La parola a Calabresi

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Il direttore de La Stampa, Mario Calabresi

Il direttore de La Stampa, Mario Calabresi

Nell’ambito del progetto “Adotta uno scrittore”, che l’anno scorso ha visto ospite della nostra scuola Michela Murgia, la IVD ha cominciato una serie di incontri con il direttore de La Stampa Mario Calabresi, un viaggio nella cultura italiana degli ultimi decenni del secolo passato. Un percorso per  aprire un nuovo sguardo sul futuro e per reinventarsi come italiani. Ovviamente, non potevamo perdere l’occasione di fargli qualche domanda …

 

In un Paese come il nostro, che potremmo definire un Paese del non-detto sotto molti aspetti, la figura del giornalista si trova spesso a portare avanti vere e proprie inchieste. Crede che sia corretto avvicinarla, come spesso avviane agli occhi dell’opinione pubblica, a quella del magistrato?

L’idea del controllo sarebbe alla base del giornalismo. Negli Stati Uniti le scuole di giornalismo insegnano che il giornalista dovrebbe essere il “cane da guardia del potere”, non nel senso che sta dalla parte del potere quasi per fare da guardiano, ma con l’idea proprio di controllare il potere stesso per conto dei cittadini. Questa sarebbe la sua funzione e io ritengo che negli ultimi anni i giornalisti abbiano preso più coraggio nel fare le pulci ai politici e ai potenti. Certo non è un caso che ci siano stati ultimamente tentativi di fare leggi per ridurli. È importante però anche sempre tenere presenti i contesti delle cose, tante notizie possono sembrare pazzesche, ma bisogna avere ordini di grandezza per fare i paragoni. Io penso che i giornali abbiano fondamentalmente due responsabilità: quella di tirare fuori, di dire “ecco come hanno speso i nostri soldi, ecco cosa ne fanno i politici, cosa si fa o non si fa con questi soldi”, ma anche quella di dare un quadro generale perché ciascuno possa farsi un’idea e avere le giuste dimensioni per comprenderlo.

Oggi molte testate giornalistiche sono schierate, ritiene che sia più importante che un giornale tenti sempre di rimanere imparziale o che esprima chiare prese di posizione (sacrificando l’obbiettività)?

Prendere posizione innanzitutto non significa essere schierati. Il giornale che dirigo, La Stampa, prende posizioni ma non è schierato. L’ideale per me resta che i giornali si schierino su alcune battaglie, ma non siano schierati a priori, altrimenti diventano meno credibili. Soprattutto perché in questo modo la testata verrà letta e quindi ritenuta credibile solo da chi fa parte del suo schieramento,  mentre un giornale che ha ancora l’ambizione di parlare ai cittadini italiani in quanto cittadini, non ai cittadini di sinistra o cittadini di destra, di centro, di sopra o di sotto,  si rivolge a tutti dando notizie che siano valide per tutti, al di là degli schieramenti e delle ideologie. Questa secondo me è ancora la cosa più importante.

A breve uscirà un film “Romanzo di una strage”: in un’intervista a Pierfrancesco Favino emerge come l’episodio di piazza Fontana e gli altri episodi di terrorismo degli anni di piombo abbiano ucciso la speranza nel futuro, anche e soprattutto rispetto all’Italia del post guerra che all’uscita dal conflitto mondiale sperava in un futuro migliore …

Ho letto l’intervista e ho visto il film, ma trovo ci sia un errore nel messaggio: non mi convince del tutto. Se è vero che questo sentimento di sfiducia è stato tanto diffuso in quegl’anni e che oggi per una generazione come la vostra questi debbano essere considerati quali fatti storici di fondamentale importanza, da conoscere e di cui bisogna conservare memoria, d’altro canto non per questo la vostra voglia di futuro deve essere legata nel 2012 a quello che è successo nel 1969. Sarebbe ridicolo. È come se qualcuno del 1978 si fosse rifiutato di pensare al proprio futuro  perché c’era stato il fascismo! Voi dovete guardare all’Italia di oggi, dovete guardare fuori! Fuori dai vostri confini, al mondo com’è oggi e confrontarvi con quello. È molto più sano che voi vi interessiate di Occupy Wall Street e degli Indignados, per dire “ecco in che mondo viviamo, come si può cambiare”, piuttosto che pensare ancora ai modelli degli anni settanta.

Che importanza pensa possano avere le testate studentesche a livello scolastico e non solo?

Secondo me sono importanti per tre motivi: primo, per chi le scrive, perché vi spingono a confrontarvi fra voi,  a provare e sperimentare; secondo perché possono creare dibattito e stimolare il pensiero all’interno della scuola; terzo perché vi aiutano ad avere la sensazione di far parte dell’opinione pubblica nella società.

 

Federica Baradello (5F)

Eugenia Beccalli (5F)