English? Ma anche no!

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Picsart_22-11-11_15-52-24-670Le lingue si prestano e si scambiano termini volentieri e in continuazione. L’introduzione dirompente di termini di lingua inglese nell’italiano (e non solo) ha reso più semplice la comunicazione tra noi e il resto del mondo. 

Alimenti light, copyright, hotel, red carpet, weekend, vintage. Tutte parole che regolarmente usiamo, leggiamo e capiamo. O, ancora, device: quello dal quale state leggendo questo articolo.

Eppure un corrispondente italiano esiste: perché dunque usarle?

La risposta sta nei social e negli articoli di giornale, in cui si è soliti abusare di parole inglesi perché più accattivanti, ma anche nell’esterofilia tipica degli italiani. Inoltre, per fare in modo che chiunque potesse comunicare con gli altri, anche da parti opposte del globo, è diventata quasi necessaria l’adozione di una lingua comune e internazionale. L’inglese, che è la lingua dei più potenti colonizzatori della storia, quasi naturalmente si è rivelata la scelta più adatta, perché già parlata da miliardi di persone. Sempre più parole inglesi hanno quindi cominciato ad essere impiegate nelle realtà più varie, da quelle aziendali e quelle accademiche.

Ma questo arricchimento del nostro vocabolario è sempre positivo? Sostituendo le parole nostrane, che hanno una certa età, con parole inglesi, decisamente più giovani, non facciamo altro che ottenere una forma di comunicazione omologata, che ci fa dimenticare la bellezza e la ricchezza della nostra lingua, e che rappresenta un’enorme perdita sul piano culturale.

Inoltre le generazioni più anziane, cresciute con una lingua quasi del tutto incontaminata dall’inglese, potrebbero avere difficoltà non solo a comprendere la lingua giovanile, sempre più ricca di termini stranieri, se non addirittura di acronimi incomprensibili mutuati dal mondo dei social, ma anche tutte quelle parole diventate di moda con il Covid. In fondo, il “lockdown” potremmo semplicemente chiamarlo “serrata”, o addirittura potremmo evitare di inventarci parole che nemmeno esistono in inglese: a Londra, chi lavora da casa, non è in “smart working”, ma in “work from home”.

Che la lingua si evolva e apra le sue porte sempre di più anche ai termini stranieri è un fenomeno che non si fermerà, probabilmente, mai. Il punto, però, sarebbe quello di riuscire a trovare risposte certe ad almeno due domande. Un mondo uniformato per quanto riguarda il lessico, e quindi la cultura, è meglio di una realtà varia? Oppure, vale qualsiasi prezzo poter riuscire a comunicare meglio tra di noi grazie alla rottura delle barriere linguistiche?

Rebecca Tugui

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