Chiamiamolo col suo nome

Questo articolo è stato letto 293 volte!

mndovignettazeroIl 31 gennaio di quest’anno a Pollenza, comune nei pressi di Macerata, sono state rinvenute due valigie contenenti i brandelli di Pamela Mastropietro, ragazza di appena 18 anni. Il giorno stesso i carabinieri del nucleo investigativo hanno fermato un uomo nigeriano, già noto alle forze dell’ordine. L’uomo, importante precisare, si trovava in Italia regolarmente. Già di per sé, si tratta di una vicenda tragica, orribile. Non da meno, però, sono i fatti accaduti nei giorni immediatamente successivi e l’uso che la politica ne ha fatto.

Sabato 3 febbraio un uomo di 28 anni, Luca Traini, che nel 2017 si era candidato alle elezioni comunali di Corridonia con la Lega Nord, ha sparato alcuni colpi in centro a Macerata. Dopo aver esploso due caricatori, è sceso dall’auto con un tricolore legato al collo e, urlando “Viva l’Italia”, ha fatto il saluto romano davanti al monumento ai Caduti. Sei sono stati i feriti: cinque uomini e una donna. Tutti di colore. Tutti, fortunatamente, non in pericolo di vita. Traini, come ha spiegato lui stesso, non è pentito: ha sparato proprio per vendicare Pamela. E con una punta di orgoglio ha ribadito: “Il mio obiettivo erano i neri”. Senza ombra di dubbio, le terribili gesta di Luca Traini sono conseguenza di una diffusa tendenza all’odio razziale che si sta espandendo a macchia d’olio in Italia. Le incitazioni al nazionalismo da parte di leader politici sono all’ordine del giorno. E come accusa Saviano su Twitter “Il mandante morale dei fatti di Macerata è Matteo Salvini. Lui e le sue parole sconsiderate sono oramai un pericolo mortale per la tenuta democratica”. E ancora “Invito gli organi di informazione a definire i fatti di Macerata per quello che sono – continua – un atto terroristico di matrice fascista”. Le parole di Saviano sono forti, eppure veritiere. Luca Traini non è un pazzo, non è un folle. La sparatoria non è stata opera di uno sconsiderato che si è ritrovato una pistola in mano: Luca Traini è un fascista. Purtroppo, cento anni dopo la fondazione dei Fasci di combattimento, è ancora un termine maledettamente attuale e che sposa molto bene alcune delle ideologie più popolari in Italia. Siamo in un periodo storico e politico in cui le destre nazionalistiche stanno riprendendo il sopravvento: l’America di Trump, la Francia sempre più affascinata dalla Le Penn, l’Italia da Salvini, ma anche la Turchia di Erdogan, la Russia di Putin. Tutti fenomeni che rispondono ad una paura condivisa dettata dalla così erroneamente detta “invasione di massa” e inasprita dagli ultimi fatti di terrorismo.

La risposta e la soluzione a questa paura, però, non possono essere la chiusura dei confini e lo sterminio di tutti coloro che vengono considerati stranieri. I fatti di Macerata rappresentano molto bene gli errori commessi dalla politica di integrazione italiana, che purtroppo fa acqua da tutte le parti: troppo popolare e condiviso è il sentimento di odio razziale. In Italia, come testimonia Amnesty International in occasione del lancio del suo Rapporto annuale 2017-2018, sembra prevalere “la paura ingiustificata dell’altro”. Il portavoce Riccardo Noury ha anche messo in evidenza come l’Italia lo scorso anno si siamessa alla guida della politica europea di contenimento dell’immigrazione a tutti i costi”.

Ma al di là delle questioni tecniche, il vero cambiamento necessario per fermare quest’ondata di razzismo è cambiare il modo in cui gli italiani vedono gli immigrati. Traslare quel sentimento di odio e paura verso un’ottica e un atteggiamento diverso: un atteggiamento di integrazione e di aiuto reciproco. L’obiettivo non deve essere la chiusura della nostra società da tutti gli agenti esterni, ma la preservazione della nostra identità in un villaggio sempre più globalizzato. Un villaggio in cui ci si possa sentire cittadini italiani e del mondo, nello stesso momento.

Ginevra Galliano