Fino a che punto?

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articolo 1984«Fino a che non diventeranno coscienti del loro potere, non saranno mai capaci di ribellarsi, e fino a che non si saranno liberati, non diventeranno mai coscienti del loro potere.» Parole scritte da Winston Smith, protagonista del libro 1984 di George Orwell, nel suo diario segreto, tenuto nascosto con morbosa paura.O forse parole scritte dal giovane Jung, studente dell’Università di Kim Il-sung, a Pyongyang in Nord Corea. O magari da MinJee, l’inserviente incaricata di pulire la stessa scuola. Chissà?

Le differenze tra il mondo di Winston, società distopica dove non esiste libertà e privacy, e quello dei due giovani nordcoreani non sono più molte. La storia di Orwell si svolge in una Londra retta da un regime totalitario, il cui potere è esercitato da un solo partito con a capo il Grande Fratello, una figura mai vista dal vivo. La vita degli abitanti è costantemente spiata da “teleschermi”,  televisori forniti di telecamera che diffondono propaganda 24 ore su 24 e che annullano di fatto ogni possibile forma di privacy. In questo modo, il governo può osservare facilmente qualsiasi forma di comportamento che riveli pensieri contrari agli ideali del regime. I contenuti di libri, giornali, film e documenti vengono riscritti continuamente, censurando tutto quanto non sia in linea con le idee del partito, che cambiano di giorno in giorno: tutti i fatti contradditori vengono periodicamente e sistematicamente cancellati e sostituiti. La storia non esiste più, se non per dare ragione al partito. Tutto viene descritto come una vittoria o un miglioramento. Quella che il giorno prima viene riferita come una riduzione, il giorno dopo viene riportata nei documenti come un aumento. Come recitano alcuni slogan del partito, “la menzogna diventa verità e passa alla storia”, “Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato”. Questi sono gli strumenti con cui il potere diffonde ininterrottamente la propria propaganda e controlla i cittadini anche nel privato, assicurandosi un controllo totale su vita, ricordi, conoscenza. Come lo stesso Orwell scrive,  “Ortodossia vuol dire non pensare, non aver bisogno di pensare. Ortodossia e inconsapevolezza sono la stessa cosa.”

E in Nord Corea? Di ciò che accade in questo paese sappiamo ben poco e solo questo ci dovrebbe far pensare. La costituzione prevede la libertà di stampa e di parola, tuttavia il governo proibisce l’esercizio di questi diritti. Sarebbero permesse infatti solo le notizie favorevoli, escludendo quelle che riguardano problemi economici e politici oppure critiche al regime. Inoltre secondo l’associazione Freedom House i media nordcoreani sono portavoce del governo, i giornalisti sono tutti membri del Partito dei Lavoratori di Corea ed ascoltare canali televisivi stranieri comporta la condanna a morte. Il governo nordcoreano possiede per di più dei siti internet attraverso cui diffonde notizie, informazioni e propaganda sul proprio conto. Di conseguenza l’informazione è sotto il rigido controllo sia all’interno sia dall’esterno del Paese. 

«La libertà consiste nella libertà di dire che due più due fanno quattro. Se è concessa questa libertà, ne seguono tutte le altre.» scrive Winston-Jung-MinJee. Eppure quali elementi garantiscono di poterlo affermare con certezza? Su quale conoscenza possono appoggiarsi, se ogni loro pensiero è manipolato? Come possono invocare la libertà, se non sono nemmeno coscienti di essere prigionieri?  «In fin dei conti, come facciamo a sapere che due più due fa quattro? O che la forza di gravità esiste davvero? O che il passato è immutabile? Che cosa succede, se il passato e il mondo esterno esistono solo nella vostra mente e la vostra mente è sotto controllo?»

E i dissidenti? Nel paese di Winston, il duro compito di disfarsi delle persone che trasgrediscono alle regole del partito è dato alla Psicopolizia. Non è però noto a nessuno cosa venga fatto alle persone catturate dagli agenti, tranne il fatto che semplicemente spariscano, e sempre di notte. Si arriva perfino a negarne l’esistenza, eliminandone ogni riferimento in registri e documenti ufficiali e qualsiasi prova che possa inequivocabilmente dimostrare l’esistenza del dissidente. La Psicopolizia è controllata dal Ministero dell’Amore, la cui funzione è di monitorare i membri del partito e di convertire i dissidenti all’ideologia dominante mediante torture terribili e il lavaggio del cervello.

Nel paese governato da Kim Jong-un, Leader supremo della Repubblica Popolare Democratica di Corea, sappiamo ciò che accade a chi prova ad alzare la voce sopratutto grazie alle poche testimonianze di chi è riuscito a scappare. Shin Dong-hyuk è l’unica persona nata, cresciuta e poi riuscita a fuggire da un campo di internamento della Corea del Nord. La sua terribile esperienza è raccontata in “Fuga dal campo 14”, libro che ha convinto le Nazioni Unite a costituire una commissione d’indagine sui campi di prigionia nordcoreani. Anche qui le analogie con il distopico 1984 si possono trovare e fanno accapponare la pelle: “Ogni testimone che non denunci un tentativo di fuga sarà ucciso all’istante”, recita una regola del campo, tanto che lo stesso Shin, quando una notte sente la madre e il fratello parlare di un piano per scappare, è spinto a tradire i suoi familiari in nome di un “dovere” inculcatogli fin dalla nascita.  Allo stesso modo nell’opera di Orwell la famiglia diventa un mero strumento di controllo, tant’è che i bambini vengono incoraggiati nelle scuole a osservare i genitori e a riferire al governo ogni loro possibile comportamento ostile al partito. 

Anche in questo contesto l’ignoranza diventa lo strumento più forte di chi detiene il potere. «Nessuno mi aveva mai spiegato perché stessi là dentro», racconta Shin. «pensavo semplicemente che ci fossero persone nate con le armi e persone nate prigioniere, come me. Che il mondo fuori fosse uguale a quello dentro. Forse per questo non ho mai pensato di fuggire». Shin accetta dunque questa vita come l’unica possibile. Non si chiede cosa ci sia fuori dal campo. Non sente il desiderio di fuggire. E’ sinceramente convinto della sua colpevolezza e dei doveri ai quali deve sottostare. Solo anni dopo, grazie alla conoscenza di un prigioniero venuto dall’esterno, per la prima volta Shin scopre com’è il mondo al di fuori del campo e prova il desiderio di scappare. Da quando è un uomo libero, Shin è stato sottoposto al test della macchina della verità più volte. «Tutto coincide con quello che altri ex detenuti dei campi hanno raccontato», ha spiegato l’attivista David Hawk che ha intervistato decine di ex detenuti e ex guardie. «Non ho mai avuto dubbi sulla veridicità della sua storia».

Il Campo 14 è grande quanto Los Angeles, ed è visibile su Google Maps: eppure resta invisibile agli occhi del mondo. Secondo il rapporto dalla Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite nei campi di lavoro in Corea del Nord sono state rinchiuse tra le 600.000 e i 2 milioni e mezzo di persone in 50 anni. In 400mila sarebbero morte per le torture, per la malnutrizione e per le esecuzioni sommarie. 

Quante pagine, quanti diari segreti ci sono oggi, al riparo da occhi indiscreti, nascosti nelle case della Corea del Nord, in attesa di poter essere letti? Quanto tempo deve ancora passare prima che queste terribili testimonianze diventino un passato da cui imparare, e non un presente -o peggio futuro- da cui doversi liberare? Quanto tempo siamo ancora disposti ad aspettare prima che l’ultima mano, stanca e tremante, metta un punto finale ad un diario divenuto troppo spesso? Un punto di rassegnazione, un punto di disperazione, un punto nella coscienza di tutti noi.

Elisa Buglione-Ceresa