Siria: terreno di scontro tra le potenze globali

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siria-attacco-USA-03-1000x600Un minuto dopo le 9.00 PM Eastern Time, un inatteso Donald J. Trump annuncia dalla Casa Bianca che l’Aeronautica e la Marina degli Stati Uniti hanno condotto attacchi simultanei sulla Siria, insieme agli apparati militari di Francia e Regno Unito.
L’uso autorizzato della forza richiesto dal Presidente (legittimo potere garantito al “Commander in Chief” delle Forze Armate dal Secondo Articolo della Costituzione americana) giunge dodici mesi dopo il lancio di 59 missili Tomahawk statunitensi su una base aerea siriana. Ma a differenza di un anno fa, l’America questa notte ha deciso di infliggere al regime di Damasco un colpo più duro, e soprattutto, con più significato.
Sebbene infatti lo strike del 2017 avesse anch’esso impiegato un’ingente quantità di esplosivo, il fatto che fosse un’azione unilaterale e che non avesse creato un danno significativo all’apparato bellico siriano lo rese praticamente irrilevante nel complicato scacchiere dell’area. Bashar al-Assad continuò ad usare qualsiasi tipo di veleno sui propri cittadini, con il beneplacito di un altro regime, quello russo, che pare anch’esso usare con una certa facilità armi chimiche e agenti nervini vari.
Questo fino a stasera, quando la superpotenza del Pianeta, gli Stati Uniti, spalleggiata da due alleati storici entrambi dotati di arsenali nucleari, Francia e Regno Unito, hanno deciso di “dimostrare” la disapprovazione del mondo libero verso certe pratiche.
Ed è così che il Segretario della Difesa James “Mad Dog” Mattis (ex Generale dei Marines degli Stati Uniti, per intenderci), meno di un’ora dopo l’annuncio del Presidente Trump, informa la sala stampa del Pentagono che almeno un’unità navale della Marina americana, in collaborazione con B1 dell’Aeronautica (bombardieri strategici da mezzo miliardo di dollari al pezzo e correntemente schierati in teatri come la penisola coreana), più Tornado della RAF di Sua Maestà, e non  meglio specificati assetti francesi (probabilmente Rafale dalle basi libanesi ed emiratine), avrebbero colpito con testate convenzionali intelligenti tre siti di produzione e stoccaggio di armi chimiche, nelle città siriane di Damasco e Homs. Per motivi di segretezza e difficoltà nel reperimento di dati, ulteriori dettagli sull’operazione verranno rilasciati nelle prossime ore e giorni.
Sebbene le agenzie di intelligence occidentali debbano ora attendere il giorno per dare un esito sul raid (chiaramente non ci si può fidare delle autorità locali), si possono però già esprimere alcune considerazioni sugli eventi di questa notte. Innanzitutto gli obiettivi sono cambiati: il bersaglio non è più una base aerea abbandonata nel deserto, ma attivamente si è andati a neutralizzare centri nevralgici relativi alla produzione di armi di distruzione di massa, quali sono le armi chimiche, all’interno anche di centri abitati. Sebbene l’establishment siriano non fosse un obiettivo, comunque non si è esitato a colpire nella capitale stessa del regime. Le modalità sono cambiate: nessun passaggio d’informazioni pre-raid alle forze russe, i canali di comunicazione usati sono stati quelli regolari. Le piattaforme militari impiegate sono state  multiple (navali ed aeree, come richiede un teatro bellico esteso e complesso), anche multinazionali. Ma ciò che è probabilmente più importante è che è successo. La red line sull’uso di armi chimiche tracciata prima dall’amministrazione Obama, senza essere fatta rispettare, poi da quella Trump, e anche dal presidente francese Macron, è stata varcata. E i paesi occidentali l’hanno difesa. A colpi di cannone. Questo, però, non è sempre avvenuto. Tra l’ultimo raid e quello americano dell’anno scorso, il regime di Damasco ha fatto uso di armi chimiche in molteplici occasioni. Il fatto che questa volta il Vecchio e Nuovo Continente abbiano deciso di condannare in modo fermo e coeso questi crimini dimostra come, nonostante problemi e divergenze, un mondo libero esista e non permetterà simili atrocità sulla sua porta di casa. In secondo luogo, punto geopoliticamente più rilevante, si è mandato un messaggio chiaro ai burattinai della dittatura siriana, i vertici del Cremlino, ed è un messaggio più ampio, di risolutezza e d’imposizione di limiti, al di là del quali ci saranno ripercussioni reali. Dovesse quel limite essere l’annessione di un paese sovrano, l’avvelenamento di un individuo in un paese straniero, o anche solo l’interferenza con il complesso (ma fondamentale) processo democratico in un paese repubblicano.
Se è vero che non ci può essere legge più forte della spada che la difende, i Paesi democratici e gli ideali che essi rappresentano hanno dimostrato di essere pronti ad estrarla, e se necessario ad usarla.

Federico Billi – Corrispondente dagli Stati Uniti d’America