Parità di genere? Non ancora.

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Parità di genereLa parità dei sessi non esiste (ancora) e gli ambiti che lo dimostrano sono tanti: lavoro e salari, casa e ufficio,  relazioni, sport, carriera, salute. Chi dice che ci sono pari opportunità per tutti sbaglia. Viviamo in un mondo maschilista, e affermare il contrario significa ignorare la realtà dei fatti oppure, in malafede, nasconderla. Non ci sono altre spiegazioni. Le differenze tra i modi in cui uomo e donna vengono trattati è tangibile tutti i giorni e praticamente in ogni ambiente.

Partiamo subito con un esempio, tra l’altro molto recente: Amadeus, conduttore di Sanremo 2020, ha presentato, in occasione dell’imminente festival, una delle sue colleghe con una frase piuttosto infelice. “Sono contento, Francesca (Novello) è una sorta di scommessa personale, ero curioso, questa ragazza molto bella sappiamo essere la fidanzata del grande Valentino Rossi, ma è stata scelta da me perché vedevo la capacità di stare vicino a un grande uomo stando un passo indietro; malgrado la sua giovane età è una modella promettente destinata ad avere un grande successo”. Queste parole sottintendono quindi che la Novello è stata scelta per il ruolo di “co-conduttrice” al Festival di Sanremo non per qualità personali – tranne l’aspetto fisico, s’intende – ma per il suo essere una donna che sa stare “vicino ad un grande uomo stando un passo indietro”? Così sembrerebbe. Il commento non lascia in realtà molte finestre d’interpretazione, nonostante il tentativo di Amadeus di far cadere la faccenda sotto l’etichetta del fraintendimento. La donna viene presa in considerazione in base alla “grandezza” dell’uomo con cui ha una relazione. La femmina dipende dal maschio. Non è forse questa un’idea diffusa ampiamente ancora oggi? Idea alla base di un mondo maschilista. Ovviamente, il “caso Amadeus” è solo una delle dimostrazioni, a volte molto meno eclatanti, delle disparità ancora presenti nella nostra società. Oltre ai commenti sessisti in pubblico, ci sono altri esempi. Primo tra tutti: le ore di lavoro. Secondo il Rapporto europeo sulla parità di genere del 2019, è due volte più probabile che sia un uomo ad allungare le ore di lavoro e che invece sia una donna a scegliere un incarico part-time, per potersi dedicare alla pulizia della casa e alla cura dei familiari, che siano figli o altri parenti. Le ore totali di lavoro, quindi, sono più o meno le stesse. Solo che, nel caso delle donne, le attività non sono retribuite. Risultato? Si lavora lo stesso tempo, ma le donne vengono pagate la metà degli uomini. È vero che, in molti di questi casi, si tratta di scelte personali ed è vero che spesso sono le donne a decidere spontaneamente di rimanere a casa. Tuttavia, scelte del genere sono il risultato di imposizioni antichissime. Imposizioni e idee che tuttora non influenzano solo le ore di lavoro, ma anche i salari. Secondo Eurostat, in Italia la differenza in busta paga fra uomo e donna è del 23,7% contro una media europea del 29,6%. La legge è uguale per tutti, i contratti pure, le paghe invece no. Si chiama gender pay gap: è la differenza che corre, a parità di mansione, fra lo stipendio di un uomo e quello di una donna. Il gap italiano risulta più basso rispetto alla media europea, questa però non è una consolazione. La misurazione, infatti, non tiene conto di molti altri fattori, come ad esempio il tasso di disoccupazione e il titolo di studio. Le donne che lavorano sono relativamente poche rispetto agli uomini. Basti guardare l’ambito giornalistico: nei quotidiani nazionali, nel 2018, ai vertici comparivano 166 uomini e solo 17 donne, anche se il numero di giornaliste raggiunge oltre il 40%. Non solo quindi le donne non vengono pagate quanto gli uomini, ma non vengono dati loro neanche ruoli direttivi.

Per di più, la disparità tra maschio e femmina esiste in ambiti di cui sappiamo poco o nulla. Nemmeno i manichini dei crash test, ad esempio, sono asessuati. Le auto, infatti, sono disegnate tenendo conto delle caratteristiche fisiche dei guidatori, non delle guidatrici. Nel mondo dello sport, poi, la situazione non è migliore. Nel calcio, le donne professioniste sono poche, le squadre femminili meno seguite rispetto a quelle maschili, e prese in poca considerazione, nonostante il successo del campionato mondiale di calcio femminile 2019. E se il riconoscimento del professionismo è l’obbiettivo delle calciatrici, la parità salariale è una vera e propria utopia. Elena Linari, unica professionista tra le 23 calciatrici dell’Italia al Mondiale, afferma in merito all’argomento: “Solo negli Stati Uniti le migliori giocatrici guadagnano quanto un buon calciatore in Europa. Il principio non è giusto, ma spetta anche a noi impegnarci ogni giorno perché il gradimento del nostro sport aumenti, facendo di conseguenza lievitare gli introiti provenienti da diritti tv, sponsor e biglietti. Se cresce il profitto cresceranno anche gli stipendi”.

La parità di genere, quindi, non esiste affatto e le pessime notizie non finiscono qui. Il World Economic Forum nel 2019 ha fatto un calcolo, valutando quanti paesi riusciranno a raggiungere la parità entro il 2030. Risultato del calcolo? Zero. Neanche in Europa, culla della civiltà, nemmeno paesi come Francia e Germania, i cui progressi fatti nel settore sono notevoli. Bisognerà aspettare più di 100 anni perché uomini e donne siano uguali non solo formalmente ma anche di fatto. I dati sono deprimenti, e ancora peggiore è il fatto che, secondo alcuni, la sottomissione della donna è cosa non solo approvata ma anche applicata senza contegno. Silvio Berlusconi, per il comizio di Tropea a sostegno di Jole Santelli, candidata del centrodestra in vista delle elezioni regionali in Calabria, presenta la collega in questo modo: “Conosco Jole Santelli da 26 anni, non me l’ha mai data”. La Santelli, secondo Berlusconi, è una donna rispettabile perché non ha mai “ceduto” al fascino dell’uomo potente. Ancora una volta, le doti di una donna vengono sminuite e ancora una volta viene sottolineata la superiorità del maschio, determinante della rispettabilità femminile. La candidata infatti è degna di ammirazione perché non “l’ha mai data” a Berlusconi. Sorge però un dubbio. Vista la misera considerazione che l’ex presidente del Consiglio dei ministri ha di lei, perché mai la Santelli avrebbe dovuto “dargliela”? Berlusconi dovrebbe solo vergognarsi, per questa e per tutte le altre sue battute sessiste. Un uomo politico non dovrebbe permettersi di fare affermazioni del genere. L’essere rappresentanti di un governo – o, più in generale, l’essere personaggi pubblici – non ha mai fermato nessuno, però, dei machisti al potere, in Italia come all’estero. Salvini, Trump, Putin, Erdoğan sono tutti sulla stessa linea di pensiero per ciò che riguarda le donne. Il presidente americano è stato definito addirittura “sex offender in chief”, il criminale sessuale in capo, ed è più volte stato accusato di aggressione sessuale. La voce delle vittime, tuttavia, viene messa spesso a tacere, sia a causa della campagna elettorale, sia per proteggere l’immagine pubblica del presidente.

Il problema della violenza sulle donne non è una bufala, è molto serio e i numeri sono preoccupanti: in Italia, secondo i dati dell’Istat, il 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni ha subito una violenza fisica o sessuale durante la propria vita. Ha subìto violenze fisiche o sessuali da partner o ex partner il 13,6% delle donne, mentre il 12,3% subisce minacce, l’11,5% è spintonato o strattonato, il 7,3% è oggetto di schiaffi, calci, pugni e morsi. Nel 2017 ci sono stati 123 femminicidi: quasi uno ogni tre giorni. Come scrive Lilli Gruber nel suo libro Basta! – Il potere delle donne contro la politica del testosterone, “Non può essere colpa delle donne se il 50% è oggetto di molestie sessuali sul lavoro nell’Unione europea, l’80% in Cina. Non può essere colpa delle donne se il 96% degli omicidi nel mondo è commesso da uomini. La violenza è colpa dei violenti, non dei violentati”. Si tratta di qualcosa che deve essere limitato. Si tratta di qualcosa che non può continuare per nessuna ragione.

Quindi, donne di tutto il mondo, eliminiamo le disparità. Una società che chiede di restare a casa a pulire, a prendersi cura dei figli e del marito, che discrimina, impone, esclude, mortifica individualità e corpo, e anche così profondamente maschilista come quella in cui viviamo, non è una società che meriti di essere conservata, ma cambiata. E il cambiamento deve partire da noi, perché, come afferma un proverbio cinese, le donne sostengono la metà del cielo.

Isabella Scotti