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	<description>Periodico d'InfoRiflessioneCreatività del Liceo Umberto I di Torino</description>
	<pubDate>Fri, 18 May 2012 22:40:18 +0000</pubDate>
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		<title>46° 14&#8242; nord, 6° 3&#8242; est</title>
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		<pubDate>Fri, 18 May 2012 22:08:00 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Cultura]]></category>

		<category><![CDATA[Scienza & Tecnologia]]></category>

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		<description><![CDATA[Fra chilometrici tunnel in collegamento col Gran Sasso, corse di particelle con neutrini in pole position e pericolosi buchi neri nascosti nel sottosuolo, pronti a risucchiare l&#8217;intero pianeta in chissà quale universo parallelo, i laboratori del Cern, quasi trasfigurati nelle città futuristiche dei telefilm, vengono spesso avvolti da un&#8217;aura fiabesca, molto “fanta” e poco “scientifica”: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; margin-bottom: 0cm;"><img class="alignleft size-large wp-image-8898" title="Cern, Large Hadron Collider" src="http://www.umbertimes.eu/umbertimes/wp-content/uploads/2012/05/cern-lhc-aerial-1024x731.jpg" alt="Cern, Large Hadron Collider" width="368" height="263" />Fra chilometrici tunnel in collegamento col Gran Sasso, corse di particelle con neutrini in pole position e pericolosi buchi neri nascosti nel sottosuolo, pronti a risucchiare l&#8217;intero pianeta in chissà quale universo parallelo, i laboratori del Cern, quasi trasfigurati nelle città futuristiche dei telefilm, vengono spesso avvolti da un&#8217;aura fiabesca, molto “fanta” e poco “scientifica”: invenzioni rivoluzionarie mai brevettate, progetti per i servizi segreti, bunker blindati dove condurre misteriosi esperimenti, individui stravaganti con le calze spaiate e il gilè che si arrovellano armati di gessetto ricoprendo di formule muri e marciapiedi. Eppure il magico mondo degli scienziati esiste davvero, molto più concreto di quanto siamo propensi a credere: 46° 14&#8242; nord, 6° 3&#8242; est, a cavallo di un confine, nel cuore dell&#8217;Europa. E cuore scientifico dell&#8217;Europa può davvero essere definito perché fulcro degli studi più avanzati nella fisica delle particelle e luogo di incontro e collaborazione per gli scienziati di tutto il continente e di tutto il mondo. Venti gli Stati membri che contribuiscono a portare avanti le ricerche, cui si aggiungono gli aiuti provenienti da altri stati “osservatori” anche extraeuropei. Protagonisti dagli eventi nella “città della scienza”, non manipoli di geniali e alienati studiosi, ma loro, i ricercatori, che da ogni parte del globo giungono a 46° 14&#8242; nord 6° 3&#8242; est, a pochi passi dalla città dell&#8217;accoglienza, per condividere laboratori, computer, progetti, idee, conoscenze, ore di studio, ore di controlli, ore di osservazione, ore di attesa. Ore di attesa perché non sempre la scienza risponde con i tempi giusti. Ore di attesa perché a volte non tutto funziona come dovrebbe. Accompagnati attraverso il complesso degli acceleratori si capisce finalmente che la nostra cara Terra non è mai stata sul punto di collassare in nessun buco nero, non ci è andata neanche lontanamente vicina. Loro, i ricercatori, invece sì, devono essersi sentiti sprofondare in un enorme buco nero quando a soli nove giorni dal primo esperimento un difetto nel collegamento fra due magneti ha rischiato di mandare all&#8217;aria il lavoro di mesi. <img class="alignright size-full wp-image-8899" title="LHC, Large Hadron Collider" src="http://www.umbertimes.eu/umbertimes/wp-content/uploads/2012/05/cern_large.jpg" alt="LHC, Large Hadron Collider" width="350" height="197" />Non molto soddisfatti di essere osservati attraverso un vetro mentre monitorano i risultati di ATLAS (uno dei sette esperimenti principali condotti dall&#8217;Organizzazione Europea per la Ricerca Nucleare), riescono comunque a rendere un po&#8217; più comprensibile il loro lavoro anche ad un gruppo di liceali, che il fascino della fisica si sa (salvo rare illuminate eccezioni) lo subiscono ancora ben poco. È l&#8217;incontro con loro ciò per cui vale veramente la pena raggiungere quei 46° 14&#8242; nord, 6° 3&#8242; est, ciò che lascia davvero irretiti nel mondo delle scienze. Fra qualche difficoltà a ricordare i termini della propria lingua – conseguenza involontaria della convivenza prolungata con quella altrui – e un po&#8217; di sana ironia sul bisogno continuo di finanziamenti, sembra davvero che gli abitanti del magico mondo dei ricercatori di quella “ricerca” non possano proprio farne a meno. È l&#8217;interesse comune che porta naturalmente alla collaborazione a prescindere da qualsiasi differenza: un ponte fra le nazioni in nome della ricerca scientifica. Perché, suggerisce uno di loro, anche se spesso si è portati a pensare il contrario, non si “ricerca” in funzione delle applicazioni tecnologiche, quelle vengono dopo, inaspettati corollari. Si fa ricerca per il piacere della scoperta in sé, per il desiderio di lasciarsi stupire ogni volta di più, di spingersi ogni volta più avanti.</p>
<p style="text-align: justify; margin-bottom: 0cm;">
<p style="text-align: right; margin-bottom: 0cm;">Federica Baradello (5F)</p>
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		<title>Alla quinta C</title>
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		<pubDate>Fri, 18 May 2012 21:28:20 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Vita scolastica]]></category>

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		<description><![CDATA[Partirono in 26. Piccoli, ingenui e ansiosi di scoprire ciò che li aspettava. Avevano cinque anni davanti durante i quali gli sconosciuti che li circondavano sarebbero diventati le persone meglio conosciute.
Ancora non potevano immaginare quanto tempo avrebbero passato chini sui dizionari di greco; quanti album avrebbero potuto riempire con le loro foto; quanti caffè avrebbero [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-8904" title="... molto tempo fa" src="http://www.umbertimes.eu/umbertimes/wp-content/uploads/2012/05/5c.jpg" alt="... molto tempo fa" width="386" height="290" />Partirono in 26. Piccoli, ingenui e ansiosi di scoprire ciò che li aspettava. Avevano cinque anni davanti durante i quali gli sconosciuti che li circondavano sarebbero diventati le persone meglio conosciute.<br />
Ancora non potevano immaginare quanto tempo avrebbero passato chini sui dizionari di greco; quanti album avrebbero potuto riempire con le loro foto; quanti caffè avrebbero preso a quel bar, con la pioggia e con il sole; quante volte sarebbero corsi alla fotocopiatrice per premere il tasto &#8220;riduci&#8221;; quante frasi in spagnolo avrebbero esclamato davanti ad un confuso interlocutore.<br />
Se la loro storia fosse un libro di racconti, il primo capitolo sarebbe dedicato al primo Natale: riempirono i banchi di dolci e regali, ballarono a tempo di musica festeggiando la fine del primo trimestre insieme. Voltando pagina domina l&#8217;Acropoli di Atene, retroscena di cinque giorni a base di yogurt, kebab &#8220;sansa scipola&#8221;, cambi di camera al grido &#8220;in your rooms!&#8221;&#8230;<br />
Continuando a sfogliare si legge del primo viaggio insieme, durante l&#8217;estate, alla fine della quale le cose erano cambiate. A settembre sui banchi odiati e amati c&#8217;erano due visi nuovi a sostituire i quattro che mancavano all&#8217;appello. Spronati da un professore ancora sconosciuto, portarono in scena la parte migliore del loro libro, arricchendola con visioni futuristiche e tante risate. Ventitidue quindicenni recitarono, tra &#8220;Bunker come Banchi&#8221;, immaginandosi adulti ma rimanendo giovani.<br />
Quello fu anche l&#8217;anno della loro prima autogestione: tre giorni per (ri)scoprire il Convitto, per rimanere uniti e dare spazio alla loro vena artistica attraverso arditi video underground.<br />
Meno tre, più uno: così risultava il conteggio della classe visto su moderni registri. Il terzo anno scoprirono cosa vuol dire aprire, e farsi aprire, le porte di casa a, e da, sconosciuti. Esplorarono una diversa realtà, quella di una piccola cittadina polacca col nome Zamosc. Mangiarono pizze su fredde spiaggie, giocarono a &#8220;smierdish&#8221; fra increduli passanti, furono colpiti da inaspettati colpi di fulmine e decisero che non avrebbero più rimesso piede in un ostello polacco.<br />
Il quarto capitolo s&#8217;inizia con soli tredici protagonisti: alcuni persi per strada, ben in sei in giro per il mondo, per imparare l&#8217;inglese, ma soprattutto alla ricerca di nuove esperienze. Recuperati tutti i viaggitori (meno uno) ballarono &#8220;Waka Waka&#8221; tra Italia e Spagna, accolsero i tanto attesi diciott&#8217;anni tra brindisi, torte e tanto cercati regali, crearono bische di briscola negli intervall mai abbastanza lunghi.<br />
Ci si avvicina alla fine, ultime pagine di un tomo ormai spesso. Accolti da cupe parole, come studio, impegno ed esami, riuscirono a non abbattersi concentrandosi solo sul presente. Se all&#8217;inizio dell&#8217;avventura il termine più usato è &#8220;primo&#8221;, questo fu l&#8217;anno delle ultime cose: l&#8217;ultima gita (a Lisbona), l&#8217;ultimo Natale, le ultime astuzie per copiare, l&#8217;ultima foto per l&#8217;annuario, l&#8217;ultima spiegazione sul Guidorizzi&#8230;<br />
Partirono in 26, arrivarono in 18. Ignari di dove fosse l&#8217;arrivo e in cosa consistesse non hanno ancora scritto la parola FINE.</p>
<p style="text-align: right;">Anna Aglietta e Sofia D&#8217;Angelo (5C)</p>
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		<title>Freak show</title>
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		<pubDate>Fri, 18 May 2012 21:17:56 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Racconti e poesie]]></category>

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		<description><![CDATA[La marionetta fissa la clessidra e si chiede se anche per lei il tempo trascorrerà, se con quell&#8217;ultima omissione di volontà si è sottratta davvero a tutto, compresa la vecchiaia, come gli aveva promesso il burattinaio.
La cosa più strana all&#8217;inizio era stata l&#8217;impossibilità di muoversi volontariamente, l&#8217;istinto di alzare un braccio e il rendersi conto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-8883" title="Pierrot's freak show" src="http://www.umbertimes.eu/umbertimes/wp-content/uploads/2012/05/pierrot-freak-show.jpg" alt="Pierrot's freak show" width="300" height="300" />La marionetta fissa la clessidra e si chiede se anche per lei il tempo trascorrerà, se con quell&#8217;ultima omissione di volontà si è sottratta davvero a tutto, compresa la vecchiaia, come gli aveva promesso il burattinaio.<br />
La cosa più strana all&#8217;inizio era stata l&#8217;impossibilità di muoversi volontariamente, l&#8217;istinto di alzare un braccio e il rendersi conto che l&#8217;arto rimaneva immobile e fisso al suo fianco. Ma Pierrot si era arreso senza troppa disperazione a quest&#8217;immobilità forzata: chi vende la propria volontà del resto, non può scegliere di muovere alcunché. Solo quando occasionalmente il burattinaio lo cala dall&#8217;alto nel sipario può guardare ipnotizzato il suo corpo rigido scosso da spasmi inconsapevoli. Ma non sente nulla, nemmeno i fili inchiodati ai polsi e alle caviglie. Non sente gioia, dolore, amarezza, né altra emozione o sensazione che creatura vivente possa sperimentare. Le ha cancellate tutte dalla sua vita in una notte d&#8217;estate quando, tentando di ammazzarsi giù da un ponte era finito dritto su una chiatta di rifiuti, fallendo miseramente anche quella che sarebbe dovuta essere l&#8217;ultima delle sue imprese. Lì, fra l&#8217;odore di pesce marcio e il rumore dell&#8217;acqua che scorreva, era arrivato, o meglio, era comparso il burattinaio. Senza aprir bocca aveva cominciato a misurare il suo corpo spezzato, a controllare la durezza delle sue ossa, il colore della sua pelle e per ogni pezzo gli aveva proposto un affare: per la gamba sinistra la fama, per il bacino ormai sgretolato la ricchezza, per un occhio l&#8217;amore. Ma Pierrot non credeva più in niente, né all&#8217;amore, né alla ricchezza, né alla fama né a nient&#8217;altro. Solo la disperazione gli aveva chiaramente dimostrato la propria esistenza e ormai l&#8217;unico desiderio di Pierrot era sfuggirgli. Ma ogni sua azione, fino a quel momento sembrava rientrare nel piano divino più aberrante, triste, squallido e angosciante che il creatore avesse potuto creare in una giornata no. Una sfortuna al di là di ogni previsione aleggiava su di lui, qualunque cosa facesse.<br />
Pierrot aveva optato per il suicidio, ma persino la morte sembrava temere i vitrei occhi di un uomo ormai sfinito. Così invece di morire si era sfracellato. Non abbastanza per lasciare il mondo dei vivi, ma sufficientemente per attirare le attenzioni del burattinaio. Dopo numerose proposte allettanti, finalmente il moribondo aveva parlato: &#8221;Ti do la mia volontà. Te la regalo, assieme a tutta la baracca, ma tu mi devi promettere che così facendo, senza più alcuna responsabilità, liberandomi da ogni desiderio, speranza, o aspirazione, togliendomi ogni possibilità di scelta, la vita perderà il diritto di punirmi. Di premiarmi, anche &#8230; Ma soprattutto di punirmi. Sarò slegato e libero dalla bizzarra lotteria di Dio. Non potrò più soffrire&#8221;.<br />
Con queste parole Pierrot, al tempo Pierrot Lasenne e ora Pierrot la Marionetta, aveva compiuto il suo ultimo atto di volontà. Da quella sera, ogni sera appoggiato ad un muro guarda le altre marionette esibirsi. Qualche volta tocca a lui, ma nel suo caso quasi mai il pubblico applaude. Clarinette, la bambola bambina, gli spiega che è colpa della sua inespressività, dello sguardo vuoto, della bocca né aperta né chiusa. Lei invece piace al pubblico. Costretta a morire sotto i bombardamenti, nei suoi occhi è rimasto ben impresso il terrore, la voglia di crescere e la disperazione di non poterlo fare in quel corpo di porcellana &#8230; Come aveva desiderato del resto, in cambio della sua carne non sarebbe morta e, in effetti, le bambole di porcellana non muoiono. Pierrot invece con la sua vacuità porta angoscia persino a quello sciame di occhi bianchi che, nell&#8217;oscurità, brama il dolore e il macabro destino della bambola Clarinette. Il burattinaio, ostinato, di tanto in tanto lo esibisce lo stesso. Quando capita la marionetta ricorda con ossessione una litania, recuperata da chissà quale memoria ormai antica:<br />
&#8220;Questo misero modo tegnon l&#8217;anime triste di coloro che visser sanza ‘nfamia e senza lodo. Mischiate son a quel cattivo coro de li angeli che non furon ribelli né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro. Caccianli i ciel per non esser men belli, né lo profondo inferno li riceve, ch&#8217;alcuna gloria i rei avrebber d&#8217;elli . Questi non hanno speranza di morte e la lor cieca vita è tanto bassa, che ‘nvidiosi son d&#8217;ogne altra sorte. Fama di loro il mondo esser non lassa; misericordia e giustizia li sdegna&#8221;.<br />
Ritrova in qualche modo queste parole negli occhi del pubblico e se potesse ancora provare rabbia, sarebbe quella a invadergli il viso. Ma siccome anche questa gli è stata preclusa, solo un pensiero lineare percorre la sua mente: &#8220;E&#8217; stata una mia scelta. L&#8217;ultima&#8221;.</p>
<p style="text-align: right;">Eugenia Beccalli (5F)</p>
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		<title>La pista</title>
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		<pubDate>Fri, 18 May 2012 21:03:12 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Vita scolastica]]></category>

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		<description><![CDATA[E la pista da corsa continua, sotto le falcate delle bici e dei podisti, interminabile, lungo le larghe sponde del fiume Tago, che, lentamente e ineluttabilmente, va a riposarsi nell’Atlantico. “Tunf”, il piede si posa, le ginocchia stridono e l’asfalto scorre. I pensieri cominciano, mentre un barbuto signore un po’ trasandato viene superato dalle gambe [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-8881" title="Lisboa 5Be5C" src="http://www.umbertimes.eu/umbertimes/wp-content/uploads/2012/05/lisbona.jpg" alt="Lisboa 5Be5C" width="369" height="275" />E la pista da corsa continua, sotto le falcate delle bici e dei podisti, interminabile, lungo le larghe sponde del fiume Tago, che, lentamente e ineluttabilmente, va a riposarsi nell’Atlantico. “Tunf”, il piede si posa, le ginocchia stridono e l’asfalto scorre. I pensieri cominciano, mentre un barbuto signore un po’ trasandato viene superato dalle gambe in movimento. Sole e pioggia, caldo e freddo, felicità e malinconia&#8230; tutti piccoli ossimori che creano nella testa ondicelle di pensieri, ordinati e confusi come l’oceano a Marzo; un sole che ti ricorda le lunghe giornate estive e i gavettoni in spiaggia con gli amici, o il vento primaverile, che sembra arrivare dall’Atlantico giusto per ricordarti che non esiste solo il “mare nostrum”. Tunf. Una grande “ringcomposition”, una digressione ad anello iniziata circa cinque anni fa con un indimenticabile viaggio in Grecia e conclusa, purtroppo o finalmente, in una città che la leggenda vuole fondata dallo stesso Odisseo durante il suo viaggio di ritorno da Troia a Itaca. Olisipo, per gli antichi greci, Lisbona, per noi moderni. Tunf. I famosi azulejos, le piastrelle di ceramica dai magnifici disegni con cui Lisbona è decorata, hanno visto passare sopra di loro innumerevoli persone, e, tra di esse, anche due piccole classi di italiani provenienti da Torino, che hanno scelto di concludere il loro percorso scolastico con un viaggio di cinque giorni nella capitale portoghese. L’euforia della partenza, si sa, contagia anche i più restii, e quando i piedi si sono posati sulla terra di Vasco de Gama, non potevamo che essere tutti entusiasti. Tunf. Durante il viaggio ci eravamo divertiti provando a parlare portoghese, secondo il luogo comune “tutte le parole finiscono in –ao” . Erano spuntate le classiche freddure del tipo: “Il gusto di gelato preferito in Portogallo? Il cacAO, naturalmente. Il saluto preferito? CiAO!”. Ma la serenità in cui sei immerso si va a scontrare con il subitaneo ripresentarsi dei compiti, interrogazioni, verifiche e simulazioni. “Raga, dopo questo viaggio mancano meno di cinquanta giorni alla matura”. “Hai fatto la tesina?”. “Eh, adesso bisogna mettersi sotto”. Frasi come queste, di certo, non mancavano. Tunf. È stato assai difficile considerare questa gita l’ultima del liceo. Si fa presto a pensare al “prossimo anno” senza rendersi conto che sarà, malauguratamente o per fortuna, del tutto diverso. Non più insegnanti con cui scherzare o che ti rimproverano se non hai svolto i compiti assegnati per casa. Tunf. La magnificenza della Lisbona manuelina, però, affascina sin dal primo giorno, e osserviamo meravigliati Praça do Comércio, dai palazzi giallo-ocra e la candida pavimentazione di marmo. In giro c’è poca gente che passeggia nella via principale il sabato pomeriggio: i soliti negozi aperti e qualche turista dalla riconoscibile aria estranea. Un giovane ben vestito si avvicina e, con fare disinvolto, chiede se vogliamo comprare da lui della droga. Stupiti, lo s’ignora. Tunf. La gita prosegue con la visita alla particolare Torre di Belém, da dove Vasco de Gama partì alla conquista dell’impero, e al Monasterio dos Jerònimos, stupendo esempio di architettura manuelina che ospita le memorie di illustri portoghesi, il tutto condito da folle di turisti dall’impazzita voglia di fotografare. Il sole batte forte su questi celebri monumenti, facendone risaltare il colore panna a scapito degli spogli edifici un po’ diroccati a lato. Dal finestrino del tram che ci riporta in centro, fontane e basse siepi di bosso ben squadrate si alternano a costruzioni vecchie e mal tenute; su di esse i graffiti più comuni inneggiano a un qualche sciopero generale e alla rivoluzione sociale. Tunf.  Molti sono i mendicanti e giovani scapestrati agli angoli delle splendide piazze con fontane, come sacchi di spazzatura gettati a lato dalla società che li vorrebbe nascondere. “Tunf”, e l’asfalto scorre nuovamente sotto le ormai pesanti falcate. Il sudore cola sulla fronte, e, scendendo fino al mento, irrita la pelle del viso da poco rasata. Guardandosi intorno, non è difficile immaginare che questa non è la Lisbona turistica, quella descritta sulle guide dei professori, dagli ampi palazzi manuelini. Lunghi e bassi fabbricati, probabilmente vecchi magazzini ormai inutilizzati, sono la dimora temporanea di uomini che, seduti in circolo, bisbigliano in silenzio, fregandosi le mani, passandosi una bottiglia. La pista prosegue dritta, a lato magri alberi, su larghi spiazzi. Quattro panchine ospitano altrettanti relitti umani nel dormiveglia avvolti nel cartone e coperte. Sotto un cavalcavia, qualche barile carbonizzato lascia presupporre una notte passata al loro fianco, assieme a delle scarpe e dei brandelli di stoffa. No, non è proprio una Lisbona da tutti i giorni, questa. Una donna cammina, barcollando, in mezzo alla striscia di asfalto che delimita la corsa. Le passo velocemente a lato, questa si gira e farfuglia qualcosa, indicandomi. Tunf. Penso. Underground? Signori e signore, questa è la Lisbona underground, come non l’avete mai vista prima d’ora. Signori e signore, basta seguire la pista da corsa sulle rive del largo fiume Tago e cominciare a correre.</p>
<p style="text-align: right;">Matteo Giacosa (5B)</p>
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		<title>Lusitane impressioni</title>
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		<pubDate>Fri, 18 May 2012 20:59:18 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Vita scolastica]]></category>

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		<description><![CDATA[Tra una ninfa e l&#8217;altra, si racconta che Odisseo abbia fondato, così, quasi per scommessa, una piccola colonia ai confini del mondo (il mondo dei greci era leggermente più piccolo del nostro), che venne subito chiamata &#8220;Olisipo&#8221;. Si tratta di un nome parlante, come tutti i nomi greci, e significa pressappoco &#8220;Lisbona&#8221;. Se il multiformemente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-full wp-image-8879 alignleft" title="Cabo do Roca" src="http://www.umbertimes.eu/umbertimes/wp-content/uploads/2012/05/foto-lisbona.jpg" alt="Cabo do Roca" width="344" height="461" />Tra una ninfa e l&#8217;altra, si racconta che Odisseo abbia fondato, così, quasi per scommessa, una piccola colonia ai confini del mondo (il mondo dei greci era leggermente più piccolo del nostro), che venne subito chiamata &#8220;Olisipo&#8221;. Si tratta di un nome parlante, come tutti i nomi greci, e significa pressappoco &#8220;Lisbona&#8221;. Se il multiformemente ingegnoso Odisseo fosse ancora vivo, potrebbe guardare con una punta di orgoglio quel piccolo agglomerato di pastori e casupole di paglia, che in appena tremila anni è diventata una delle più belle capitali dell&#8217;Unione Europea e dintorni. La giovane brigata dei 36 alunni del Convitto Umberto I ( classi b e c), per rifugiarsi in luoghi più sicuri dalla peste che inevitabilmente affligge chi frequenti la V°, si sono recati proprio nella capitale del Portogallo, per i cinque canonici giorni della gita. In questo arduo quanto ameno compito erano guidati dai professori Pizzala, Grasso, Scavo e Iavarone. Per godersi appieno lo spirito del viaggio (ossia spendere meno), si è scelto l&#8217;ostello in luogo del più confortevole ma poco &#8220;autentico&#8221; albergo. E non si è fatto male: lo YesHostel, situato al centro della città, permetteva ai nostri di avere un ventaglio di possibilità a portata di mano. Quel che più stupisce di Lisbona è che non è una città fatta per stupire. Sembra quasi emblema di quella meravigliosa e rassicurante &#8220;metriotes&#8221; greca, ed è permeata da un senso di pace e tranquillità perenne: a larghi viali piastrellati (simili alla nostra Via Roma, ma meno altezzosamente nobili), si alternano enormi piazze che, come nel caso di Plaça de Comercio, offrono una vista sul Tago (e sull&#8217;Atlantico, in cui il Tago si getta) degna di certe descrizioni di Rousseau e Leopardi. Una città umile, ma dignitosa, abitata perlopiù da anziani (pare, infatti, che i giovani non siano ancora stati inventati in Portogallo, se non in forma di torme di studenti di cui noi facevamo parte). L&#8217;unico caos che viene a crearsi nella capitale nasce dall&#8217;apparente incapacità dei tassisti di guidare in modo responsabile, e allora si assiste ad ogni curva ad una piccola Parigi-Dakar. In realtà, Lisboa è una città molto nuova. Delle costruzioni precedenti il 1755 non si è salvato molto. In quell&#8217;anno, infatti, la città fu scossa da un tremendo terremoto, di volteriana memoria, e poco della città vecchia è rimasto intatto. La maggior parte dei palazzi sono stati restaurati, o si è costruito sulle loro macerie. L&#8217;italo invasor si è subito mostrato disponibile alla visita di tutto ciò che la ridente città poteva offrire. La torre del Belèm, e la sua claustrofobica scaletta che porta sino in cima, da cui si può avere uno stupendo scorcio del fiume Tago. Il Monastirio ed il suo chiostro, un piccolo cortile chiuso da un colonnato, di un&#8217; indefinibile tonalità di bianco, totalmente immerso dalla luce del dolce sole portoghese, sempre mitigato dal vento. Il castello di Sao Jorge, e la sua torre di Ulisse, che con un sistema di specchi riesce ad abbracciare la visuale della città a 360°. Ed ancora le visite extraurbane, a Sintra, a Cascais e al Cabo da Roca. I primi due, paesini tipicamente iberici, con le loro stradine e gli edifici bianchi, dove sembra che l&#8217;uomo abbia trovato il giusto compromesso con la natura, riuscendo a coabitarci. Il terzo, è di certo uno degli spettacoli più emozionanti che si potrebbero incontrare: il punto continentale più ad ovest d&#8217;Europa lascia di stucco i nostri barbari viandanti, con i suoi prati che si gettano a strapiombo in un mare dello stesso colore del cielo. Si tratta, probabilmente, anche del luogo più ventoso d&#8217;Europa, ma poco importa: i nostri bruti si sono lasciati incantare da questo paesaggio degno di Turner, e per coronare la scena si sono dati al canto civilizzatore, ed hanno riscoperto quasi l&#8217;intero repertorio di Mina, Battisti, De Andrè. Il bilancio si presenta dunque altamente positivo, ma sono le tipiche conclusioni da viaggiatore, in cui tutto è magnifico o terribile, perchè, certo per una mancanza di tempo, non si riesce a cogliere che la superficie della realtà delle cose. A ben vedere, però, è chiaro come il Portogallo non sia un paese così idillico. La povertà e lo spettro della tanto temuta crisi colpisce certamente i cittadini, alcuni dei quali non si fanno scrupoli a spacciare apertamente, o a chiedere l&#8217;elemosina, o a rubare per sopravvivere. Fioccano un&#8217;infinità di luoghi comuni sui posti visitati, come &#8220;è una città dove il vecchio si fonde col nuovo&#8221;, o &#8220;è una città dalle mille contraddizioni&#8221;, frasi che sono al contempo vere e false un po&#8217; per qualsiasi oggetto. Quel che si può dire di Lisbona è che si tratta di una meta intrigante, viva, e soprattutto molto umana: noi quaranta &#8220;pizza, spaghetti e mandolino&#8221; siamo stati accolti a braccia aperte da una città che ci ha dato molto, e che molto avrà sempre da offrire, con i suoi bar soleggiati, le sue onnipresenti piastrelle azzurre, i suoi mille edifici bianchi e i suoi abitanti gentili. Assomiglia a quei libri così belli che non hai voglia di leggere, ma di centellinare, per poterli gustare fino in fondo.</p>
<p style="text-align: right;">Riccardo Tione (5B)</p>
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		<title>NOtiziario BiblioMediaTeca - Aprile 2012</title>
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		<pubDate>Fri, 18 May 2012 14:19:25 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-large wp-image-8864" title="Novità aprile 2012" src="http://www.umbertimes.eu/umbertimes/wp-content/uploads/2012/05/licei-aprile-2012-723x1024.jpg" alt="Novità aprile 2012" width="578" height="819" /></p>
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		<title>L&#8217;Europa chiede i soldi, noi invece le diamo la musica</title>
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		<pubDate>Fri, 11 May 2012 15:56:26 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Attualità]]></category>

		<category><![CDATA[Musica e spettacoli]]></category>

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		<description><![CDATA[E&#8217; il primo maggio e a Roma è una gran festa: i negozi sono chiusi, la gente si riversa nelle vie del centro e la metropolitana è inutilizzabile. Sono tutti diretti a piazza San Giovanni in Laterano dove, come da consuetudine, si terrà il concertone organizzato dai principali sindacati italiani (CIGL, CISL e UIL) per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-8842" title="1 maggio 2012 " src="http://www.umbertimes.eu/umbertimes/wp-content/uploads/2012/05/concertone-2012.jpg" alt="1 maggio 2012 " width="299" height="302" />E&#8217; il primo maggio e a Roma è una gran festa: i negozi sono chiusi, la gente si riversa nelle vie del centro e la metropolitana è inutilizzabile. Sono tutti diretti a piazza San Giovanni in Laterano dove, come da consuetudine, si terrà il concertone organizzato dai principali sindacati italiani (CIGL, CISL e UIL) per festeggiare la giornata tutta dedicata ai lavoratori.<br />
Il grande palco che ospiterà l&#8217;evento è pronto da un paio di giorni e partecipanti sono arrivati da tutta Italia per assistere a quello che è considerato il più grande evento live gratuito d&#8217;Europa.<br />
Piazza San Giovanni alle dieci di mattina è già stracolma, il concerto inizierà alle tre, ma il fomento è tanto sotto quel caldo sole di Roma. Tutti aspettano solo la musica. Arriva l&#8217;ora di pranzo che insieme al morso della fame si porta anche il vento, le nuvole e infine la pioggia. Nessun problema: non saranno mica due gocce a demoralizzare coloro che aspettano questo concerto non solo da qualche ora, ma da mesi. Così si continua ad aspettare tra k-way colorati e ombrelli comprati a pochi euro quando finalmente intorno alle due e mezza un volto sconosciuto sale sul palco: &#8220;Benvenuti e buon primo maggio!&#8221; urla dalla folla. La pioggia continua incessante ma gli animi sono più caldi che mai. Un deejay sale sul palco, ci si alza in piedi, la musica inizia, si salta, si canta sotto l&#8217;acqua e poi, come per miracolo, sotto le note de Il cielo è sempre più blu si intravede un raggio di sole. Smette di piovere, gli ombrelli si chiudono e inizia ufficialmente il grande concerto del primo maggio.<br />
I gruppi emergenti si susseguono per un&#8217;ora sul palco e alle quattro arrivano loro, i grandi protagonisti di quest&#8217;edizione 2012: Francesco Pannofino e Virginia Raffaele che quest&#8217;anno presenteranno l&#8217;evento. Salgono sul palco, portando ancora più emozione di quella che già regnava. Augurano un buon primo maggio e sdrammatizzano: &#8220;L&#8217;Europa ci chiede i soldi, noi invece le diamo la musica&#8221; esordisce Virginia Raffaele.<br />
Il concerto è eccezionale, artisti come Il Teatro degli Orrori, i Sud Sound System, i The Toys Orchestra, ma anche nomi internazionali come gli Stom e i Young the Giant, salgono sul palco. Inoltre ci sono gli omaggi a due dei più grandi cantautori italiani: Fabrizio De André e Lucio Dalla. E così la prima parte della giornata si conclude sulle note di Cought Syrup, ma il meglio deve ancora venire: sarà infatti la sera, dopo la pausa di un&#8217;ora per il telegiornale, a emozionare ancora di più. Arrivano gli artisti più attesi tra cui Caparezza, il cui show è indescrivibile, che farà alzare a 800.000 persone il dito medio come simbolo di saggezza e forse non solo. Subentra poi la novità di quest&#8217;anno: l&#8217;orchestra sinfonica di Roma, diretta dal maestro Mauro Pagani, esegue dieci pezzi della storia del rock da Bob Dylan ai Rolling Stones, dai Pink Floyd agli Who. E poi ci sono i Beatles, con Noemi che canta Hey Jude, si finisce di festeggiare qualcosa per cui al giorno d&#8217;oggi tutto ci sarebbe tranne che da festeggiare: il lavoro scarseggia, il tasso di disoccupazione aumenta ma il primo maggio si prova ad essere positivi. Così 800.000 persone, giovani e non, cantano &#8220;Hey Jude don&#8217;t make it bad, take a sad song and make it better, remember, to let her into your heart, then you can start to make it better&#8221; abbracciati l&#8217;uno all&#8217;altro, con le mani alzate e con la speranza che il futuro abbia in serbo qualcosa anche per loro. Infondo quest&#8217;anno il tema del concerto era &#8220;La musica del desiderio - la speranza, la passione, il futuro&#8221;. Non c&#8217;è modo migliore per riassumere ciò che è stato il primo maggio a Roma in piazza San Giovanni.</p>
<p style="text-align: right;">Sofia D&#8217;Angelo (5C)</p>
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		<title>9/05/2012 - Comenius Day</title>
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		<pubDate>Fri, 11 May 2012 15:52:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>federica</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[Vita scolastica]]></category>

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Il 9 Maggio si è tenuto, nell&#8217;ambito della Settimana delle lingue, il Comenius Day: un&#8217;occasione per riflettere sui numerosi progetti europei sostenuti dal nostro Istituto nel corso degli ultimi anni. Il Comenius Day ha coinciso con la Giornata dell&#8217;Europa proprio per sottolineare ulteriormente il profilo internazionale dell&#8217;evento. Il Rettore ha ribadito l&#8217;importanza di queste iniziative [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-8840" title="Comenius Day" src="http://www.umbertimes.eu/umbertimes/wp-content/uploads/2012/05/comenius.jpg" alt="Comenius Day" width="240" height="313" /></p>
<p style="text-align: justify;">Il 9 Maggio si è tenuto, nell&#8217;ambito della Settimana delle lingue, il Comenius Day: un&#8217;occasione per riflettere sui numerosi progetti europei sostenuti dal nostro Istituto nel corso degli ultimi anni. Il Comenius Day ha coinciso con la Giornata dell&#8217;Europa proprio per sottolineare ulteriormente il profilo internazionale dell&#8217;evento. Il Rettore ha ribadito l&#8217;importanza di queste iniziative nell&#8217;ottica di creare un&#8217;Europa basata non su meri parametri economici, ma su comuni valori culturali. D&#8217;altronde, lo stesso obiettivo del Liceo Classico Europeo e del Liceo Scientifico Internazionale è quello di formare nei giovani una coscienza europea: il contributo della gioventù è, infatti, fondamentale. Il Rettore ha poi affermato come l&#8217;avviamento della sezione di cinese corrisponda alla necessità di un&#8217;Unione Europea non chiusa in se stessa ma aperta ai nuovi paesi emergenti.<br />
La dott.ssa Riverso, rappresentante dell&#8217;ufficio scolastico regionale, ha applaudito ai progetti Comenius, che favoriscono la presa di coscienza da parte degli studenti dell&#8217;identità europea dopo l&#8217;attuale crisi dei valori fondanti dell&#8217;Unione.<br />
La prof.ssa Valfrè ha presentato il primo progetto Comenius cui ha partecipato il nostro Istituto: si trattava di un partenariato multilaterale fra la nostra scuola, una portoghese, una tedesca ed una turca. Il progetto aveva come tema i miti legati al territorio: l&#8217;Italia ha portato il mito di Fetonte. Il Comenius ha avuto come prodotto finale uno spettacolo teatrale. È stata molto importante non solo la cooperazione fra scuole di diverse nazioni, ma anche la collaborazione interna fra scuola primaria e liceo, tra docenti, educatori, famiglie ed uffici amministrativi. Particolarmente toccante è stato il viaggio nel Kurdistan turco.<br />
Il progetto Comenius 2010-2012 (clicca qui), appena conclusosi, ha coinvolto sei paesi europei (Germania, Inghilterra, Grecia, Olanda, Spagna ed Italia) e quattro classi (II D, IV B, III E, IV E). I temi erano la cittadinanza e l&#8217;identità. L&#8217;obiettivo era produrre 24 lezioni di laboratorio utilizzabili da ciascun paese UE. La prof.ssa Seccia, coordinatrice del progetto, ha spiegato anche come il titolo del Comenius, &#8220;Europro(o)f Guidebook&#8221;, fosse ambivalente: un corso di ‘europeità&#8217; (europroof) per i professori (europrof).<br />
La prof.ssa Gavinelli ha presentato il progetto bilaterale, ancora in corso, fra la IV C e Zamosc (Polonia). Il tema dello scambio è principalmente la Seconda Guerra Mondiale, vista da due differenti prospettive. L&#8217;obiettivo dello scambio è la traduzione in italiano dei pannelli espositivi del locale museo annesso al campo di concentramento.<br />
La prof.ssa Galano e la prof.ssa Grasso hanno poi esposto quelle iniziative europee indirizzate in prima battuta al corpo docente, quali il progetto biennale Comenius Regio, occasione di confronto fra gli insegnanti del Piemonte e quelli della regione francese delle Alpi Marittime, e i corsi di aggiornamento per docenti.<br />
Ai progetti che coinvolgono classi di studenti, si affiancano quelli riguardanti la mobilità individuale degli studenti. Il cosiddetto &#8220;mini-Erasmus&#8221; consente a singoli studenti di soggiornare qualche mese in un altro stato dell&#8217;Unione. Nell&#8217;ambito di questo progetto la nostra scuola ha ospitato tre ragazzi Lettoni, che alla fine della conferenza hanno mostrato danze tradizionali della loro terra.<br />
Al termine della conferenza sono stati, inoltre, consegnati agli studenti i premi ottenuti nel corso dell&#8217;anno grazie alla partecipazione ad importanti concorsi internazionali: Mosetto (IV D) è stato vincitore di &#8220;Juvenes Translatores&#8221; (clicca qui), Clemenzi (V D) ha vinto una competizione grazie al suo saggio breve circa le odierne problematiche europee e il Convitto nel suo complesso è stato insignito del premio Label per le attività didattiche finalizzate ad un cambiamento indirizzato ad una maggiore &#8220;europeità&#8221; dell&#8217;istruzione (clicca qui).</p>
<p style="text-align: right;">Valerio Pace (3D)</p>
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		<title>Il disgelo</title>
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		<pubDate>Fri, 11 May 2012 15:48:02 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Freddo. Quando sono sceso dal pullman che mi ha portato dall&#8217;aeroporto di Stoccolma alla stazione centrale di Uppsala, pensavo solo questo. Freddo. Il tempo grigio gettava me e i miei compagni in un baratro psicologico da cui non credevo di poter trovare modo di fuggire.
I corrispondenti ci aspettavano sorridenti, quasi compiaciuti dell&#8217;algido clima scandinavo che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-8836" title="marco politti" src="http://www.umbertimes.eu/umbertimes/wp-content/uploads/2012/05/523933_3275789606395_1017105990_32506666_497166382_n-300x200.jpg" alt="marco politti" width="300" height="200" />Freddo. Quando sono sceso dal pullman che mi ha portato dall&#8217;aeroporto di Stoccolma alla stazione centrale di Uppsala, pensavo solo questo. Freddo. Il tempo grigio gettava me e i miei compagni in un baratro psicologico da cui non credevo di poter trovare modo di fuggire.</p>
<p style="text-align: justify;">I corrispondenti ci aspettavano sorridenti, quasi compiaciuti dell&#8217;algido clima scandinavo che a noi mediterranei congelava le ossa. Dopo le domande di rito concernenti l&#8217;andamento del volo, è calato tra me e Edvin (così si chiama il mio nuovo corrispondente) un silenzio tombale, nel quale siamo rimasti fino all&#8217;arrivo a casa. La sistemazione nella mia stanza e il calore proveniente dal riscaldamento notevolmente elevato mi rinfrancavano corpo e spirito, quando una voce profonda mi ricordava che era ora di mangiare. L&#8217;odore proveniente dalla cucina era invitante ma nonostante ciò i miei pregiudizi (come quelli di qualsiasi Italiano verace) riguardo al cibo mi attanagliavano e dirigendomi in cucina mi sentivo un po&#8217; come John Coffey (il bestione di colore) de &#8220;Il miglio verde&#8221; che passo dopo passo si avvicina alla condanna mortale. Da una nuvola di fumo è improvvisamente spuntata fuori la piccola faccia paffuta della madre del mio corrispondente che m&#8217;invitava simpaticamente a prendere posto a tavola. Lì sedevano già trepidanti il padre e il fratello del mio nuovo amico biondo. Dopo avermi servito una specie di salsiccia gigante di origine russa immersa in salse, riso e insalata si è iniziata una conversazione riguardante temi come politica e sport. Quest&#8217;ultimo ha caratterizzato l&#8217;intera serata, essendoci spostati dopo il pasto nella saletta adibita alla televisione dove uno schermo gigante mi ha illuso per un istante di essere all&#8217;Olimpya Stadion a riscaldarmi di fianco a Bastian Schweinsteiger, che, insieme a tutto il Bayern Monaco si preparava ad affrontare il Real Madrid per la semifinale di Champions League. L&#8217;evento, oltre che a ricordarmi le forti influenze tedesche alle quali sono sottoposto 250 giorni (e notti) all&#8217;anno, mi ha fatto notare come agli Svedesi il calcio interessi e soprattutto, che in mancanza di un campionato compreso nei confini della decenza, siano costretti a seguire campionati maggiori e minori di tutta Europa.<br />
Le giornate che sono seguite io ed Edvin le abbiamo passate a discutere di argomenti che non pensavo di poter affrontare in così poco tempo e così le serate trascorrevano piacevoli e leggere.<br />
Fino alla fatidica serata X. Chiamo questa serata &#8220;Serata X&#8221; perché penso che si sia toccata l&#8217;apoteosi della volgarità e del disfacimento di ogni buon principio dell&#8217;uomo. E devo ammettere che sono orgoglioso e fiero di aver fatto parte del gruppo che questa serata l&#8217;ha vissuta. Questo momento è perfettamente descritto dal motto &#8220;Sex drugs and rock‘n&#8217;roll&#8221; e, per non sfociare in qualcosa per la quale potrei essere punito o giudicato in qualche modo, non racconto altro.<br />
L&#8217;argomento ragazze è stato un altro dei Leitmotiv dello scambio. Oltre ai doverosi commenti sulle bellezze scandinave, si è assistito ad un vero e proprio scontro per la conquista di un biondone (non molto originale per uno Svedese) che ha puntualmente deluso ognuna delle pretendenti nostrane. Niente paura, sono attese piccanti novità per la seconda parte dello scambio, che si terrà a settembre a Torino.<br />
Durante la nostra permanenza non poteva mancare il fatidico &#8220;football match&#8221;, svoltosi in due parti, una indoor, l&#8217;altra al freddo polare di un campo di fanghiglia che mi ha ricordato Commodo che ne &#8220;Il gladiatore &#8221; si addestra a torso nudo in mezzo ad un gruppetto di energumeni. Così mi sentivo io in mezzo ai calciatori svedesi che all&#8217;andata perdevano 3-0 e al ritorno ci sconfiggevano per 9-6.<br />
Tutto ciò mi ha lasciato con un dolce sapore in bocca, perché ho capito che tra noi e questi giovani vichinghi non c&#8217;è molta differenza, che le passioni sono le stesse, stessi i modi di fare, stessi i problemi, stesse le soluzioni. Di fronte a tutto ciò il gelo che sentivo dentro ha lasciato spazio al calore familiare di 30 amici. E poi, un po&#8217; di corna ce le abbiamo tutti.</p>
<p style="text-align: right;">Marco Politti (3D)</p>
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		<title>Er lacht am besten, wer zuletzt lacht</title>
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		<pubDate>Fri, 11 May 2012 15:47:34 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Attualità]]></category>

		<category><![CDATA[Lingue]]></category>

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		<description><![CDATA[Brüssel, 23. Oktober 2011: Der Bundeskanzler Angela Merkel und der -ehemalige- französische Präsident Nicola Sarkozy lachten Italien beim Europäischen Rat aus.
Während dieser Monate hat sich unser Staat viel verändert: Die Berlusconi-Regierung ist gefallen und (wie immer)  ist ein neuer &#8216;Homo novus&#8217;, Mario Monti, gekommen, um uns vom wachsenden Spread zu heilen. Die deutsche Wirtschaft [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-8832" title="Risata fra Merkel e Sarkozy" src="http://www.umbertimes.eu/umbertimes/wp-content/uploads/2012/05/merkel-sarkozy.png" alt="Risata fra Merkel e Sarkozy" width="299" height="169" />Brüssel, 23. Oktober 2011: Der Bundeskanzler Angela Merkel und der -ehemalige- französische Präsident Nicola Sarkozy lachten Italien beim Europäischen Rat aus.</p>
<p style="text-align: justify;">Während dieser Monate hat sich unser Staat viel verändert: Die Berlusconi-Regierung ist gefallen und (wie immer)  ist ein neuer &#8216;Homo novus&#8217;, Mario Monti, gekommen, um uns vom wachsenden Spread zu heilen. Die deutsche Wirtschaft und besonders die deutsche Austerity werden von der Monti-Regierung als Beispiele für das Sanierungsprogramm Italiens gesehen. Obwohl sich unsere Finanzsituation verbessert hat, ist die wirkliche Wirtschaft noch sehr streng und in den letzen Monaten haben sich viele kleine Unternehmer das Leben genommen. Italien hat eines der höchsten Steuerniveaus Europas ohne die Dienstleistungen, die die anderen Staaten ihren Bürgern anbieten. In einer schwierigeren Situation sind auch Spanien und Griechenland, in denen vor kurzem die Wählen stattfanden.<br />
Aber nicht nur die sogenannten &#8216;pigs&#8217; (die Staaten Süd-Europas, die eine große öffentliche Verschuldung haben, z. B. Italien, Spanien, Griechenland, Portugal, usw.) haben Probleme mit der Unzufriedenheit der Wählerschaft, sondern auch die zwei Staatschefs, die die Symbole der Politik der Austerity geworden sind. In Schleswig-Holstein hat die Partei des Bundeskanzlers trotz des Sieges viele Stimmen verloren, während die Grünen und die Piraten ihre Zustimmung erhöht haben. Nicola Sarkozy hat die Präsidentschaftswahl verloren und so ist der Sozialist François Hollande der neue französische Präsident geworden. Das kann die Stabilität der Deutsch-französischen Achse untergraben und eine europäische Politik beginnen, die sich nicht nur an die Austerity erinnert, sondern auch an die Entwicklung der Wirtschaft und der Gesellschaft.</p>
<p style="text-align: justify;">Es gibt auch einen Spruch, der sagt: &#8220;Er lacht am besten, wer zuletzt lacht&#8221; und meiner Meinung nach lacht Sarkozy nicht mehr. Diese Beschimpfungen sind nämlich ein Weg, um die europäische Einigkeit zu zerstören.</p>
<p style="text-align: right;">Valerio Pace (3D)</p>
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		<title>Una è verde, una bianca e l’altra è rossa</title>
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		<pubDate>Fri, 11 May 2012 15:47:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>federica</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Vita scolastica]]></category>

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		<description><![CDATA[Ah, sì. Dòbre. Bene, in bulgaro.
La luce del frigorifero rischiara per un attimo la cucina deserta, poi cala di nuovo la tenebra. Davanti allo specchio dell&#8217;ingresso è chiaro che gli abiti di tuo padre non solo puzzano di dopobarba da uomo, ma che ti pendono addosso come sul manico d&#8217;una scopa. Il parquet del corridoio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-8833" title="412950_349120761803305_100001161538713_838972_2076812669_o" src="http://www.umbertimes.eu/umbertimes/wp-content/uploads/2012/05/412950_349120761803305_100001161538713_838972_2076812669_o-300x225.png" alt="412950_349120761803305_100001161538713_838972_2076812669_o" width="300" height="225" />Ah, sì. Dòbre. Bene, in bulgaro.<br />
La luce del frigorifero rischiara per un attimo la cucina deserta, poi cala di nuovo la tenebra. Davanti allo specchio dell&#8217;ingresso è chiaro che gli abiti di tuo padre non solo puzzano di dopobarba da uomo, ma che ti pendono addosso come sul manico d&#8217;una scopa. Il parquet del corridoio geme sotto le pantofole sfondate con i soliti, acuti scricchiolii. Il rumore vetroso della Tuborg gelata sulla scrivania ha un suono confortante, ed il monitor del computer sfavilla azzurrino nel buio. Sono le due e ventiquattro. Nell&#8217;aria, il profumo di casa che tanto mancava. Dòbre. Si va in scena.<br />
È stato un patriottismo un po&#8217; isterico quello del panino Italia da quattro Euro ed ottanta del bar dell&#8217;aeroporto, devi ammetterlo. È tutta la sera che ti viene su: mai fidarsi dei tipi riccioluti che alla cassa ti chiamano bella ragazza. Ma, vedete, aveva un accento così bello. Di Roma. Ma quello puro, quello de Roma proprio. Italiano fino al midollo. Eh, be&#8217;. Ti credo. Dopo una settimana di quelle parole vorticose, frenetiche, incalzanti, di quelle consonanti gutturali che emergono dal fondo dalla gola, di quei suoni spigolosi, duri come il diamante, impronunciabili, è ovvio che alla perfetta sinfonia dell&#8217;italiano cadi in ginocchio. Non erano gli occhi azzurri del commesso, no no. Era la sublime musica della tua lingua: tesa, vibrante, una nota, un&#8217;unica nota infinita, piena, completa, assoluta. Come un&#8217;idea sempre stata dietro le palpebre. Non è ben chiaro il perché, ma nella mente ti rimbombano il vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare della Commedia ed il mortifero al mio segnale, scatenate l&#8217;inferno di Russel Crowe che sguaina il gladio a cavallo.<br />
Sono le due e trentatré.<br />
Devi farti una doccia, i tuoi capelli odorano ancora della casa di Christian Panseri, il ragazzo che ti ha ospitata per una luuuuunga settimana a Sofia, capelli che sanno ancora di quel sentore di tabacco per pipa e deodorante per ambienti ai  legni pregiati da quattro soldi. È così strano sentirti l&#8217;odore d&#8217;un altro letto, di un&#8217;altra cucina, di un&#8217;altra famiglia, di un&#8217;altra città, d&#8217;un altro mondo addosso. Tua mamma ti ammazza quando apre la porta dello sgabuzzino e verrà sommersa dalla cesta della roba sporca straripante. Tutti i tuoi vestiti sono a lavare. Tutti. Anche quelli che non hai messo e che sono rimasti avviluppati in valigia. Voglio solo il mio, di odore. Eppure, hai attaccato sulla parete delle cartoline in camera tua anche quelle portate da Sofia. Ti è sembrato giusto ed istintivo metterle lì, in belle vista, tra quelle dell&#8217;acropoli di Atene e quella della Sacra di S. Michele innevata. Perché è un sentimento mai vissuto prima. Non si tratta dell&#8217;imbarazzo che hai provato quando hai visto il santino che il tuo corrispondente ti ha regalato, quando Mercoledì 25 Aprile hai fatto visita al monastero di Rila. A te, che sei atea dal momento in cui hai cominciato a pensare. Santino tra l&#8217;altro così brutto che non hai avuto il coraggio di mettere in borsa e che hai nascosto nel sacchetto di plastica fra i panini del pranzo al sacco. Ma è un misto di vergogna - non si sa bene di che cosa - disagio, malessere, disorientamento, patriottismo un po&#8217; vendicativo, tenerezza, sollievo, liberazione. È come se sapessi che la casa del tuo corrispondente - anche se ti ci insediassi per un mese tipo campo nomadi - ti rimarrebbe sempre avulsa, estranea, e percepissi allo stesso tempo casa tua come diffidente, ostile, irreale, diversa da come l&#8217;avevi lasciata prima (anche se c&#8217;è persino la sbavatura di mascara sullo specchio fatta la mattina della partenza mentre di truccavi a tenoni nel buio).<br />
Solleva la Tuborg, bevine un sorso, e sbattila sulla scrivania con un sospiro di soddisfazione. Scambi del genere sono per gente tosta. Si è orgogliosi, dopo, di ciò che si è detto e fatto, di ciò che si è visto. A molti è venuto in mente il film Goodbye Lenin. Non so se l&#8217;abbiate visto, ma sembrava di essere sul set d&#8217;una Berlino est che si risvegliava stiracchiandosi dopo il regime comunista. Grandi condomini che cadono a pezzi, disseminati qua e là di condizionatori, parabole e stendibiancheria improvvisati su pezzi di spago tirati da un capo all&#8217;altro degli asfittici balconi, bowling mezzi vuoti supertecnologici fulgidi di luci psichedeliche, la bandiera stars and stripes dell&#8217;università americana che pende floscia contro il cielo opalino. Era un&#8217;atmosfera un po&#8217; rallentata, trasognata: come il tempo, lo spazio si allarga, si dilata. Tutto a Sofia è più grande: i parchi, le case, i letti, le linee della metropolitana, le fermate di un veicolo che non è né un autobus né un tram ma che prende il famosissimo nome di filobus, le porzioni di zuppa, le porzioni di aglio, i cortili delle scuole, il cuore e la cortesia della gente, le spranghe di ferro con cui le ronde di sbandati picchiano i serbi e gli zingari. La sera ci sono Petia e Martina Vanelli che mi prendono per mano nel buio d&#8217;un vicolo, come in una catena vivente, e Christian che qualche passo dietro di noi ci guarda le spalle e ci dice di correre perché qualcuno sta prendendo a sprangate qualcun altro al di là della strada, e le ruote delle macchina stridono e sgommano. Non possiamo farci vedere nemmeno dalla polizia, perché qui vige il coprifuoco per i minorenni di rientrare a casa entro le dieci - pena una salatissima multa - ed è mezzanotte passata. Poi, Martedì, alla scuola di Danza nazionale, c&#8217;è lo spettacolo di balli bulgari. Ah, che tripudio di colori, di stoffe, di campanelle, di pizzi. Certo è che la musica bulgara assomiglia molto a quella orientale, quella sentendo la quale di solito ci si immagina il tizio con il turbante che suonando il flauto ipnotizza il serpente. Ma qui le donne sono bionde e sorridono agitando le mani in aria con grazia tutte inghirlandate, e gli uomini saltano e sgambettano rasoterra con le braccia incrociate alla russa ammiccando alle ragazze e lanciando in aria virili grida di conquista. Ti dimeni a disagio sulla sedia, un piacere non del tutto voluto che formicola fra le cosce. Sei abituata a vedere un tipo di sensualità lenta, capricciosa, maliziosa, a giocare questo tipo di gioco con gli uomini del tuo paese. Ma questa è una voluttà campagnola, rustica, sincera, franca, frizzante, un dono che viene presto così come viene dato. In Bulgaria gli uomini sono cortesi e &#8230; si, cavallereschi, perché credono che sia loro dovere esserlo. In Italia, lo sono perché qualche volta stanno al gioco. Ma, ad ogni modo, non hai mai visto un ospite trattato così bene. La società omerica con tutti i suoi vincoli ospitali sembra così rozza, al confronto. L&#8217;ospite in Bulgaria è sacro, servito e riverito sino all&#8217;apice della follia. Mamma mia.<br />
Le tre e zero cinque.<br />
Tuo padre entra in camera e ti dice che ha svuotato e messo in ordine la borsa del laptop.  Ha trovato tre pinze, di quelle che si usano per pinzare i fogli delle tesine, per tenere fermi i fogli dello spartito della serenata di Schubert, o per chiudere la confezione di Gocciole. Te le versa sul palmo mentre afferra la bottiglia della Tuborg. Tu le guardi, ed un angolo della tua bocca s&#8217;arriccia in un sorriso.<br />
Una è verde, una bianca e l&#8217;altra è rossa.<br />
Dòbre.</p>
<p style="text-align: right;">Sara Schiara (3B)</p>
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		<title>Il cetriolo</title>
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		<pubDate>Fri, 11 May 2012 15:46:21 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-8829" title="bulgaria" src="http://www.umbertimes.eu/umbertimes/wp-content/uploads/2012/05/524060_2969187792109_1334140214_32506754_1889631583_n-300x225.jpg" alt="bulgaria" width="300" height="225" />In Bulgaria dominano i cetrioli. La terza B ha avuto occasione di scoprirlo durante lo scambio con questo paese un po&#8217; matto dove i pasti vengono serviti sei volte al giorno. No, non i pasti normali seguiti dai relativi spuntini ma una via di mezzo tra un cenone di Natale e un pranzo di Pasqua. Rientrando nella categoria dei piatti ipercalorici, la cucina bulgara si adopera per far tornare il colesterolo ai normali livelli: come? Il cetriolo. Ogni piatto bulgaro che si rispetti, sia questo una zuppa, un&#8217;insalata, un secondo di carne o un dolce, contiene quantità esorbitanti di cetriolo. A rondelle, a julienne, a cubetti, frullato e spalmato sul pane o immerso nel succo di limone, perfino take-away. Perchè? Semplice, è light, è fresco, viene collegato al cibo sano e con le sue 12 calorie per 100 grammi lo si associa facilmente ad una perfetta prova costume&#8230;ma è tutta un&#8217;illusione. Solo un modo come un altro per far finta che la pancia da gestante che spunta sotto la maglietta non esista, che la nausea, il gonfiore e la voglia di esplodere siano solo un brutto sogno. Si chiama cibofobia, la terza B l&#8217;ha provata: arriva quando si mangia talmente tanto che la sola idea di nutrirsi ancora fa star male. Ma la terza B è una classe di pigroni, non come i Bulgari  che, con le loro interminabili danze tradizionali, bruciano calorie a non finire. Saltano, urlano, battono mani e piedi al ritmo di canzoni dai toni allegri e dai ritmi energici: tutti conoscono i passi, perfino i bambini più piccoli. Chi poi dimostra un particolare talento può iscriversi all&#8217;Accademia Nazionale di Danza, a Sofia - una scuola statale - che ha offerto un&#8217;indimenticabile spettacolo agli studenti Italiani, dimostrando che l&#8217;Est Europeo merita i primi posti nelle discipline del balletto.<br />
La Bulgaria è un paese fortemente legato alle tradizioni, coltivate dai giovani come dagli anziani, e non perde occasione di dimostrare come la sua forza sia dovuta anche a questo: una particolare unità, un sentimento che affonda le radici nella storia di questo paese, che si ritrova nelle piccole cose come un pranzo in famiglia o un bracciale bianco e rosso. Gli alberi ne sono pieni, sono il simbolo della fertilità della terra e della primavera: si donano ai propri cari e si indossano agli inizi di Marzo. Al primo segno della nuova stagione (una rondine, una cicogna, un albero in fiore) si appendono al ramo dell&#8217;albero più vicino o si posano sotto una pietra portando così fortuna per tutto l&#8217;anno: anche gli Italiani hanno voluto lasciare un segno appendendo il loro Marteniza - questo il nome dei bracciali - e credendo ad un po&#8217; di &#8220;magia&#8221; Bulgara.<br />
Durante una visita al Museo di Storia sono partiti alla scoperta dell&#8217;antica Tracia e della quantità esorbitante di reperti risalenti all&#8217;epoca della dominazione Ottomana. Del tempo speso al museo, nulla rimarrà più impresso nelle menti degli Italiani della guida, un&#8217;anziana signora che parlava inglese con un marcatissimo accento bulgaro e che, senza ombra di dubbio, possedeva polmoni bionici: la terza B lo può giurare, dall&#8217;inizio della spiegazione fino alla fine, non si è fermata a respirare nemmeno un istante, concludendo il giro del museo in un tempo sorprendente. Una visita molto, molto breve ma intensa, con una donna da guinness: la guida più veloce dell&#8217;Est.<br />
Per i ragazzi è stato facile notare che, anche in Bulgaria, non mancano le influenze italiane, soprattutto per quanto riguarda l&#8217;ambiente musicale. La canzone italiana ha radici ben salde perfino nel popolo Bulgaro. Tra i più amati: Toto Cutugno, Albano e Adriano Celentano. Sì, forse sono rimasti a qualche decennio fa ma la terza B si è data da fare per aggiornare il loro repertorio cantando a squarciagola durante gli spostamenti in pullman.<br />
L&#8217;esperienza in Bulgaria, al contrario di quanto molti possano pensare, è stata entusiasmante; non solo perché al cambio di moneta si guadagna il doppio, perché tutto costa la metà di quel che costa in Italia (compresi alcool e sigarette), ma soprattutto per il grande cuore che questa gente ha aperto ai ragazzi Italiani,  donando tanto, forse anche troppo, cercando di strappare un sorriso anche nei momenti più improbabili. Tra chi sperava di restare ancora un po&#8217; e chi in fondo aveva nostalgia dell&#8217;Italia, le lacrime versate in aeroporto hanno dimostrato che a tutti mancheranno i legami stretti  in Bulgaria o, più semplicemente,  svegliarsi al mattino e salutare con &#8220;Zdravei&#8221;.</p>
<p style="text-align: right;">Giorgia di Molfetta (3B)</p>
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		<title>S’en aller</title>
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		<pubDate>Fri, 11 May 2012 15:46:13 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Racconti e poesie]]></category>

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&#8220;Sto andando in Francia&#8221;
&#8220;E non hai paura?&#8221;
&#8220;Sì, molta.&#8221;
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-8824" title="Andarsene..." src="http://www.umbertimes.eu/umbertimes/wp-content/uploads/2012/05/road1.jpg" alt="Andarsene..." width="336" height="252" />&#8220;Ehi bambina, come ti chiami?&#8221;<br />
&#8220;Angela&#8221;<br />
&#8220;E cosa ci fai tutta sola su questo pullman?&#8221;<br />
&#8220;Sto andando in Francia&#8221;<br />
&#8220;E non hai paura?&#8221;<br />
&#8220;Sì, molta.&#8221;<br />
Un viaggio di nove ore passato così, tra qualche minuto di sonno, chiacchiere con persone mai viste prima, tra cui bambine tanto curiose, e un bel po&#8217; di nausea (per via del modo folle in cui lo scorbutico autista spagnolo aveva deciso di guidare). Sembrano lunghissime nove ore, a pensarci. No, in realtà non sono nulla. Il tempo è relativo, l&#8217;attesa è sempre interminabile è vero, ma il più delle volte basta tenere la mente occupata. Adrenalina. Viaggiavo per la prima volta da sola, e stavo andando proprio lì. Felicità. Finalmente ci saremmo rivisti. Ci saremmo riabbracciati e le nostre chiacchiere non sarebbero state solo più virtuali. Ansia. &#8220;E se non è più come me lo immagino? Se io non sono più come lui mi ricorda?&#8221; Sarei sicuramente stata in imbarazzo. Un anno è troppo.<br />
No, no, sarebbe andato tutto bene. Non c&#8217;era nulla di cui preoccuparsi. Lui mi voleva lì, in quel momento. Stava pulendo e riordinando la sua camera solo per me, stava andando a comprare i dolci per il nostro appuntamento di San Valentino, leggermente posticipato. Mi stava aspettando.<br />
Ed io ormai avevo sorpassato il confine con la Francia, non potevo più tornare indietro. Avevo appena realizzato il sogno che da troppo tempo tentava di uscire dal cassetto. Era bastato insistere alla fine. Insistere nel modo più pesante e ostinato che potessi fare: &#8220;non potete impedirmelo, vado con i miei soldi&#8221;, &#8220;ho bisogno di andare là&#8221;, &#8220;se non mi fate andare non studierò per la maturità&#8221;. Ingigantendo le cose, naturalmente. Non avrei mai smesso di studiare semplicemente per protesta, ma sentivo che quella era una cosa che andava fatta. In qualche modo, quel pullman dovevo prenderlo. Perché poi? Per lui? O per il semplice fatto di evadere, per un istante, da questa realtà da cui, purtroppo, non posso scappare (mi riferisco più che altro al fatto che debba affrontare un esame di maturità tra non molto)? Che poi, maturità. Una persona come me, che scappa appena può, è da considerarsi matura? &#8220;Ehi bambina&#8221;. Fosse per me, passerei un&#8217;intera vita su un pullman, o su un treno o su un aereo, non cambia molto. La verità è che nulla va mai troppo bene. Citando Baudelaire, &#8220;il me semble que je serais toujours bien là où je ne suis pas&#8221;.<br />
Perciò non è stato difficile. Era quello che volevo e sapevo che non me ne sarei pentita.<br />
Così, trova i soldi, l&#8217;indirizzo della biglietteria, prendi la metro, il pullman, gira a piedi, trova la biglietteria, fai la coda, ti accorgi di aver sbagliato biglietteria (ce n&#8217;è una per i pullman italiani e un&#8217;altra per le Eurolinee), rifai la coda da capo, poi finalmente: &#8220;Un biglietto di andata e ritorno per Montpellier.&#8221; &#8220;Per quanti?&#8221; &#8220;Per me soltanto.&#8221; E non esiste frase che io abbia pronunciato, in tutta la mia vita, con maggior soddisfazione. Poi l&#8217;attesa. Una lunga, infinita attesa. Ma è arrivato anche il 27 aprile, alla fine.<br />
Uno zaino con poche cose dentro, Il Piacere, che avrebbe &#8220;alleggerito&#8221; le troppe ore di viaggio che mi aspettavano, e un sorriso stampato in faccia. Et voilà! se davvero, come ci ha insegnato da piccoli la Disney, &#8220;i sogni son desideri di felicità&#8221;, allora probabilmente, nel momento in cui il pullman si è fermato per non ripartire più, ho capito cosa volesse dire &#8220;essere felice&#8221;. Ed è bastato scorgere, guardando fuori dal finestrino, un sorriso e uno sguardo pieno di calore, lo stesso calore che da ore invadeva il mio corpo. &#8220;Bienvenue en France.&#8221;</p>
<p style="text-align: right;">Angela Vinci (5B)</p>
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		<title>Scambio con gli Svedesi? Farà freddo, ma troveremo volentieri il modo di scaldarci!</title>
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		<pubDate>Fri, 11 May 2012 15:45:37 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Vita scolastica]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-8820" title="svezia" src="http://www.umbertimes.eu/umbertimes/wp-content/uploads/2012/05/522749_343169869081247_100001647092669_931910_667522629_n-300x225.jpg" alt="svezia" width="300" height="225" />La proposta dello scambio con Uppsala ha dato il via a singolari fantasie mentali sul prototipo del classico o della classica svedese. L&#8217;idea di passare una settimana nel &#8220;Paese dei biondi occhi azzurri&#8221; stuzzicava parecchio. Abbiamo accettato.<br />
17 Aprile: 22 Italiani e 31 Svedesi si incontrano per la prima volta. L&#8217;imbarazzo iniziale genera le prime domande scontate.&#8221; Sei mai stato in Italia? Com&#8217;è andato il volo? Qual è la prima cosa che ti viene in mente se dico la parola Svezia? Qui fa più freddo che da voi, vero?&#8221;<br />
Ci chiedete se fa più freddo? Ci sono circa 3 gradi. Tremiamo, imbottiti da cappelli, sciarpe, giacconi pesanti. &#8220;Raga, ma una gitarella alle Maldive no, eh? &#8221;<br />
Di fronte a noi gli ospiti sfoggiano a mala pena un giubbottino  di jeans, lasciato aperto su una maglietta a maniche corte. Ognuno di noi li segue nelle loro rispettive case. Il primo giorno si conclude così.<br />
Basta la prima sera per farci innamorare di questo Paese e di chi ci vive. L&#8217;appuntamento per il giorno successivo è nella caffetteria della scuola. Siamo a dir poco entusiasti. I corrispondenti sono ospitali, allegri, curiosi. E amano le feste. Indimenticabile il party a casa di Petra, che ci coinvolge tutti: 53 individui urlanti saltano a ritmo di musica in un salone. Inizialmente ci scateniamo nei balli di gruppo italiani, poi è la volta dei padroni di casa. Assistiamo ad una scena indescrivibile.<br />
&#8220;Ah, certo, questo dev&#8217;essere il loro idioma barbaro!&#8221; si sente urlare da un divanetto.<br />
Come? se vogliamo unirci alla vostra danza selvaggia locale? Ma no, grazie, stiamo bene così!<br />
Durante il nostro soggiorno abbiamo l&#8217;opportunità di venire a poco a poco a conoscenza della lingua svedese, che, come abbiamo appurato, a volte genera ambiguità. &#8220;Fika?&#8221; Ci chiede una ragazza un pomeriggio, con un sorriso fin troppo innocente sul volto. Ci guardiamo, spaesati. Un&#8217;Italiana risponde &#8220;Grazie!&#8221;, visibilmente imbarazzata. Peccato che non sia un complimento. &#8220;Fika&#8221; allude infatti all&#8217;azione di prendere un caffè con gli amici. Proseguono le risate generali quando tentiamo di spiegare il significato italiano della parola, poi ci dirigiamo nella caffetteria.  È  proprio qui che avviene la meravigliosa scoperta della Kladdkåka, la torta tipica. Ingredienti: Cioccolato, gocce di cioccolato, morbida crema di cioccolato. Il paradiso.<br />
Anche alcune Svedesi privilegiate, d&#8217;altra parte, hanno la fortuna di assaggiare le specialità italiane, quando, una sera, cinque volontarie esibiscono i loro risultati finali: spaghetti alla carbonara, penne all&#8217;amatriciana e penne con panna, prosciutto e piselli. Inutile precisare che le più emotive si siano commosse e abbiano fotografato più e più volte la tavola imbandita. Le rassicuriamo promettendo loro che questo è il genere di bella vita che avrebbero fatto a settembre, in Italia. I gridolini di gioia si accentuano quando iniziamo a parlare dei dolci: naturale, se si pensa che da loro il massimo sia un pacchetto di caramelle e molte di loro non abbiano mai mangiato la Nutella!<br />
Presto, troppo presto, arriva l&#8217;ultima sera. Si inizia con la cena tutti insieme, accompagnata da un video di tutte le foto scattate in precedenza che suscitano parecchia ilarità, in particolare quelle in cui siamo immortalati durante una festa, presi dalla musica. Seguono un discorso di ringraziamento e la distribuzione delle magliette della scuola, che la maggior parte di noi non esita a far tappezzare immediatamente di firme e dediche. Subito dopo schizziamo fuori per la partita di calcio Italia-Svezia, con la vittoria della squadra in casa. A nostra difesa è da precisare che non siamo abituati ad una temperatura intorno ai due gradi in questa stagione. Il resto della serata comprende la consumazione di bibite e patatine in un fast-food. Nessuno di noi sembra ricordarsi della partenza, di lì a poche ore: ora siamo qui, come un&#8217;unica famiglia, a ridere, scherzare, scambiarsi indirizzi e numeri di telefono, ricordare insieme gli episodi più belli, giurarsi di mantenere i contatti e promettere di ritornare nella fredda Svezia. Il giorno dopo cantiamo l&#8217;inno d&#8217;Italia. Subito dopo loro ci imitano, cantando il proprio. Il pianoforte come accompagnamento ci avvolge in un&#8217;atmosfera calda e piacevole, che ci fa sentire a casa. Ci dirigiamo alla stazione e formiamo un cerchio. Cominciano i saluti. La maggior parte di noi non riesce a trattenere le lacrime, ma c&#8217;è fortunatamente qualcuno che ha la forza di sdrammatizzare, di ridere, di urlare che ci rivedremo presto. Alcuni svedesi corrono persino dietro al pullman per bussare ai finestrini. &#8220;Ciao bella!&#8221; gridano. Li abbiamo fatti divertire con l&#8217;ironia italiana, abbiamo fatto conoscere loro Benigni guardando tutti insieme &#8220;La vita è bella&#8221;, abbiamo esaltato il nostro Paese, lodando i paesaggi, la cucina, il patrimonio artistico e culturale. Abbiamo trasmesso loro l&#8217;amore per l&#8217;Italia ancora prima che abbiano avuto occasione di visitarla. Ci sentiamo fieri, colmi di gioia, uniti. Amiamo la Svezia, amiamo gli Svedesi che abbiamo conosciuto.</p>
<p style="text-align: right;">Ilaria Palumbo (3D)</p>
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		<title>Esodo di un Italiano in Svezia</title>
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		<pubDate>Fri, 11 May 2012 15:35:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>federica</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Vita scolastica]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-8838" title="alessandra milano" src="http://www.umbertimes.eu/umbertimes/wp-content/uploads/2012/05/529844_3704902138942_1167169908_33521798_1669878363_n-300x274.jpg" alt="alessandra milano" width="300" height="274" />Cappotto tripla piuma, maglie di lana, di cotone leggero e pesante, tuta da sci, scarponi, scarponcini,  calzamaglia, collant e jeans. Nella valigia? No, tutto addosso.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;Italiano che parte per la Svezia è un esemplare più unico che raro. Parte attrezzato di tutto punto, nemmeno stesse andando otto settimane in Siberia. Non sa una parola di svedese. L&#8217;inglese nemmeno a parlarne. Porta sughi, pasta, cioccolata, biscotti. Sta partendo per il paese di nessuno. Ma è deciso, e parte! Nell&#8217;aeroporto italiano si sa abbastanza muovere, nonostante le due/tre valigie da 23 Kg l&#8217;una per otto giorni fra le renne. Ma appena atterra nell&#8217;aeroporto svedese è panico. Panico puro. Come la mosca gira a vuoto nell&#8217;aria, così l&#8217;Italiano vaga nell&#8217;aeroporto in cerca della sua valigia. Spera negli annunci, ma lo svedese suona come un ronzio continuo. L&#8217;inglese non suona proprio. Così si fa coraggio, e chiede informazioni in tono inglesizzante, convinto che le &#8220;w&#8221; e le &#8220;y&#8221; alla fine di ogni parola italiana siano sufficienti per parlare un ottimo inglese. E con un linguaggio del corpo spaventosamente evidente, si fa capire. Il concetto è: &#8220;Dov&#8217;è la mia valigia?&#8221; (al posto del punto interrogativo ci sono però numerose e colorate &#8220;espressioni idiomatiche&#8221; che si prestano alla situazione). Finalmente capisce, trova la valigia e prende il pullman per un paesino dal nome impronunciabile, dove una famiglia lo ospiterà per ben otto giorni. E nel frattempo pensa: &#8220;Ma chi me l&#8217;ha fatto fare?&#8221;. Già in lutto per pioggia e freddo, si abbatte totalmente sentendo l&#8217;inglese perfetto e chiaro degli Svedesi. Arrivato in famiglia fra sorrisi e frasi fatte, sale in camera sua, sistema le sue cose (quasi a dire: &#8220;Questo è il mio territorio.&#8221;) e torna dalla famiglia che lo aspetta per la cena. Sorride, senza sapere che le patate con crema dolce lo stanno aspettando calde nel piatto. La madre smagliante rassicura: &#8220;Se non ti piace non devi finirlo!&#8221;. È guerra dichiarata. Mentre l&#8217;Italiano mastica lentamente pensando che presto sarà tutto finito, la famiglia chiede: &#8220;È buono?&#8221;. L&#8217;Italiano con la bocca impastata di qualcosa di indefinibile e la voglia di morire nel cuore afferma che è tutto buonissimo, che in Italia si mangia ugualmente bene e fa i complimenti alla cuoca, che prontamente gli riempie di nuovo il piatto. Peccato non sappia dire &#8220;Sono sazio&#8221;.<br />
Con questi pensieri tristi e la pura mancanza della madrepatria, l&#8217;Italiano si avvia a passare una serata con altri Svedesi. L&#8217;unica consolazione è ritrovare i cari compatrioti messi peggio di lui. Una serata passata fra lo schieramento italiano e lo schieramento svedese insomma.<br />
Con voce mielosa gli Svedesi rompono le righe chiedendo: &#8220;Volete un po&#8217; di &#8220;fika&#8221;?&#8221;. Gli occhi degli Italiani, che di tutto il discorso hanno capito &#8220;fika&#8221;, si fanno malupini. Sguardi maliziosi corrono fra i compagni di merende. In fondo in Svezia non è tanto male.<br />
Ma anche questa volta il povero Italiano sarà deluso.<br />
Altro che bionda con gli occhi azzurri, &#8220;fika&#8221; vuol dire caffè. Che poi, caffè non è.<br />
E così,  il povero Italiano torna a casa affranto, deluso. Ma la vera guerra comincia ora.<br />
Sperava di dormire. Sperava. Invano.<br />
Letto comodo, certo, ma non ci sono le tende. Quasi come se all&#8217;Ikea non le producessero! Fra risatine isteriche e totale rassegnazione l&#8217;Italiano in Svezia si addormenta.<br />
Per modo di dire. Alle quattro di mattina è investito dalla luce. Gli uccellini non cantano. Urlano per farlo svegliare. Il gallo? Lui è il peggiore. Il suo allegro &#8220;chicchiricchì!&#8221; è più un &#8220;Alzati su, non avrai mica pensato di poter dormire?&#8221;. Gli sembra uno scherzo. &#8220;Uno contro mille. Così non è giusto.&#8221;, pensa il povero Italiano sballottato fra i nuovi ritmi del paese più impervio mai visto. &#8220;Manca solo la neve!&#8221; pensa. Ma il cielo accoglie le sue preghiere, sottomettendolo definitivamente alla Svezia.</p>
<p style="text-align: right;">Alessandra Milano (3D)</p>
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