Brexit from the inside

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brexitTutti abbiamo sentito parlare della Brexit, ma solo come problema politico ed economico. Durante il nostro stage in Inghilterra abbiamo invece avuto occasione, grazie alla disponibilità della nostra famiglia ospitante, di analizzarla dal punto di vista di chi si è ritrovato a viverla in prima persona.

Già dalla prima sera abbiamo notato che la famiglia prestava particolare attenzione al telegiornale, e presto abbiamo capito che questo era dovuto alla profonda preoccupazione riguardo alla Brexit e alle sue conseguenze.

Da liberi professionisti impegnati nell’import/export, i nostri host-parents erano preoccupati principalmente dell’assenza di regolamentazioni sul commercio internazionale. Da una parte infatti non è ancora chiaro che cosa i produttori di prodotti locali come lana, latte e carne potranno fare con il surplus che non avranno modo di esportare (va considerato infatti che il 63% delle esportazioni britanniche sono verso l’Unione Europea), e dall’altra cresce la preoccupazione per la mancanza di prodotti ora disponibili solo tramite importazione dall’estero come olio d’oliva e pomodori. Altri prodotti che inizieranno a scarseggiare saranno i medicinali: le scorte attuali potranno bastare soltanto per qualche settimana.

La necessità di rapporti commerciali con l’Unione Europea ha provocato lo spostamento delle sedi di molte aziende, ad esempio della multinazionale giapponese Honda che ha deciso di chiudere la sua fabbrica nel Regno Unito.

Anche in campo scientifico ci saranno delle conseguenze: gran parte della ricerca scientifica nel paese va infatti avanti grazie ai fondi europei.

Ma come è possibile che si sia arrivati fino a questo punto? Innanzitutto, la nostra famiglia ospitante ci ha confermato che la decisione di lasciare l’Unione Europea votata con il referendum del 23 giugno 2016 è stata determinata dal voto dei più anziani. Questi tendono ad avere più fiducia nei mezzi di comunicazione (fino a qualche anno fa il concetto di fake news non era nemmeno immaginabile) e sono stati quindi fuorviati da chi descriveva l’Unione Europea come causa di tutti i mali del Regno Unito (ad esempio etichettando gli immigrati come un pericolo per i posti di lavoro dei britannici). Oggi in molti sperano nella possibilità di ripetere il referendum, contando anche sul fatto che in tre anni molti potenziali sostenitori dello stay hanno raggiunto l’età per votare (va infatti considerato che il referendum è stato vinto soltanto con il 51,9% dei voti favorevoli al leave).

La Brexit ha anche creato tensioni fra le quattro nazioni costitutive del paese: la maggioranza degli irlandesi e degli scozzesi ha votato per la permanenza nell’Unione Europea.

Ad essere critica è in particolare la situazione dell’Irlanda del Nord, dove il 56% della popolazione ha votato per rimanere nell’UE: qui sono fondamentali i rapporti con la confinante Repubblica d’Irlanda e l’assenza dell’unione doganale permessa dall’Unione Europea comporterebbe enormi danni all’economia. Questo confine ha anche un significato storico a causa del decennale conflitto nordirlandese: più di 3.600 morti, quasi 50.000 feriti e mezzo milione di persone che soffrono ancora del carico psicologico causato dal violento conflitto. Soltanto nel 1998 l’accordo del Venerdì Santo ha confermato la pace.

Secondo gli storici e gli scienziati politici, un importante prerequisito per la situazione odierna, in gran parte nonviolenta, consisteva nel rendere il confine praticamente invisibile. Theresa May, l’attuale primo ministro del Regno Unito, ha dichiarato di voler evitare la creazione un confine fortificato tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda dopo la Brexit, mentre Feargal Cochrane della English University of Kent ha i suoi dubbi: “Il confine attuale sarà sostituito da uno più rigido. Il design esatto non è ancora chiaro, ma è molto probabile che ci saranno dei controlli. Durante la guerra civile esistevano solo 20 passaggi ufficiali. A causa della rete viaria ne esistono oggi circa 260. Ridurli creerebbe tensioni”.

Quello dell’uscita dall’Unione Europea è un caso non previsto ed è per questo che si stanno avendo difficoltà a raggiungere un accordo. Se da una parte il Regno Unito desidera mantenere i vantaggi del far parte dell’UE (come l’unione doganale e l’assenza di dazi), dall’altra l’Unione Europea deve trovare il modo di curare i suoi interessi e quelli dei cittadini dell’Unione che vivono o lavorano nel Regno Unito. Infatti, a differenza di Norvegia e Svizzera, che non fanno parte dell’Unione ma lasciano i loro confini aperti ai cittadini UE, il Regno Unito vede i migranti economici come una minaccia.

Sicuramente la Brexit ha avuto e continua ad avere come effetto molte divisioni, fra giovani e anziani e anche fra cittadini delle diverse nazioni costitutive. Bisogna ancora attendere però per capire come si accorderanno l’Unione Europea e il governo britannico e quali saranno le conseguenze a livello economico e sociale.

Maria Periotto, Vittoria Tallone, Daniela Negt