel Paese da minimo 8 anni. In Belgio, se si è nati sul territorio nazionale, la cittadinanza è automatica quando si compiono 18 anni. Come si è visto, l’Unione Europea non ha, infatti, voce in capitolo a riguardo, essendo questo un argomento di stretta competenza nazionale. Ad oggi in Italia è in vigore il cosiddetto ius sanguinis – letteralmente diritto di sangue. In poche parole, un bambino è italiano se almeno uno dei genitori lo è. Un bambino nato da genitori stranieri, anche se partorito sul territorio italiano, può chiedere la cittadinanza solo dopo aver compiuto 18 anni e se fino a quel momento abbia risieduto in Italia legalmente e ininterrottamente. Se non fosse abbastanza chiaro, esplicitiamolo: la legislazione italiana, ancora una volta, è una delle più austere in Europa. E ancora una volta, è una delle più vecchio stile. Ancora una volta è una di quelle più carenti.

La globalizzazione ha fatto il suo corso. La direzione verso cui la società contemporanea si sta orientando è sempre più di apertura verso nuove culture, tradizioni. Verso la diversità. Essere italiani non vuol più dire avere la pelle bianca, un nome e un cognome italiano. Le nuove società sono multiculturali, composte da individui con storie molto diverse fra loro che condividono, però, un sentimento di appartenenza. Lo ius sanguinis, per come è stato pensato, può, per forza di cose, rappresentare solo una piccola fetta della popolazione straniera complessiva. Come si leggeva già nel titolo dell’articolo sopracitato, l’approvazione dello ius soli è una battaglia di civiltà: rappresenterebbe, infatti, una fetta molto più consistente. I minori stranieri nati dal 1999 ad oggi sono 976 mila – secondo dati Istat al gennaio 2016 – di cui circa il 65% nato da madri che risiedono nel nostro paese da più di 5 anni. Si stima quindi che i beneficiari della nuova legge sarebbero ad oggi ben 634.592 bambini. Inoltre, non si può nemmeno dimenticare i beneficiari futuri: come stimato da La Repubblica (in un articolo intitolato I “nuovi italiani” nella riforma della cittadinanza: l’impatto dello ius soli in Italia pubblicato il 15 giugno 2017) i potenziali nuovi italiani per ius soli aumenterebbero circa di 45/50 mila bambini ogni anno. Lo ius soli è la ricerca di un’umanità, che ancora non c’è: bambini e bambine si svegliano tutti i giorni sentendosi italiani. Eppure, vivono in un Paese che non è legalmente pronto a riconoscere loro quel diritto. Di solito scoprono di essere stranieri quando devono salutare i loro compagni di classe che partono in gita perché a loro non serve un visto (Brahim Maarad). Nella vita, tante sono le delusioni: d’amore, dalla famiglia, dal lavoro, da sé stessi. Ma pensiamo mai a cosa vuol dire essere delusi dal proprio paese? L’umiliazione nel dover sempre ricordarsi di essere un poco diversi. Lo ius soli è un riconoscimento a una generazione di orfani di cittadinanza. È un riconoscimento a quelle migliaia di bambini a cui lo stato ogni giorno ricorda di non essere italiani, di non poter avere un futuro certo nel paese in cui sono nati e cresciuti. Di essere solo ed esclusivamente ospiti.

Nel piccolo di ogni persona, l’integrazione è un valore che ci insegnano fin da bambini e che dobbiamo perseguire con determinazione nel corso della nostra vita. Qua, però, si parla del passo successivo: ovvero riconoscere a livello legislativo il diritto di essere italiano a chi, italiano, lo è solo nel cuore, e purtroppo non ancora sulla carta.

Ginevra Galliano