Brexit

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L’Inghilterra non è mai stata particolarmente unita all’Unione Europea, ad esempio non hanno mai adottato l’euro e il partito conservatore era solito minacciare l’uscita.

Durante le campagne per le elezioni del 2015, David Cameron aveva promesso che, se eletto, avrebbe finalmente proposto il tanto agognato referendum riguardo la questione dell’uscita dall’UE.

Dopo la vittoria alle elezioni, Cameron ha mantenuto la sua promessa: ha proposto il referendum, che è poi stato accettato.

In realtà Cameron era contro l’uscire dall’UE (evento che in quel periodo ha preso il nome di “Brexit”, da “Britain” e “Exit”), ma voleva togliersi un sassolino dalla scarpa, magari anche ottenendo qualche concessione in più dal Parlamento Europeo; tuttavia qualcosa è andato storto: durante la propaganda, il Partito per l’Indipendenza del Regno Unito se n’è andato in giro per Londra con un pullman a diffondere, essenzialmente, idiozie; la più interessante è sicuramente quella secondo cui uscendo dall’Unione Europea non avrebbero più dovuto versare 350 milioni di sterline a settimana, che avrebbero potuto quindi investire nel servizio sanitario.

Il 28 giugno 2016 si è tenuto il referendum e ha vinto il “leave” con il 52% (notare come Scozia e Irlanda del Nord abbiano votato principalmente per il “remain”).

Il giorno dopo la vittoria al referendum, Niegel Farage smentisce la bufala dei 350 milioni a settimana in diretta nazionale, in seguito si dimette, così come Cameron.

Al posto di David Cameron viene eletta primo ministro Theresa May, che il 29 marzo 2017 attiva l’art. 50 del Trattato di Lisbona, il quale prevede che qualunque stato facente parte dell’UE che abbia intenzione di andarsene, ha a disposizione due anni in cui organizzare un accordo. La Brexit viene quindi fissata per il 29 Marzo 2019.

I nord-irlandesi non apprezzano molto l’idea di uscire dall’Unione Europea, soprattutto perché significherebbe pesanti controlli doganali e ciò li estranierebbe dagli irlandesi della Repubblica d’Irlanda. Questa è la ragione delle numerose manifestazioni che ancor oggi si svolgono in Irlanda per potersi unire alla Repubblica e, quindi, restare nell’UE. Si pensa che tali proteste potrebbero sfociare in disordini simili a quelli degli anni ‘20 quando, durante il dibattito sulla separazione tra Irlanda e Inghilterra, la discussione si è trasformata in una vera e propria guerra civile, che si è risolta con la creazione della regione dell’Irlanda del Nord.

Per ovviare ai problemi irlandesi, la May ha proposto un accordo all’UE che prevedeva il backstop, ossia un periodo di negoziazione di 2 anni in cui i rapporti con l’UE restino invariati, oltre a ciò, proponeva anche che il confine economico venisse spostato al mar Irlandese.

La Camera del Consiglio inglese ha rifiutato l’accordo sebbene il Consiglio Europeo lo avesse accettato senza problemi. I motivi sono tra i più disparati: primo fra tutti quello riguardante il Partito Conservatore che ha visto il backstop come collegamento con l’UE, nonostante ci fossero anche sostenitori dell’accordo; il Partito Laburista aveva opinioni diverse ma con un obiettivo comune: i bremainers sostenevano che fosse meglio restare nell’Unione, mentre i brexiters erano d’accordo con la Brexit, ma generalmente contro la May, per questo hanno votato contro; il Partito Unionista Democratico è pro May, a favore di una soft brexit, nonostante ciò, sono dei sostenitori dell’unione tra Gran Bretagna e Irlanda dal momento che a loro avviso il backstop, se mal gestito, avrebbe potuto comportare gravosi controlli sulle merci al confine commerciale tra Irlanda del Nord e Gran Bretagna; un trattamento differente per gli irlandesi, per un partito unionista, è inaccettabile. Per questo ha votato contro l’accordo.

La questione per il Partito Nazionale Scozzese è abbastanza simile: sono scozzesi indipendentisti ed europeisti e ritengono che il backstop per la sola Irlanda del Nord sia un trattamento di favore, dal momento che anche gli scozzesi avevano votato in maggioranza per il “remain”.

I LibDem sono semplicemente contro la brexit, vorrebbero dare la possibilità di scelta agli inglesi tra l’accordo della May e il “remain”, se non proprio un secondo referendum.

Il tempo passa, la May ripropone l’accordo, ma viene di nuovo rifiutato, l’economia inglese precipita e diverse multinazionali spostano le loro sedi da Londra a qualche altra nazione europea; fra queste ci sono: Sony, Panasonic, Dyson e varie banche.

Alla fine arriva il 29 marzo 2019, la data stabilita per uscire dall’UE, ma per evitare il “no deal”, il Parlamento Europeo la posticipa in un primo momento al 12 aprile, per poi spostarla al 31 ottobre, data ormai prossima.

Perchè l’UE ha voluto evitare il “no deal”?

Il motivo è piuttosto semplice: prima di tutto il commercio e l’immigrazione diventerebbero molto più complicati, in secondo luogo, l’Inghilterra costituisce l’8% dell’economia dell’Unione Europea, senza contare che la borsa più potente d’Europa ha sede proprio a Londra.

Il giorno dopo la posticipazione al 31 ottobre, la May si dimette dalla carica di primo ministro, che resta vacante fino al 23 luglio, quando viene eletto Boris Johnson (ex giornalista fraudolento del “The Daily Telegraph “ ed anti-europeista)

A fine agosto, precisamente il 29/08/2019, Johnson ha chiuso la Camera, o almeno, ci ha provato sebbene il 25 settembre sia stata riaperta contro il suo volere.

Per come si sta ponendo il nuovo primo ministro, vista la data imminente del 31 ottobre, pare ovvio a tutti che non abbia alcuna intenzione di cercare un accordo, anzi, sembra quasi stia cercando di perdere tempo; c’è il rischio che il tutto termini con il “no deal”, il che, come detto prima, scatenerebbe enormi problemi per il commercio, per gli inglesi sparsi in Europa e per i cittadini dell’UE residenti in Inghilterra, che fin’ora si sono avvalsi della cittadinanza europea.

Daniele Avelluto