Bad Food, Bad Life. Gli affari sporchi della Nestlé.

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NEGT - nestlèNestlé è un’azienda multinazionale molto conosciuta e attiva nel settore alimentare ovunque nel mondo. Fondata nel 1866 dal farmacista Henri Nestlé, l’azienda ha oggi la propria sede in Svizzera e un giro d’affari di 87 miliardi euro nel 2018. Nel 2015 contava 468 fabbriche in 194 paesi per un totale di 340.000 impiegati. Ogni mese più di un miliardo di persone comprano un prodotto Nestlé, anche se non sempre se ne rendono conto: il nome infatti non è sempre riportato sulla busta, perché questa multinazionale possiede diverse imprese controllate come Nesquik, Nescafé, S. Pellegrino, Mövenpick o After Eight.

Nel 1974 il giornalista Mike Muller pubblicò un report con il titolo scioccante “The Baby Killer”, in cui spiegava come Nestlé causasse la morte di tanti neonati in Africa commercializzando una polvere alimentare che sostituiva il latte materno. Per pubblicizzare il proprio prodotto, l’azienda aveva fatto vestire delle donne da infermiere che poi insegnavano alla popolazione che il latte in polvere della Nestlé sarebbe stato meglio del latte materno per lo sviluppo dei bambini. Queste però non dicevano anche che se un bambino si abitua al latte in polvere poinon si riesce più ad allattarlo naturalmente, perché il latte materno si esaurisce. Così era successo che, quando le famiglie non avevano più soldi per il prodotto di Nestlé, i loro bambini morivano letteralmente di fame. Era accaduto anche che le mamme spesso avessero sciolto il latte in polvere in acqua inquinata, e anche questo aveva provocato la morte di molti bambini. Secondo il report di Muller i bambini morti a causa del latte artificiale sarebbero stati decine di migliaia. Un giudice appurò che tutte queste informazioni erano veritiere, così come portò alla luce un sistema di tangenti che coinvolgeva medici e personale sanitario. Un ex dipendente Nestlé del Pakistan, Syed Aamir Raza, potè dimostrare attraverso i propri registri di lavoro quotidiani che si trattava di una vera e propria organizzazione criminale.

Una delle attività più lucrative di Nestlé è la vendita di acqua in bottiglia, per un giro d’affari di 6,2 miliardi di euro. Nestlé possiede 77 marche di acqua, il 17% del mercato globale. Poiché si tratta di un bene prezioso, l’azienda ha acquistato i diritti sull’acqua in vari paesi, ma soprattutto in quelli in cui ce n’è carenza, come il Pakistan o il Sudafrica. In questi paesi le fonti, pressoché unico accesso ad acqua pulita per la popolazione, sono diventate così proprietà privata. A causa di ciò il livello delle acque sotterranee si è abbassato e anche negli altri pozzi rimanenti l’acqua è venuta a mancare. L’acqua venduta di Nestlé è troppo costosa per gli abitanti del posto, che finiscono così con il bere l’acqua contaminata che resta. Come dimostra il film “Bottled Life”, in Pakistan la Nestlé ha prelevato così tanta acqua per il proprio commercio che le sorgenti della zona si sono esaurite. Tutto ciò perché la vendita dell’acqua è molto redditizia:un’autobotte costa 10$, mentre la stessa quantità d’acqua venduta in bottiglia rende 50.000$. L’azienda si giustifica dicendo che lo fa perché noi, i consumatori, vogliamo così. In effetti, convinti dalla pubblicità, noi pensiamo di aver bisogno di comprare qualcosa che abbiamo già a casa nostra quasi gratuitamente. Con il denaro di tre bottiglie d’acqua di “Pure Life” si potrebbero comprare migliaia litri di acqua dell’acquedotto: si può parlare di un vero e proprio furto d’acqua. L’acqua è diventata per le aziende una risorsa come il petrolio o il ferro, anche se l’accesso ad essa nel 2010 è stato dichiarato dalle Nazioni Unite un diritto dell’uomo. Il problema è che questa risoluzione non è però obbligatoria per gli stati.

L’utilizzo di manodopera minorile è un fatto molto diffuso nell’agricoltura mondiale, in particolare nella produzione di cacao e caffè. Non sorprende che la Nestlé sia coinvolta anche in questo. Nonostante le normative a cui le aziende dichiarano di attenersi, tanti bambini lavorano nei campi di cacao anche utilizzando machete, strumento teoricamente proibito ai minorenni. È stato dimostrato che a causa di ciò 414 000 bambini hanno subito gravi lesioni nelle piantagioni di cacao della Costa d’Avorio. A causa di una mancanza di forza lavoro, infatti, spesso trafficanti rapiscono i bambini da paesi come il Burkina Faso per farli lavorare nelle piantagioni della Costa d’Avorio e qui essi vivono e lavorano come gli altri contadini, cioè in condizioni di schiavitù.

Nel 2005, l’International Labor Rights Fund (ILRF) ha lanciato una campagna contro la Nestlé per non aver mantenuto la promessa di porre fine al lavoro minorile nelle proprie piantagioni di cacao in Africa occidentale. Nel 2012, la Fair Labor Association (FLA) ha nuovamente trovato prove del fatto che ci sono ancora casi di lavoro minorile in piantagioni che riforniscono anche Nestlé. In seguito a varie raccomandazioni, l’azienda ha prodotto un Codice Fornitori da distribuire agli oltre 20.000 agricoltori coinvolti nell’iniziativa di sostenibilità di Nestlé, il Nestlé Cocoa Plan. In realtà la situazione non è migliorata: nel 2014 circa 2,26 milioni di bambini tra i 5 e i 17 anni lavoravano nella produzione di cacao in Ghana e in Costa d’Avorio; il 90% di essi svolgeva il lavoro più duro e pericoloso, trasportando pesanti sacchi di fagioli e acqua o raccogliendo i baccelli con i machete.

Ci sono diverse organizzazioni che lavorano per promuovere provvedimenti contro la manodopera minorile, che insegnano ai contadini l’importanza dell’educazione dei bambini nelle scuole e ne costruiscono anche di nuove. Tuttavia non sempre le cose funzionano. A Boignykro nella Costa d’Avorio, per esempio, nel 2009 è iniziata la costruzione di una scuola, con il sostegno della Caritas internationale e dell’ICI, la International Cocoa Initiative. Gli abitanti del villaggio hanno sostenuto quasi la metà dei costi, che ammontano a 10.000 €. Quattro anni dopo l’inizio dei lavori, tuttavia, non è ancora stata pagata la quota promessa di 6000 €. Anche la costruzione dell’edificio non è stata terminata: mancano le finestre, il tetto e il pavimento in realtà è costituito da erba e cespugli. Adesso esiste soltanto la scuola costruita dagli abitanti per 500 bambini, che però non basta: i bambini del villaggio che devono frequentare la scuola sono il doppio. Le lezioni sono gratuite, ma i genitori devono pagare da soli i libri, le penne e i quaderni e, con un reddito annuo di circa 700€, questo per molti di loro è un costo insostenibile. Progetti come questo, che non vanno poi a buon fine, esistono dappertutto in Africa perché manca un vero controllo.

L’olio di palma usato dalla Nestlé (per esempio per produrre il KitKat) proviene tuttora da piantagioni indonesiane. Per lasciare spazio a tali piantagioni vengono disboscate le ultime foreste tropicali del paese: le piante infatti raramente vengono coltivate in spazi aperti, perché il suolo della foresta pluviale è più fertile; il legno prodotto dal diboscamento inoltre viene venduto con grandi profitti.

Sinar Mas, il più grande produttore di olio di palma dell’Indonesia e fornitore della Nestlé, per anni si è rifiutato di fermare la deforestazione e nella “Tavola rotonda per l’olio di palma sostenibile” (RSPO) ha ripetutamente bloccato le iniziative che andavano in quella direzione. Questo fornitore, che attualmente possiede 406.000 ettari di piantagioni di palme da olio, viola gli standard internazionali e la legge indonesiana, è coinvolto in conflitti territoriali, sta disboscando preziose foreste pluviali in aree dove si trovano gli oranghi e ha piani di espansione massiccia. Senza parlare dell’utilizzo di manodopera minorile e di condizioni di lavoro da schiavi a cui sottopone i propri dipendenti.

Gli effetti della deforestazione sono la distruzione della foresta pluviale, l’estinzione di specie protette e il riscaldamento globale. Queste foreste infatti costituiscono l’habitat naturale di tanti animali considerati a rischio e iscritti nella Lista rossa dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) come gli oranghi, le tigri di Sumatra, i rinoceronti e gli elefanti. Inoltre le foreste in generale sono serbatoi naturali di ossigeno e imprigionano oltre 300 miliardi di tonnellate di carbonio in tutto il mondo. In Indonesia ogni ora viene dissodata un’area grande come 300 campi di calcio, che vuol dire 1,87 milioni di ettari di foresta ogni anno. Per evitare nuovi danni alle foreste tropicali e ai loro abitanti, nel maggio 2010 l’organizzazione non governativa Greenpeace ha promosso la campagna “Nestlé – Dare una pausa all’orangutan” che sembrava aver prodotto qualche risultato; tuttavia il nuovo rapporto di Greenpeace “Quanto è distruttivo il consumo di olio di palma di Nestlé per la foresta pluviale e il clima” dimostra che la multinazionale continua a utilizzare l’olio di palma del produttore Sinar Mas in prodotti noti come KitKat, Nestlé Crunch, CoffeeMate e PowerBar.

Altri ambiti in cui la Nestlé è stata sottoposta a pesanti critiche sono quello della manipolazione genetica e quello della sperimentazione animale con lo scopo di migliorare i prodotti.

Per quanto riguarda il primo, nell’estate del 1999 la Nestlé è stata costretta a ritirare dal mercato la barretta di cioccolato Butterfinger a causa del continuo boicottaggio da parte dei consumatori promosso da Greenpeace. Questa barretta era intesa infatti come una sorta di prova per la commercializzazione di alimenti geneticamente modificati.

Per quanto riguarda invece la sperimentazione sugli animali, la Nestlé in ambito cosmetico testa prodotti a base di Botox (botulino) ricorrendo a questo tipo di pratiche. Il veleno viene iniettato nella cavità addominale di topi per determinare la dose a cui metà degli animali muore: la tossina prodotta dai batteri paralizza i muscoli respiratori e i topi soffocano dolorosamente. Secondo una ricerca dell’Associazione Medica, solo in Europa almeno 350.000 – 400.000 topi devono soffrire e morire per le iniezioni di Botox e in tutto il mondo questa cifra è sicuramente molto più alta. La sperimentazione animale è usata dalla multinazionale anche in campo alimentare: per esempio per il tè freddo Nestea vengono fatti dei test su topi, ratti e altri animali.

Non solo. A causa di Beneful, un cibo per cani venduto negli USA dalla impresa controllata di Nestlé Purina, centinaia di cani sono morti per insufficienza epatica. Una perizia ha trovato arsenico, piombo, propilene, glicole di grado industriale e tossine della muffa nel cibo. L’unica azione della Nestlé è stata offrire ai proprietari di cani soldi in cambio del silenzio.Uno scandalo simile era già scoppiato nel 2005, quando in Venezuela erano morti centinaia di gatti e cani a causa di sostanze tossiche contenute nel mais del mangime. In questo caso Nestlé apparentemente non risultava coinvolta in quanto i test dei prodotti erano affidati al suo sub fornitore (che aveva falsato i risultati).

Anche se Nestlé ha ammesso di aver commesso errori parziali nel passato, le cose non sono cambiate. Però si deve sempre ricordare che Nestlé non è l’unica azienda che tollera o provoca violazioni dei diritti umani per un maggiore reddito. Sembra che nel capitalismo i soldi siano più importanti delle vite degli uomini. L’unica cosa che si può fare conte le multinazionali è dimostrare che noi, i consumatori, non vogliamo i loro prodotti. Esistono già progetti di boicottaggio ma finora non sono tanto popolari. Dobbiamo far capire a tutti che non possiamo andare avanti sfruttando a dismisura tutte le risorse, anche quelle umane, del nostro mondo.

Daniela Negt, corrispondente dal Germania