A tu per tu con Omid Tofighian, per conoscere Behrouz Boochani

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tof_bboIl 26 novembre i ragazzi dell’Umberto I hanno incontrato Omid Tofighian, il traduttore del romanzo autobiografico “Nessun amico se non le montagne” di Behrouz Boochani. Perseguitato come dissidente politico in Iran, Behrouz, giornalista e attivista curdo, è stato confinato per cinque anni sull’isola di Manus, campo profughi gestito dal governo australiano. Inviando messaggi clandestini in lingua farsi a Omid, Behrouz è riuscito a raccontare a tutto il mondo le condizioni terribili dei rifugiati, costretti in veri e propri centri di detenzione, e a vincere nel 2019 il Premio Victorian e il National Biography Award. I redattori di UmberTimes, di fronte al pubblico di un’Aula Magna strapiena, si sono fatti raccontare nei dettagli tutta la storia.

Com’è iniziato il rapporto con Boochani?

Lavoro da circa 20 anni con le associazioni umanitarie che aiutano i migranti e mi sono sempre documentato sull’argomento. Un giorno ho letto sul Guardian un articolo di un uomo di nome Behrouz Boochani che era imprigionato a Manus, un’isola in Papa Nuova Guinea. L’articolo era pieno di concetti filosofici e mi ha davvero colpito, nel profondo del cuore. Sono rimasto impressionato dalla sua espressività e ho immediatamente voluto contattarlo attraverso Facebook. A Manus poteva disporre di una connessione Wi-Fi pessima, ma fortunatamente è riuscito a leggere il mio messaggio. Non mi aspettavo certo una risposta, invece l’ho ricevuta: Boochani mi ha ringraziato e abbiamo cominciato una lenta conversazione. Mi ha detto che stava vivendo un incubo terribile da cui voleva svegliarsi presto. Mi ha successivamente mandato un articolo da tradurre e io mi sono trovato bene a lavorare con lui, quindi l’abbiamo rifatto molte volte. Così è nata la nostra connessione. Perché l’ho fatto? Ho tradotto questo libro perché credo nell’uguaglianza e nella giustizia e volevo condividere questi valori con le generazioni future. Chiunque abbia fede nella giustizia e nella libertà può fare qualcosa per aiutare chi non ha le nostre stesse possibilità. Se si crede davvero in una causa si può cambiare il mondo.

Questo libro è anche una descrizione di come i campi per rifugiati funzionano: in realtà, sono vere e proprie prigioni. Questi campi non sono solo nel Pacifico, ma anche vicino all’Europa. Ne siamo consapevoli? È diffusa la credenza che il migrante sia pericoloso e che quindi debba essere tenuto in prigione. Perché questo libro è così importante? Perché descrive l’immigrazione da un punto di vista differente che è diverso rispetto a quello dei media: un immigrato non può essere un prigioniero, il suo diritto alla libertà non può essergli sottratto solo perché sta provando ad avere un futuro migliore in un altro paese. La testimonianza è la chiave: dobbiamo guardare con occhio critico che cosa i media ci mostrano. I campi per rifugiati sono sovraffollati. Che cosa significa aspettare ore ed ore per usare un bagno o avere del cibo? Proviamo a pensare a questo”.

Quanto tempo ci avete impiegato a scrivere il libro? Quali ostacoli avete dovuto affrontare?

Mi servirebbe scrivere un libro intero solo per rispondere a questo. È molto complicato. Ho tradotto i suoi articoli per quasi un anno prima di iniziare a lavorare al libro. Quando Boochani lo ha scritto era ancora nella prima prigione. Ci sono stati molti problemi, in effetti: un pessimo Wi-Fi e diversi cellulari sequestrati. Tutto questo non fa che rendere la sua opera ancora più preziosa. Abbiamo lavorato al libro dal dicembre 2016 al dicembre 2017. Quando iniziai a tradurre il primo capitolo, Boochani stava ancora scrivendone la parte centrale e quando io arrivai a tradurre i capitoli a metà, lui scriveva la fine. La mia traduzione trasformava il suo libro e il suo stile di scrittura trasformava il mio. Tutto questo è estremamente affascinante. C’è una cosa che volevo farvi notare: il 21 ottobre 2017, dopo quattro anni e mezzo, il governo australiano fu costretto a chiudere le prigioni perché erano illegali e anticostituzionali. Che cosa ne fecero dei prigionieri quindi? L’idea era quella di spostare i rifugiati in altre zone dell’isola, di portarli da una prigione all’altra. Loro, però, rifiutarono di muoversi, volevano la libertà, niente di più, non cibo migliore, non migliore sanità. Rimasero nella prigione per 23 giorni, e il governo australiano tentò di convincerli tagliando tutte le risorse necessarie alla sopravvivenza, ma non fu sufficiente, i prigionieri non si mossero: protestarono pacificamente e mostrarono al mondo una nuova comunità basata sull’uguaglianza e sull’amore. Il governo fece persino intervenire le forze armate, ma non servì a niente, non riuscirono a piegarli. Boochani stava scrivendo l’ultimo capitolo del suo libro durante questi avvenimenti. Stava aspettando che tutti i problemi finissero in modo da poter concludere la sua opera. È diventato famoso per quei 23 giorni. Ha scritto il libro per tutti gli immigrati del mondo, ha trasmesso un grande messaggio, con le sue parole: quando le persone sono sotto pressione, può accadere loro qualcosa di speciale, questo sistema può essere applicato in ogni paese, anche contro di noi. Dovremmo renderci conto della verità sulla nostra società. La storia di Boochani ci fa capire quanto siamo fortunati, quanto fondamentale possa essere il nostro intervento. Il libro e il lavoro che abbiamo fatto è per tutti quelli che sono imprigionati da qualche parte. Il sistema lì descritto è quello usato anche dallo stesso governo australiano: esso prova a distruggere la resistenza di piccoli gruppi attraverso la violenza. I metodi usati hanno funzionato per i prigionieri e ora sono sperimentati sulla popolazione “normale”. Violenza contro le donne, contro i poveri… i terribili metodi sono tuttora introdotti anche nella società australiana. La colpa è di coloro che vogliono arricchirsi attraverso questi metodi. Ciò di cui stiamo parlando in realtà è soldi e capitalismo: potremmo essere noi le prossime vittime, o magari lo siamo già.

Ha mai incontrato di persona mr Boochani, o è mai stato sull’isola di Manus?

Sapevo che questo libro avrebbe avuto un impatto su tutto il mondo, quindi volevo conoscere la realtà in esso rappresentata in ogni dettaglio. Nell’agosto del 2017 il 70% del libro era completo. Decisi di andare a visitare l’isola in modo da poter controllare che tutto fosse corretto insieme a lui. Proprio in quel periodo la prigione era stata dichiarata non a norma, i prigionieri erano liberi e quindi l’incontro con Boochani fu possibile. L’isola di Manus è imprevedibile. Il giorno in cui sono arrivato il corpo di uno dei rifugiati fu trovato nella foresta, percosso e con una catena stretta attorno al collo. Alla fine, nonostante l’imprevisto, riuscimmo ad incontrarci e continuammo a lavorare insieme. In quell’occasione, abbiamo stretto una grande amicizia. Sono stato altre tre volte sull’isola. La quarta volta, le autorità australiane si sono rifiutate di farmi entrare. Ora sono sulla lista nera, sono stato bandito dal paese.

Pensa che gli australiani abbiano qualche responsabilità per quello che è accaduto a Boochani?

Chiunque abbia votato per l’attuale governo è responsabile. Però è troppo facile incolpare tutti. La colpa è principalmente dei media: hanno creato un’immensa propaganda che dura da 20 anni, e i politici li pagano affinché ciò avvenga. Sono riusciti a convincere le persone che i rifugiati sono pericolosi. Le persone non la penserebbero così se non fosse per la propaganda. L’educazione delle nuove generazioni è fondamentale. La scuola deve formare delle menti critiche che non credano a tutto ciò che viene detto. Bisogna guardare come la struttura funziona, bisogna ricostruirla. Bisogna cambiare i modi in cui le persone vengono educate e cresciute, non concentrarsi sulla colpa individuale.

Non possiamo capire il libro se non si conosce la colonizzazione, che ha portato crudeltà e barbarie. È fondamentale anche conoscere la storia dell’Australia. Quello che leggiamo nel libro è qualcosa che non è nuovo e che il governo ha sempre fatto e che tuttora fa. Un esempio sono gli immigrati italiani che scappati dal fascismo si sono trasferiti in Australia: tutto ciò che hanno ricevuto è stato la privazione della libertà. Su di loro sono state diffuse false credenze dal governo e da chi guadagnava.

Ha mai dovuto affrontare problemi con la censura?

Nei primi quattro anni, Boochani ha dovuto nascondere il suo lavoro e non era autorizzato a tenere un telefono. Ha scritto gran parte del libro quando sotto la minaccia delle guardie nella prigione, nello stesso momento in cui tutto accadeva. Quando il governo australiano si rese conto della popolarità di Boochani, non cercò mai di nascondere ciò che stava accadendo: l’Australia vuole che il mondo sappia quanto terribili siano le condizioni delle prigioni perché vuole che gli immigrati smettano di venire. Non può neanche raccontare la verità però, perché sarebbe pericoloso per il governo. Nessuno ne parla. I politici sono terrorizzati. Scrivere il libro ha imprigionato lo stesso governo australiano. Questo è un fatto “epico”.

A cura di Isabella Scotti