Cos’è un uomo perché te ne dia pensiero?

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BanksyLa prima cosa che avesse mai scritto in vita sua conteneva innumerevoli errori di ortografia e aveva un filo conduttore fragile come un giunco, ma era ciò di cui più si sentiva orgoglioso al mondo. Era qualcosa che veniva da lui, elaborato dalla sua mente e scritto dalla sua mano; qualcosa di piccolo, ma enorme per suoi occhi di bambino. A pensare di averlo con sé si sentiva forte, l’invincibile Achille; e ne era fiero, impagabilmente fiero. Perché quelle poche righe a matita nel suo italiano da Elementari erano molto di più che una vittoria a pallavolo o un concerto al piano appena concluso nel mezzo degli applausi del pubblico, era una cosa che vibrava di vita propria, il cui creatore era lui e solo lui; qualcosa che potesse rimanere a lungo nel tempo, essere letto e ricordato; qualcosa che avrebbe potuto essere continuato e arricchito in futuro.

Restò innamorato delle biro e del profumo dei fogli di carta fino all’età di venticinque anni. Aveva sempre considerato il suo talento per la scrittura, valorizzato e riconosciuto da molti, come quegli occhi in cui l’Ed Sheeran di Perfect vede il proprio futuro. Per quasi vent’anni della sua esistenza, alla domanda “Cosa vuoi fare da grande?” alla risposta ufficiale, che più volte cambiata nel corso della crescita, aveva sempre aggiunto: “…e lo scrittore.” Aveva a lungo sognato di invecchiare in una casa che profumasse di carta e avesse i muri macchiati d’inchiostro, di portare gli occhiali e di sedere ad antiche scrivanie in ciliegio. Poi era diventato “grande” e aveva fatto la maturità, trovato lei, aperto gli occhi sul mondo, finalmete capito quello per cui era nato e trovata la sua strada. Voleva diventare reporter di guerra: voleva esserci nel mondo, voleva essere al momento giusto nel posto giusto per poterla raccontare a chi non c’era, voleva partire; e all’inizio altro non era che un sogno, una sfrenata voglia di aggregarsi ad Emergency; ma non era solo un modo per lavarsi la sporca coscienza da occidentale, era quello per cui voleva essere ricordato, qualcosa di grande in piccolo, la goccia del mare che senza le sue sorelle è inutile, ma la cui presenza è fondamentale. Voleva scrivere degli orrori che avrebbe visto, sfruttare il suo talento perché la gente sapesse, aprisse gli occhi di fronte al lato peggiore dell’uomo.

Così pochi anni dopo aveva messo carta e penna in valigia ed era partito. Ma ben presto aveva dovuto fare i conti con qualcosa di ben più potente delle sue parole. Quella valigia era esplosa una mattina sotto i colpi di mortaio in Afghanistan, mentre portavano al campo un bambino di otto anni, la cui gamba destra si era sfracellata dopo che aveva pestato una bomba-giocattolo italiana.

Ad un tratto quegli occhi del futuro avevano smesso di brillare o il loro sguardo si era come spento, svuotato. Le parole non gli tornavano più alla mente come qualcosa di conosciuto e familiare, di magico; e anche quando raramente arrivavano, erano le mani a tradirlo, l’inchiostro a non volerne sapere. E così rimaneva bloccato in mezzo ai suoi stessi pensieri, rivedeva quel bambino e la sua mente urlava. Cosa vuoi scrivere, si diceva, cosa vuoi far capire con poche righe contate ad un lettore qualsiasi di tutto quello che vivi? Di tutti i pianti che senti di notte, delle poche volte che dormi e ti svegli per quelli che credi incubi e che scopri essere gli ultimi attimi di vita di qualcuno a pochi metri da te?

All’inizio rinunciò. Non credeva più in se stesso, al suo talento che l’aveva tradito; non credeva più in quel Dio che aveva sempre sentito accanto; non credeva più a nulla, tranne che all’esistenza del dolore. E non era solo triste, era arrabbiato; arrabbiato con se stesso, con quella sua stupida incapacità di non fare ciò che meglio gli veniva nel momento in cui più ne avrebbe avuto bisogno.

Un giorno arrivò al campo ciò che restava di una famiglia. Erano un padre e sua figlia di sei anni. La bambina sanguinava da un fianco e sulle braccia aveva molte piccole ferite, ma sorreggeva il padre la cui gamba sinistra era polverizzata. L’uomo sarebbe morto due ore dopo; la bambina no, alla fine era sopravvissuta.

Quasi.

Era rimasta muta. In stato di shock. Aveva visto la madre morire sotto i suoi occhi, nella sua casa, sotto una bomba, mentre teneva in braccio il suo fratellino di due mesi; suo padre, come lei miracolosamente vivo, le era morto accanto dopo ore di sofferente cammino verso il campo. E quel giorno, per quanto il suo cervello si imponesse di dimenticarlo, non l’avrebbe lasciata mai; sarebbe rimasto per sempre con lei, una sensazione, un flash, un grido. Per sempre.

Questo lo spaventò oltre ogni modo. Gli impedì di dormire, di mangiare, di fare qualsiasi cosa di utile al campo. Gli parlarono, gli spiegarono che c’erano casi peggiori, che non avrebbe potuto reagire così ogni volta, che quella era la guerra e lui doveva solo rendersi utile per limitarne lo scempio. Si arrabbiò, pianse, urlò; poi rimase muto anche lui, come quella bambina. Perché per capirla, per fare sua la sua storia, per aiutarla, doveva fare come lei, doveva esserelei.

E così rimase muto per giorni interi, accanto alla bambina. Non si guardavano neppure, mangiavano e si muovevano in silenzio, gli occhi bassi; ma in quel silenzio egli le portò via molto più dolore di quanto avesse mai potuto fare chiunque altro in qualsiasi altro modo.

E così ricominciò a scrivere. Le parole per farlo non esistevano, ma lui le aveva tutte dentro. Tutto il dolore di quella bambina lui lo scrisse, lo urlò con l’inchiostro; brandì l’arma che meglio conosceva e vinse. E quando ebbe finito, lei ricominciò a parlare, sguardo dopo sguardo, lentamente, con fiducia, come un infante che impara a camminare appoggiandosi alle mani dei genitori.

E lui uscì da quell’incubo. Non riprese solo a parlare, a sorridere quando le circostanze glielo consentivano, a muoversi in quella scomoda vita che si era scelto; ricominciò a scrivere, a vivere, a respirare.

Un anno dopo tornò da dove era venuto. La sua valigia dell’andata era esplosa: niente più penne stilografiche su fogli immacolati, niente computer, niente carta patinata, niente di quanto era prima, tranne le sue parole. Quelle c’erano e sarebbero rimaste per sempre, nella sua mente, nel suo cuore, nell’immagine di quella bambina, del suo pianto e del suo sorriso.

Ora nelle sue tasche c’erano solo fogli sporchi di polvere che narravano di storie sporche di morte.

E lì dentro, a scrivere, era davvero lui.

Irene Scali