Facciamo chiarezza

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facciamo chiarezzaElezioni, alleanze, coalizioni, consultazioni, maggioranze. Di che cosa stanno parlando tutti i giornali? Cosa sta succedendo in Italia? Proviamo a fare un po’ di chiarezza.

Il 4 marzo 2018 il 73% degli italiani si è recato alle urne per votare ed eleggere i nuovi senatori e deputati del Parlamento. I risultati hanno visto il centro-destra (Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia e la lista Noi con l’Italia) affermarsi come coalizione più votata, con circa il 37% delle preferenze, mentre la singola lista più votata, il Movimento 5 Stelle, ha raccolto oltre il 32% dei voti. 

L’Italia è una Repubblica Parlamentare, ovvero la rappresentanza della volontà popolare è affidata al Parlamento, che detiene il potere di nomina del Presidente della Repubblica e di concessione o revoca della fiducia al Governo. Il Presidente della Repubblica sulla base dei risultati delle elezioni deve nominare il nuovo Presidente del Consiglio, che è tenuto in seguito a chiedere a ciascuna delle due camere (Camera dei Deputati e Senato) la fiducia, pena il decadimento del Governo. 

Per formare il Governo è necessario quindi che i partiti politici presenti in Parlamento siano in grado di garantire una maggioranza. Senza una maggioranza parlamentare il nuovo Governo non può ottenere la fiducia del Parlamento e tutto ricomincia da capo.

Il risultato delle elezioni di marzo ha determinato una situazione di stallo: nessun partito ha ottenuto un numero di seggi sufficiente per raggiungere la maggioranza assoluta (316 deputati alla Camera, 158 seggi in Senato).

In base alla nuova legge elettorale chiamata Rosatellum, i seggi in Parlamento sono stati così distribuiti: 227 deputati e 112 senatori al M5S, al centrodestra 265 deputati e 137 senatori; PD e alleati 122 deputati e 60 senatori. Solamente 14 deputati e 4 senatori per Liberi e Uguali , un numero troppo basso per la formazione di un’eventuale maggioranza parlamentare. Sia Luigi Di Maio, leader del Movimento 5 Stelle che Matteo Salvini, leader della Lega Nord e della coalizione di centrodestra, hanno perciò rivendicato la vittoria elettorale e la possibilità di guidare il nuovo governo.

Considerato che entrambi gli schieramenti vittoriosi necessitano di un consistente numero di parlamentari aggiuntivi per costituire la maggioranza, allo stato attuale delle cose sono possibili tre soluzioni alternative: la somma dei parlamentari del centrodestra e del PD; la somma dei parlamentari del Movimento 5 Stelle e del PD; la somma dei parlamentari del Movimento 5 Stelle e della coalizione di centrodestra o eventualmente di una sua componente (Lega).

Ma cosa è successo dopo il 4 marzo? Paolo Gentiloni è salito al Colle per rassegnare le dimissioni da premier: il suo governo resterà in carica solo per gli affari correnti e finché non vedrà la luce quello nuovo. 

Avviata ufficialmente la XVIII legislatura, vengono eletti il 24 marzo i nuovi presidenti di Camera e Senato, Roberto Fico del M5S e Elisabetta Casellati di Forza Italia. 

Il 4 aprile, ad un mese esatto dalle elezioni, iniziano le consultazioni del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con i rappresentanti delle istituzioni e dei partiti politici eletti in Parlamento, al fine di vagliare la possibilità di eventuali alleanze indispensabili alla formazione del nuovo Governo.  

Il 17 aprile, fallite le consultazioni, Mattarella decide di conferire un mandato esplorativo al presidente del Senato Casellati, per verificare le possibilità di convergenza tra centrodestra e Cinque Stelle. 

Il 22 aprile, chiusa con un nulla di fatto l’esplorazione di Casellati, dopo il rifiuto categorico Di Maio di lavorare con Berlusconi e l’intenzione di Salvini di non rompere con il Cavaliere, al presidente della Camera Roberto Fico viene affidato lo stesso incarico, per verificare un possibile accordo tra M5S e PD. 

Il 3 maggio Renzi dichiara che il PD “non sarà la sesta stella dei Cinque Stelle”, rendendo così ovvia l’impossibilità di una collaborazione tra i due partiti. Il Quirinale annuncia: “A distanza di due mesi le posizioni di partenza dei partiti sono rimaste immutate. Non è emersa alcuna prospettiva di maggioranza di governo. Nei giorni scorsi è tramontata anche la possibilità di una intesa tra il M5S e il PD. Il presidente Mattarella svolgerà nuove consultazioni, in un’unica giornata, quella di lunedì, per verificare se i partiti propongano altre prospettive di maggioranza di governo”. Sono passati 60 giorni dalle elezioni. 

In vista di una possibile esclusione dal governo, Matteo Salvini replica: “O c’è un governo di centrodestra o non c’è nessun governo e si torna a votare e vinciamo da soli”. Secondo il leader della Lega, infatti, un’alleanza di governo che includa il Partito Democratico rischierebbe di compromettere la fiducia dei cittadini nelle istituzioni democratiche, in quanto inevitabilmente darebbe continuità all’indirizzo politico del governo uscente mentre gli elettori sembrano aver indicato la necessità di un cambiamento. 

Ma che tipo di cambiamento desidera l’Italia? Sembra che spinti dall’odio e dalla rabbia a causa dei passati fallimenti nella politica italiana ci siamo catapultati furiosamente verso l’esigenza di rovesciare la situazione attuale.”Peggio di così non può andare” dicono. Ma l’alternativa? Il tipo di cambiamento richiesto dagli italiani non potrà che essere quindi radicale, desiderato con tale furia da non chiedersi neanche cosa verrà dopo. Dovremmo essere cauti quindi con il rancore e le parole forti e non pretendere di cancellare tutto senza assumerci la responsabilità di costruire qualcosa di nuovo. Perché se col cambiamento si può guarire, di cambiamento si può anche morire.

Elisa Buglione-Ceresa