Una guerra “fredda”, ma è in Medio Oriente

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Iran-vs-Arabia-SauditaNonostante questo titolo possa sembrare l’inizio di una fallimentare serie TV sulla guerra fredda ambientato nel Vicino Oriente, si tratta purtroppo di un conflitto che affligge le vite di milioni di persone della regione. Partiamo delle basi: nel 1979 lo Shah d’Iran Mohammad Reza Pahlavi viene deposto da quella che è oggi nota come la rivoluzione islamica.

Il potere viene immediatamente ereditato dall’Imam Khomeini che trasforma immediatamente lo stato persiano da uno tutto sommato tollerante nei confronti della libertà di culto e piuttosto liberale per quanto riguarda certe posizioni del Corano, in uno totalmente intransigente per quanto concerne le regole, ormai vecchie di secoli, contenute nel Corano; diventando così una sorta di teocrazia. La neonata repubblica islamica d’Iran comincia quindi ad intraprendere una politica estera aggressiva ed espansionista nei confronti degli altri stati a maggioranza islamica, spacciandosi per il “vero stato islamico che distruggerà gli infedeli”.

Se da una parte abbiamo l’Iran, dall’altra troviamo il Regno d’Arabia Saudita che, a causa della rivoluzione in Iran, fu costretto ad inasprire le sue politiche interne ed esterne. Nonostante questo conflitto possa sembrar nato per cause prettamente politiche, esso affonda le sue radici nella scissione ideologica avvenuta moltissimo tempo fa all’interno della fede islamica tra i Sunniti (maggioranza solamente in Iran) e gli Sciiti (maggioranza nel resto del mondo arabo), che ormai da secoli si combattono senza tregua e pietà.

Infatti la maggior parte dei conflitti che vediamo in Medio Oriente sono dovuti al conflitto d’interesse tra l’Iran e l’Arabia Saudita, ad esempio l’odierna guerra civile i Yemen è diretta conseguenza del conflitto tra i due paesi, come lo è l’instabilità politica e civile in Siria ed Iraq. In sintesi i due stati stanno finanziando, sia militarmente che economicamente, diversi gruppi che cercano di destabilizzare il governo del paese in cui si trovano.

L’esempio più lampante di questa destabilizzazione si può riscontrare nella guerra scoppiata nel 1980 tra l’Iraq, al tempo comandato da Saddam Hussein, e lo stesso Iran; in questo caso il conflitto fu scatenato dagli iracheni per cercare di fermare il crescente malcontento (indotto dall’Iran) che rischiava di guadagnare consensi e di rovesciare il regime totalitario dello stato. Tuttavia non andò esattamente come Saddam pensava e, dopo 8 anni di cruenti combattimenti sulle aspre alture ed altipiani della Persia occidentale, Baghdad fu costretta a chiedere la pace e firmare un trattato con l’Iran. Il tempo passa e Khameini lascia, almeno formalmente, il potere, in Arabia Saudita viene stretta una sorta di entente cordiale con gli Stati Uniti d’America, mentre in Iran i politici cominciano ad affiliarsi, più o meno evidentemente, alla Federazione Russa; ma l’Iraq fu solo l’inizio.

Nel 2012 all’interno della dittatura in Siria cominciano i malcontenti e le dimostrazioni di piazza, alle quali il governo (guidato da Bashar al-Assad) risponde con i mitragliatori ad altezza d’uomo, dando inizio a quella che oggi è nota come la guerra civile siriana. L’Iran, come volevasi dimostrare, si schiera immediatamente a favore di Assad, rifornendolo di armi ed intelligence, l’Arabia ovviamente prende le fila dello schieramento contrastante rifornendo anch’esso di informazioni ed armamenti (prodotti in America).

Tuttavia la situazione sfugge di mano e quello che già era un bagno di sangue viene trasformato in quasi un genocidio di massa, per via della nascita dello “Stato Islamico della Siria e del Levante” o ISIL. Esso è uno stato che si proclama come “il vero stato islamico che distruggerà gli infedeli”, già sentita?

Questo stato si dimostrò talmente estremista e talmente cruento che nemmeno gli iraniani gli si vollero affiliare, anzi lo condannarono pure, e anche il fatto che perfino Al-Qaeda parlò male e si dissociò dall’ISIL la dice lunga sulle loro idee. Lo stato islamico prende subito territori nel Nord Est della Siria e nel Nord dell’Iraq, o almeno di quello che ne rimaneva dopo la seconda guerra del golfo.

Mentre la situazione politica, economica e sociale in Siria si butta, più o meno letteralmente giù da una rupe, lo Yemen sta per implodere ingloriosamente. Da una parte infatti troviamo gli Houti, popolazione che abita nell’Ovest della nazione e sostenuti dall’Iran nello scontro con il governo yemenita, e dall’altra ci troviamo gli Hadi, maggioranza della nazione, del governo e del territorio; essi godono del supporto dell’Arabia Saudita.

Insomma, tutti gli ingredienti necessaria per una guerra civile degna di nota e particolarmente sanguinaria; e così è stato. Sullo Yemen fu imposto un duro regime di bombardamenti e battaglie per mano dell’Arabia Saudita e tramite equipaggiamenti militari americani, inasprendo così la già dura vita degli yemeniti, che già subivano gli effetti della desertificazione e della siccità ma che cominciarono a dover fare i conti con l’instabilità politica ed economica.

Tutt’ora nel piccolo stato del golfo sta perdurando una grande carestia che viene definita come la peggiore del mondo e che sta mietendo morti a quasi la stessa velocità della guerra.

Per concludere quindi, almeno nella mia opinione, questa disputa è, e continuerà ad essere, un grande flagello per la vita delle milioni di persone che abitano nella regione. Nonostante la situazione non sembra essere delle più favorevoli, specialmente dopo l’intervento dell’esercito turco nei territori curdi, ci sono tutte le condizioni a favore di un miglioramento della vita e del PIL pro capita; come ad esempio il fatto che la Siria sembra muoversi, anche se molto lentamente verso una sorta di stabilità politica e i combattimenti in molte zone stanno giungendo al termine, anche la Turchia ha recentemente accettato la richiesta americana di un “cessate il fuoco”. Quindi il lavoro fatto è già tanto, ma la strada verso la pace e la crescita economica è ancora molto lunga e richiederà molti sforzi.

Francesco Mottino