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	<title>UmberTimes</title>
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	<description>Periodico d'InfoRiflessioneCreatività del Liceo Umberto I di Torino</description>
	<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 23:57:50 +0000</pubDate>
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		<title>L’Umberto I sul podio dei “Juvenes Translatores”</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 23:28:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>federica</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Prima pagina]]></category>

		<category><![CDATA[Vita scolastica]]></category>

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		<description><![CDATA[
Francesco Mosetto, il vincitore italiano di JUVENES TRANSLATORES 2011
Francesco Mosetto sarà premiato a Bruxelles come miglior giovane traduttore italiano in Europa!
È ormai da tre edizioni (dal 2009 al 2011) che il Convitto Umberto I presenta cinque studenti al concorso di traduzione Juvenes Translatores indetto dall’Unione Europea. La gara di traduzione permette ai partecipanti di cimentarsi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 10pt;"><strong></strong></p>
<p><div id="attachment_8343" class="wp-caption alignleft" style="width: 360px"><img class="size-full wp-image-8343   " title="Francesco Mosetto" src="http://www.umbertimes.eu/umbertimes/wp-content/uploads/2012/02/mosetto.jpg" alt="Francesco Mosetto, il vincitore italiano di JUVENES TRANSLATORES 2011" width="350" height="263" /><p class="wp-caption-text">Francesco Mosetto, il vincitore italiano di JUVENES TRANSLATORES 2011</p></div></p>
<p><strong>Francesco Mosetto sarà premiato a Bruxelles come miglior giovane traduttore italiano in Europa!</strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 10pt;">È ormai da tre edizioni (dal 2009 al 2011) che il Convitto Umberto I presenta cinque studenti al concorso di traduzione Juvenes Translatores indetto dall’Unione Europea. La gara di traduzione permette ai partecipanti di cimentarsi nella translātĭo da una lingua a propria scelta ad un’altra sempre a piacimento. I posti disponibili per partecipare sono direttamente proporzionali al numero di seggi occupati dalla nazione in questione nel Parlamento Europeo (nel caso dell’Italia per esempio, possono partecipare fino a venti scuole, ciascuna delle quali può proporre solamente cinque studenti). Già l’anno passato la nostra scuola si è avvicinata alla vittoria con la traduzione di Elena Melchionda di 5^C che ha guadagnato una menzione di merito, ma il gradino più alto del podio è stato raggiunto nell&#8217;ultima edizione da Francesco Mosetto di 4^D, con la sua traduzione dal tedesco. Oltre 3000 gli studenti partecipanti di quest&#8217;anno, 27 i vincitori, uno per ogni stato membro dell&#8217;Unione Europea: la traduzione migliore d&#8217;Italia &#8230; quella di Francesco! La premiazione si terrà a Bruxelles il 27 Marzo: buon viaggio! Prima di partire, però, toglici qualche curiosità &#8230;</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><strong>Da quanto tempo studi tedesco?</strong></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;">Sei anni e mezzo.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><strong>Puoi descriverci l’esperienza?</strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;">Mi ero preparato prima su alcuni testi di letteratura, anche se sapevo che quello che avrei tradotto non sarebbe stato un testo letterario ma qualcosa di più simile ad una lettera. Ero gasato, e piuttosto in ansia. Eravamo in quattro della sezione D, e pensavamo tutti di tradurre dal tedesco. Poi però l’entusiasmo è scemato: alla fine c’erano solo più tre traduttori dall’inglese (compresa una ragazza della sezione B) e io ero l’unico fesso rimasto fedele all’intento originario. La prova si è svolta nei dipartimenti (alias ala paradiso) con la prof.ssa Valfrè a vigilare che tutto si svolgesse regolarmente. Avevamo a disposizione un dizionario e diverse ore – tre, mi pare - per finire la traduzione. Si trattava di un brano molto semplice, nel mio caso una lettera (i testi però cambiavano a seconda della lingua) il cui tema era il volontariato: il 2011 infatti è stato l’Anno Internazionale del Volontariato. Anche se i testi erano semplici, non bisogna pensare che la loro traduzione richieda meno sforzi rispetto a quella di un testo più complesso. Avete presente il professor Chianale? Cit.: “Bene: è semplice ma non è facile!”.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;">Eravamo tutti abbastanza rilassati … per lo meno, gli altri lo erano.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><strong>Perché hai scelto di tradurre dal tedesco?</strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;">Del tedesco amo moltissimo l’ordine, forse perché io sono una persona molto disordinata. Essendo una lingua rigorosa in questo senso, è molto facile da imparare. Delle altre lingue si dice che si proceda seguendo un percorso in salita, finché non spunta il sole all’orizzonte. Con il tedesco è più corretto parlare di un muro spesso e alto col filo spinato in cima: ci vogliono due anni di fatica per superarlo, ma una volta acquisite le basi la strada è spianata. E poi si sa, è la lingua della musica, della filosofia, eccetera …</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;">Per quanto riguarda la questione traduzione, è indipendente dalla lingua che si sceglie: il concorso non testa tanto le conoscenze riguardanti grammatica e lessico, ma la capacità di convertire e conservare lo stile, il significato, i suoni creati dall’accostamento di fonemi diversi, un modo di dire, un’allitterazione. La traduzione è un trasloco di mobili da una stanza all’altra, il cui scopo è mantenere la stessa identica atmosfera iniziale nonostante lo spostamento.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;"> </p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;">
<p class="MsoNormal" style="text-align: right; margin: 0cm 0cm 0pt;" align="right">Eugenia Beccalli (5F)</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: right; margin: 0cm 0cm 0pt;" align="right">Chiara Murgia (3C)</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: right; margin: 0cm 0cm 0pt;" align="right"> </p>
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		<title>Tollerare la diversità?</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 22:59:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>federica</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>

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		<description><![CDATA[ 
Adolf Hitler fu il più grande artista della normalità. Plasmò con pazienza e dedizione la sua creatura: il popolo tedesco. Come un contadino estirpa la gramigna dal suo campo, così il Führer estirpò dal suo Reich i diversi: ebrei, pazzi, disabili, dissidenti. Certo, altri prima e dopo di lui hanno tentato di eguagliarlo: Stalin, Mao, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 10pt;"> </p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 10pt;"><span style="line-height: 115%; font-family: &quot;Calibri&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 12pt; mso-fareast-font-family: Calibri; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: EN-US; mso-ansi-language: IT; mso-bidi-language: AR-SA;"><img class="alignright size-full wp-image-8325" title="diversita" src="http://www.umbertimes.eu/umbertimes/wp-content/uploads/2012/02/diversita.jpg" alt="diversita" width="225" height="225" />Adolf Hitler fu il più grande artista della normalità. Plasmò con pazienza e dedizione la sua creatura: il popolo tedesco. Come un contadino estirpa la gramigna dal suo campo, così il Führer estirpò dal suo Reich i diversi: ebrei, pazzi, disabili, dissidenti. Certo, altri prima e dopo di lui hanno tentato di eguagliarlo: Stalin, Mao, Pol Pot. Mai nessuno, però, lo ha superato: Nazismo e Comunismo non sono riusciti ad eliminare la diversità. Il Capitalismo, invece, sta riuscendo in questa impresa. Gli strumenti sono di fondamentale importanza: Lager e gulag si sono dimostrati inefficaci, mentre la TV si è rivelata un mezzo vincente. Nazismo e Comunismo hanno tentato di creare delle persone “normali” attraverso l’intolleranza, il Capitalismo attraverso la tolleranza. Questo termine così spesso invocato da politici, giornalisti e commentatori si rivela, però, profondamente meschino. Infatti, tollerando si crea inevitabilmente un rapporto diseguale fra chi tollera e chi è tollerato: i “normali” tollerano i “diversi”, la maggioranza la minoranza. I più si caricano del peso di dover accudire o sopportare, ma si riservano di cessare questo atto di clemenza in qualsiasi momento. Pensiamo ai fatti avvenuti recentemente nella nostra città che hanno visto i rom vittime dell’intolleranza. Una ragazza sostiene di essere stata stuprata da due zingari e diventa impossibile continuare a sostenere quel peso: scatta la violenza. La tolleranza non è la pace, ma un armistizio. La diversità, secondo i regimi nazicomunisti, si basa essenzialmente su elementi razziali, religiosi, fisici o mentali e viene corretta con l’educazione. Il regime capitalista punta, invece, all’uniformità di pensiero ed alla creazione di masse. Chi è fuori è diverso e viene quindi emarginato: si pensi al grande numero di anziani e malati che al giorno d’oggi sono lasciati soli. Nella nostra società si creano anche gruppi che fanno della loro diversità dalla massa un elemento di identificazione e superiorità. Sandro Penna scrive, a tal proposito: “Felice chi è diverso / essendo egli diverso. / Ma guai a chi è diverso / essendo egli comune.” Se anche la tolleranza non è il metodo corretto per capire ed apprezzare la diversità altrui, qual è la via giusta da intraprendere? La soluzione si trova nelle poche parole del Vangelo secondo Matteo: “Amerai il prossimo tuo come te stesso”. L’unica possibilità di comprendere l’altro è amarlo, perché solo attraverso l’amore si può superare l’egoismo che inevitabilmente fa da fondo sia all’intolleranza, sia alla tolleranza. Chiunque voglia realmente capire la diversità deve anche fare proprio il motto dell’Unione Europea “In varietate concordia – Unità nella diversità”. Sono state spese tante, forse troppe, parole su come comprendere e trattare il diverso, ma ne bastano solo tre: amore, unità e concordia. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: right; margin: 0cm 0cm 10pt;"><span style="line-height: 115%; font-family: &quot;Calibri&quot;,&quot;sans-serif&quot;; font-size: 12pt; mso-fareast-font-family: Calibri; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: EN-US; mso-ansi-language: IT; mso-bidi-language: AR-SA;">Valerio Pace (3D) </span></p>
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		<title>Poesia canaglia</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 22:59:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>federica</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Attualità]]></category>

		<category><![CDATA[Cultura]]></category>

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Anche se da qualche mese a questa parte scrivere saggi brevi e articoli di giornale esula dai miei compiti, qualche giorno fa un interessante dibattito ha stimolato i miei pensieri. Non conosco con precisione i termini della discussione, ma l&#8217;argomento fondamentale riguardava la poesia &#8220;dei giorni nostri&#8221;.In quest&#8217;era di tempi frenetici, tecnologia imperante e dominio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"> </p>
<p style="text-align: justify;"><img class="size-full wp-image-8338 alignleft" title="poesia" src="http://www.umbertimes.eu/umbertimes/wp-content/uploads/2012/02/art_277_1_02poesia_n0.jpg" alt="poesia" width="384" height="254" />Anche se da qualche mese a questa parte scrivere saggi brevi e articoli di giornale esula dai miei compiti, qualche giorno fa un interessante dibattito ha stimolato i miei pensieri. Non conosco con precisione i termini della discussione, ma l&#8217;argomento fondamentale riguardava la poesia &#8220;dei giorni nostri&#8221;.In quest&#8217;era di tempi frenetici, tecnologia imperante e dominio della tecnica c&#8217;è chi si allarma e denuncia forte la mancanza della poesia nella quotidianità delle vite di noi uomini del terzo millennio.La causa di questa defezione, secondo gli allarmisti più convinti, consiste esattamente nel fatto di vivere nell&#8217;era delle intelligenze artificiali, dei comandi vocali e dei touch screen. Ma il vero anticristo, per questi nostalgici della rima baciata, è Facebook. Facebook: l&#8217;inibitore della fantasia, l&#8217;omologatore di noialtri, lo strumento di un complotto mondiale mirato ad uniformare tutti gli utenti, operando una sorta di lenta lobotomia generale mirata al controllo dei consumi per favorire le multinazionali eccetera eccetera. Ma l&#8217;uomo è una strana creatura: i fautori di questa teoria del complotto, per la maggior parte, sono iscritti al suddetto social network. &#8220;Ma questa è un&#8217;altra storia&#8221;. E&#8217; facile additare nelle grandi e grandissime tendenze degli ultimi anni le cause della rovina dei nostri tempi, ma è anche superficiale, inesatto. È vero, le moderne tecnologie tendono ad allontanare dal libro stampato, ma questo non è necessariamente un male da sconfiggere a spada tratta.E&#8217; facile additare nelle grandi e grandissime tendenze degli ultimi tempi le cause di un presunto adombramento dell&#8217;arte e della poesia. Ma è assolutamente inesatto. L&#8217;errore che si commette comunemente è quello di associare i grandi poeti del passato ad un grande pubblico. Si pensa che, giacché noi viviamo nell&#8217;epoca dei social network, non abbiamo né il tempo né la voglia di comporre un sonetto, a differenza di 200 o 100 anni fa, quando non esisteva la tecnologia e quindi TUTTI potevano pensare ad elevare il proprio spirito scrivendo lì, su due piedi, una bella canzone in settenari. Come se fosse cosa da tutti. Non a caso il più sofisticato e toccante grafomane degli ultimi 200 anni, Giacomo Leopardi, viene comunemente considerato dai giovani studenti &#8220;uno sfigato&#8221;; perché per arrivare a comporre quello che ha composto ha dovuto compiere una scelta: leggere, leggere, leggere, tradurre, tradurre, tradurre. Avrebbe potuto rimanere nei salotti della nobiltà romana (l&#8217;antica cloaca massima di tendenze e pettegolezzi? l&#8217;antenato del moderno Facebook?), ma no: quell&#8217;ambiente non faceva per lui. Stesso discorso per i fruitori: è luogo comune troppo diffuso pensare che Giosuè Carducci, che scrisse a cavallo degli anni dell&#8217;Unità d&#8217;Italia (inutile menzionare il trambusto), avesse tra i suoi &#8220;fan&#8221; il ceto medio-basso solo perché &#8220;tanto non avevano il computer&#8221;. Chi ha tramandato la poesia, ha compiuto uno sforzo tanto quanto i poeti: uno sforzo di allenamento della propria mente alla bellezza. Certo, spesso erano i più fortunati a potersi permettere di studiare: ma questa è una cosa che non è cambiata neanche ai giorni nostri: è necessario studiare. Studiare molto. Grazie al cielo tutti oggigiorno, almeno nel nostro spicchio di mondo, hanno la possibilità di farlo; tuttavia non tutti riescono a per vivere in questo mondo caotico dominato dalle tecnologie maledette, causa della nostra rovina intellettuale e, contemporaneamente a coltivare la bellezza come la poesia.Sarò poco democratica, ma non dico nulla di nuovo: la poesia non è cosa per tutti. Né lo è mai stata.La poesia non è cosa da tutti perché non scalpita. La poesia è poesia perché sussurra. Non sbraita. Ma c&#8217;è. La poesia parla, ancora. Anche se non si proclama a gran voce la morte di Andrea Zanzotto, questa è avvenuta, silenziosa come un verso, neanche sei mesi fa. Ma questo grandissimo poeta italiano decisamente dei giorni nostri è &#8220;ancora qui. Lo riconosco&#8221; pronto a farsi leggere, apprezzare, amare da chiunque lo voglia, da &#8220;gli altri nell&#8217;incorposa / increante libertà.&#8221; (L&#8217;attimo fuggente, Andrea Zanzotto)Altro errore evitabile è considerare poeta soltanto chi lo fa per professione, chi mangia con i propri versi. Queste fortunate persone sono poche: come lo sono sempre state: anche Petrarca faceva il funzionario di corte.Non solo chi viene pubblicato fa poesia: la poesia c&#8217;è nei files dei computer dei più insospettabili aspiranti scrittori, oppure piegata in un foglio dentro un&#8217;agenda che si porta sempre appresso, con qualche parola d&#8217;amore scritta da una persona per un&#8217;altra persona soltanto. La poesia c&#8217;è nell&#8217;email di incoraggiamento che si manda a qualcuno che deve sostenere una prova importane. È qualcosa che anche se non si pubblica su Facebook esiste, magari nel vicino di banco, o nel &#8220;tipetto strano&#8221; con gli occhiali della terza classe.La poesia c&#8217;è per chi l&#8217;ascolta, anche se alla poesia, malinconica per antonomasia, piace dire di se stessa &#8220;Prosaica, la mia discesa agli inferi / è appena cominciata, immemore / di stelle, malsicura / di rivederne ancora&#8221;. Sono sicura che c&#8217;è e ci sarà sempre, anche tra gli iscritti a Facebook, qualcuno pronto a non permettere che questi versi si avverino.</p>
<p style="text-align: right;">Annalisa Chiodetti</p>
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		<title>Naked Giulia</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 23:08:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>federica</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>

		<category><![CDATA[Musica e spettacoli]]></category>

		<category><![CDATA[Prima pagina]]></category>

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		<description><![CDATA[ 
Immaginate un palcoscenico tra i più importanti d’Italia e una platea piena di persone che vi stanno guardando. Immaginate di dover rappresentare un ruolo molto introspettivo e difficile. Riuscite a figurarvelo? Bene, ora pensate di doverlo fare nudi. Completamente ed irrimediabilmente nudi, esattamente come mamma vi ha fatti.
No, non sto descrivendo il peggiore dei vostri [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;"> </p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;"><img class="alignleft size-full wp-image-8308" title="Johann Heinrich Füssli, L'incubo" src="http://www.umbertimes.eu/umbertimes/wp-content/uploads/2012/02/c32d100ef0_4994574_med.jpg" alt="Johann Heinrich Füssli, L'incubo" width="349" height="282" />Immaginate un palcoscenico tra i più importanti d’Italia e una platea piena di persone che vi stanno guardando. Immaginate di dover rappresentare un ruolo molto introspettivo e difficile. Riuscite a figurarvelo? Bene, ora pensate di doverlo fare nudi. Completamente ed irrimediabilmente nudi, esattamente come mamma vi ha fatti.</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;">No, non sto descrivendo il peggiore dei vostri incubi, ma un’esperienza reale che io ed altre nove ragazze abbiamo appena concluso.</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;">Tutto è iniziato una pallida giornata di gennaio, quando il mio cellulare è risorto dal coma domenicale a causa di una chiamata. A parlare è un giovanotto che mi chiede di concedergli cinque minuti del mio tempo: già pronta a chiudere la chiamata con un secco “No, grazie. Non m’interessa”, mi blocco sentendo che chiama dal Teatro Regio di Torino. Lo stesso Teatro Regio che solo un mese prima aveva liquidato la mia domanda di lavoro con un «in considerazione del grande numero di aspiranti, e della presenza di prove migliori, riteniamo che Lei non possa essere convocata se non in casi particolari». Il “caso particolare”, nello specifico, consiste nel fatto che, se il regista mi scegliesse, dovrei recitare nuda ed io molto spavaldamente dico di sì.</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;">Due giorni dopo sono lì a fare i provini; ci sono almeno sessanta ragazzi posteggiati nell’ingresso ad aspettare e solo una ventina scarsa di ragazze. Nessuno sa nulla eppure circolano tante voci che mi sembra di essere seduta ad un bar di paese assieme ad un gruppo di comari: “Ci faranno spogliare per vedere che non ci siano malformazioni”, “vogliono dieci uomini e dieci donne”, “saremo nudi ma dipinti con una pittura rossa”, “io ho recitato alla Scala e alla Fenice”. Ho sentito tante di quelle soffiate (e neppure una vera!) che sono entrata con la consapevolezza più totale di non avere alcuna speranza, né per caratteristiche fisiche né per capacità professionali.</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;">Il mio sconforto è sceso sotto le scarpe quando ho scoperto in cosa consistesse davvero il provino.</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;"><img class="size-full wp-image-8303 alignright" title="Teatro Regio Torino" src="http://www.umbertimes.eu/umbertimes/wp-content/uploads/2012/02/1827_regio-01.jpg" alt="Teatro Regio Torino" width="352" height="235" />Il regista ci fa mettere in cerchio e ci dice di imitare tre animali, prima un uccello, poi una bestia feroce e infine una scimmia: fin qui nulla di complicato, penso; poi ci dispone in fila sul fondo della sala e dice che gli stessi animali dobbiamo ora rappresentarli solo con i muscoli del volto e, gran finale, solo con gli occhi! Ora, certo fra voi ci saranno attori meravigliosi che reputeranno tutto ciò una cosa banale, ma io giuro che stavo per scoppiargli a ridere in faccia. Fatto sta che io con gli occhi un animale sono riuscita a rappresentarlo ed era la cernia. Quel giorno, il regista aveva scordato gli occhiali a casa (o come sospetto ha semplicemente fatto Ambarabà ciccì coccò) e ha visto in me una promessa teatrale, perciò eccomi qui sul palco del Regio.</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;">So che probabilmente in molti si staranno chiedendo dove io possa aver trovato il coraggio: posso solo rispondere che non l’ho neanche cercato. Mi sono presentata convinta di non essere neppure presa in considerazione e quando mi è stato chiesto il mio nome, per quanto stupido possa sembrare, il primo pensiero è stato “Stanno segnando gli esclusi”; non ho capito di essere stata scelta fino a quando non sono stata portata dal truccatore per verificare che il mio tatuaggio si potesse nascondere. In quel momento mi sono perdutamente innamorata e ho capito che dovevo farlo, che non avevo scelta: forse saprete che sono una degli organizzatori del gruppo teatrale del Convitto, ma non ho mai pensato che questa passione potesse diventare un “futuro”. Eppure, entrando nello studio del truccatore/parrucchiere, con il soprano della “Tosca” che faceva la prima donna ed il tenore poco più in là che scaldava la voce, mi sono sentita felice come non mai.</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;"><img class="alignleft size-full wp-image-8311" title="Sergei_Prokofiev" src="http://www.umbertimes.eu/umbertimes/wp-content/uploads/2012/02/sergei_prokofiev_02.jpg" alt="Sergei_Prokofiev" width="300" height="333" />Anche se, ovviamente, non ho un ruolo di rilievo, ma sono soltanto una comparsa (in gergo tecnico sono una “mima” che è più in alto di un semplice “figurante”), la preparazione e le prove sono state molto dure: siamo le dieci monache che compaiono nell’ultima scena de “L’angelo di fuoco” di Prokof’ev, e insieme alle molte altre monache (coriste) vediamo spiriti demoniaci che ci porteranno alla morte. È stato incredibilmente difficile riuscire ad ottenere ciò che David Freeman, il regista, ci chiedeva: innanzitutto perché si tratta di una scena molto movimentata, che richiede una velocità ed uno sforzo fisico non indifferenti; in secondo luogo, David, australiano al 100%, non parlava altro che inglese, non solo a noi, ma anche agli acrobati russi che con noi prendono parte alla scena e che parlano esclusivamente la loro lingua madre; infine, l’ostacolo più grande da superare è stato riuscire a immedesimarsi nel personaggio e creare la nostra storia.</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;">Quest’ultimo punto è stato davvero estenuante: bisogna imparare a vivere un’altra vita, a sentirsi completamente un’altra persona, provandone i sentimenti, le paure, le sensazioni. Eliminando te stessa devi raggiungere un momento di trance, in cui diventi una monaca impossessata dal diavolo, un essere che apre gli occhi per la prima volta su un mondo nuovo e riscopre il suo essere “animale”. E tutto questo, non smetterò mai di dirlo, nude e in mezzo ad un’orgia satanica di spiriti.</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;">Forse non vincerò nessun premio per la mia performance o forse, contro ogni aspettativa, un talent-scout mi avrà notata e produrrò un gran numero di film porno, ma di sicuro è stata un’esperienza divertente ed emozionante, di quelle che (purtroppo o per fortuna) capitano solo una volta nella vita.</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;"> </p>
<p style="text-align: right; margin: 0cm 0cm 0pt;">Giulia Porcellana</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: center;"> </p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: center;"><object width="505" height="277" data="http://youtu.be/imkCUtSk95Y" type="application/x-shockwave-flash"><param name="src" value="http://youtu.be/imkCUtSk95Y" /></object></p>
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		<title>I paesi del Terzo mondo</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Jan 2012 00:30:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>federica</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Attualità]]></category>

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		<description><![CDATA[Spesso sentiamo parlare della povertà, del degrado ambientale e sociale, delle pessime condizioni dei cosiddetti &#8220;Paesi del terzo mondo&#8221;. Giornali, telegiornali, programmi televisivi, a volte addirittura spot pubblicitari; tutti ne parlano, ma forse non ci si rende davvero conto che un &#8220;terzo mondo&#8221; non esiste affatto: è il nostro mondo, un mondo unico, che però [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-8296" title="palestinian_kids_are_seen_sized" src="http://www.umbertimes.eu/umbertimes/wp-content/uploads/2012/01/palestinian_kids_are_seen_sized.jpg" alt="palestinian_kids_are_seen_sized" width="410" height="279" />Spesso sentiamo parlare della povertà, del degrado ambientale e sociale, delle pessime condizioni dei cosiddetti &#8220;Paesi del terzo mondo&#8221;. Giornali, telegiornali, programmi televisivi, a volte addirittura spot pubblicitari; tutti ne parlano, ma forse non ci si rende davvero conto che un &#8220;terzo mondo&#8221; non esiste affatto: è il nostro mondo, un mondo unico, che però noi, piccoli sciocchi esseri umani, suddividiamo in base al ceto sociale, al contenuto del portafoglio e del conto bancario dei suoi abitanti.<br />
Consideriamo &#8220;Paesi del terzo mondo&#8221; gli Stati più poveri e degradati, senza un governo efficiente, quelli che non vantano grandi case di moda, enormi industrie o famosi cantanti, attori, artisti, musicisti, stilisti; gli Stati, insomma, che se non fosse per lo sconsiderato grado di povertà nessuno conoscerebbe. Ci si potrebbe chiedere il motivo di tanta povertà in Stati che sono quasi i nostri &#8220;vicini di casa&#8221;, mentre noi viviamo felici e contenti nelle nostre comode, calde, accoglienti casette. Ed è probabilmente proprio questo uno dei tanti motivi per cui i Paesi del terzo mondo sono tali: troppe persone povere e troppo poche persone ricche e potenti; se almeno quei pochi impiegassero il loro potere e il loro denaro con un minimo di saggezza &#8230; ma no: quell&#8217;incredibilmente piccolo numero di persone esageratamente ricche fa un uso totalmente sbagliato e socialmente inutile dei loro beni.<br />
Come Stato benestante (relativamente parlando, considerate le ultime novità economiche del nostro Paese), abbiamo il dovere morale di sostenere economicamente i Paesi più poveri, come quelli del terzo mondo; il problema, però, è che noi, poveri umani impertinenti, siamo convinti di poter risolvere tranquillamente la situazione semplicemente inviando periodicamente una buona quantità di soldi al Paese del terzo mondo (i cui abitanti ci fanno tanta pena). Assolutamente sbagliato: è la cosa peggiore che si possa fare. Elemosinando denaro ad un paese più povero ed economicamente non autosufficiente non si fa altro che incrementare la sua dipendenza economica dallo Stato &#8220;solidale&#8221;. Il che, ovviamente, non è un bene. Nel momento in cui quest&#8217;ultimo non sarà più in grado di mantenere contemporaneamente il Paese povero e degradato e sé stesso, infatti, il Paese povero e degradato regredirà fino alla condizione in cui si trovava prima del nostro intervento, se non peggiore.<br />
E quindi? Come risolvere la situazione, e chi ha la volontà, il potere, i mezzi e le idee per farlo? La gente dice che il futuro è in mano a noi giovani, e ha ragione. Ma, se è davvero così, allora temo che ci sia ben poca speranza per il prossimo futuro.<br />
Come possiamo pretendere di cambiare il mondo se le nostre uniche preoccupazioni variano da cosa indossare la mattina a quanti chili perdere per raggiungere la tanto agognata taglia 40, da decidere quante ore trascorrere alla playstation o al computer, all&#8217;esito della fatidica partita tra la nostra squadra del cuore e la sua temibile avversaria? Vogliamo cambiare il mondo, sì, ma solo quando guardiamo i telegiornali o sfogliamo il libro di geografia.<br />
A volte penso che sarebbe utile trascorrere un mese seguendo lo stile di vita in un Paese del terzo mondo: insieme a loro, nelle loro case, nella loro vita, nella loro realtà, nel loro mondo. Un mondo in cui spesso i bambini (specialmente le femmine) non possono andare a scuola, un mondo in cui si dorme in capanne di fango e paglia, con letti di pelli di animali, o in baracche di fortuna, costruite con plastica e lamiera; un mondo che non consente ai propri abitanti di andare all&#8217;ospedale per ristrettezze economiche, un mondo in cui bisogna percorrere chilometri per arrivare ad una fonte d&#8217;acqua (neanche pulita, per altro). Questa è la vita in un Paese del terzo mondo; e penso che, abituati come siamo a vivere nella bambagia più totale, serviti e riveriti come dei piccoli principi nel nostro regno dorato, lì noi non potremmo sopravvivere una settimana.<br />
Sì, il futuro è nelle nostre mani, ma se non ci sforzeremo di cambiarlo la situazione peggiorerà sempre più rapidamente: i Paesi che vivono alle dipendenze di Stati relativamente ricchi non raggiungeranno mai la minima indipendenza reale dai loro aiuti, e gli Stati che mantengono più Paesi oltre al proprio vedranno diminuire i loro capitali come fossero cioccolatini in una scatola lasciata nelle mani di un bambino goloso. Forse c&#8217;è ancora speranza, ma non in queste condizioni.</p>
<p style="text-align: right;">Alberta Ivaldi (1D)</p>
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		<title>La muta danza di astronauti e cowboy</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Jan 2012 00:20:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>federica</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Attualità]]></category>

		<category><![CDATA[Cultura]]></category>

		<category><![CDATA[Prima pagina]]></category>

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		<description><![CDATA[Quale studente non si chiede, al suo primo incontro-scontro con Tasso, Alfieri, Leopardi, &#8220;ma questo non aveva nient&#8217;altro di meglio da fare?&#8221; Poi però lo stesso giovane va a casa ed è triste perché la &#8220;tipa&#8221; che gli piace &#8220;un botto&#8221; non gli ha scritto e pensa che il mondo faccia schifo, e che tutti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-8286" title="comico" src="http://www.umbertimes.eu/umbertimes/wp-content/uploads/2012/01/balloliscio.jpg" alt="comico" width="348" height="237" />Quale studente non si chiede, al suo primo incontro-scontro con Tasso, Alfieri, Leopardi, &#8220;ma questo non aveva nient&#8217;altro di meglio da fare?&#8221; Poi però lo stesso giovane va a casa ed è triste perché la &#8220;tipa&#8221; che gli piace &#8220;un botto&#8221; non gli ha scritto e pensa che il mondo faccia schifo, e che tutti ce l&#8217;abbiano con lui, e che non ci sia via d&#8217;uscita per la sua tristezza. Vengono allora un po&#8217; in mente le parole di uno che ha definito questa cosa &#8220;cosmica&#8221;. Salinger diceva &#8220;i poeti prendono il tempo atmosferico così sul personale!&#8221;. Quasi tutti in realtà continuano a prenderlo &#8220;così&#8221; sul personale, ma quasi nessuno pensa minimamente di metterlo su carta, perché implica lavoro mentale e lo trova, sostanzialmente, inutile. Viviamo in un&#8217;epoca in cui &#8220;Denaro e Tecnica&#8221; , come scrive G. Conte, sono divenuti i valori più alti a cui l&#8217;uomo aspira. E&#8217; possibile certo trovare un collegamento tra lo sviluppo della mentalità e la concezione dell&#8217;arte col nostro derivare dal pensiero borghese, con cui giustificare il nostro assomigliare più al logico Albert che all&#8217;irruento Werther, ma forse la questione è più semplice e va ricercata nel presente. Nessuno ha più voglia di rischiare. Il &#8220;rischio&#8221; è ormai confinato al solo mondo degli investimenti. Nessuno ha più voglia di mettersi in gioco pubblicando versi, o scrivendo un poema in cui spiega la sua visione della realtà. Tutti tendono ad arrivare ad un lavoro, il meglio retribuito possibile, anche se non piace, e ad accontentarsi di questo. Non si può biasimare l&#8217;uomo per avere fame, chiaramente, ma si può biasimare la società civile in cui si ritrova. Non ci sono più le corti di Ariosto e Dante. &#8220;Poeta professionista&#8221; è sinonimo di &#8220;povero&#8221;: nessuno (o quasi) dà più un pasto caldo perché una persona scrive in versi, a meno che riesca a &#8220;sfondare&#8221; pubblicandoli. Invece, forse, una poesia non farebbe poi tanto male, in mezzo a tutti questi conti. Si può, certo, spezzare una lancia in favore di quei venticinque (gli stessi che leggono le peripezie di Renzo e Lucia) che ancora ci provano a mettere se stessi su un pezzo di carta, come giustamente nota Maurizio Cucchi. Il 90 % delle persone sembra però lobotomizzato in pieno stile Arancia Meccanica, e sembra che il Grande Fratello o l&#8217; Isola dei Famosi siano più cool di una poesia (letta o scritta). Però l&#8217;ispirazione, quella cosina che ci ricorda molto la lampadina di Archimede Pitagorico, può essere trovata dappertutto, da una foglia ad una guerra. E allora, chi rimproverare? L&#8217;atrofia dei cervelli, imbrigliati verso la società del &#8220;successo facile&#8221;, la mancanza di quello spirito di iniziativa che apparteneva a tutti i più grandi letterati del passato, e anche la società di massa. C&#8217;è anche il fatto che ora, per fortuna, si sta meglio di una volta: il capitalismo (e ciò che ne consegue) fornisce alle persone un&#8217;illusione molto materiale di poter raggiungere la felicità. Questo apparente benessere e la società della comunicazione di massa spingono le persone a voler condividere i propri pensieri su un social network o in televisione, senza realmente spingerle a riflettere sulla propria condizione, e sull&#8217;importanza dei propri drammi. Si è smorzata la vena artistica, in favore di un&#8217; attitudine alla finanza ed all&#8217;imprenditoria. Alla fine, aveva ragione Eugenio (Montale).<img class="size-large wp-image-8289 alignright" title="spacewalking" src="http://www.umbertimes.eu/umbertimes/wp-content/uploads/2012/01/spacewalking_astronaut_nasa_sts-41-b_eva1-1024x768.jpg" alt="spacewalking" width="393" height="295" /> L&#8217;&#8221;isterismo&#8221; dello spettacolo, non permette a quella cosa piccola, innocente e discreta che è la poesia di crescere e diventare grande, magnifica, toccante. Cos&#8217;è allora che spingeva le teste del passato a scrivere? Il pensiero di mettere su carta ciò in cui credevano, con la coscienza di incarnare lo spirito di tutti (esempio ne è l&#8217;ampio groppone di Dante, che porta l&#8217;umanità a spasso per l&#8217;aldilà), ma con la consapevolezza di essere pochi, speciali e, diciamolo, superiori agli altri. In fondo, i poeti erano quelli che da piccoli volevano diventare astronauti o cowboy, e poi, cresciuti, lo sono diventati. Hanno squarciano il velo della soggettività per arrivare per parlare al cuore di tutti, nel modo più diretto, colorato e vivo possibile. Purtroppo, ora, quelli che, infanti, volevano fare gli astronauti, diventano da grandi ingegneri, architetti ed economisti. Henri Bergson, ne &#8220;Il riso&#8221;, illustra il comico facendoci immaginare di essere in una sala da ballo con le orecchie tappate al suono della musica: i ballerini che volteggiano in sincrono ci sembreranno ridicoli e ci faranno ridere. Il mondo, nei confronti della poesia, fa lo stesso: la studia, tappandosi le orecchie al suono della bellezza e della veridicità di alcuni versi. E allora gli sembra ridicola, e, nel migliore dei casi, si mette a ridere.</p>
<p style="text-align: right;">Riccardo Tione (5B)</p>
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		<title>Fuori Programma</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2012 23:38:07 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[A Fisica, in via Giuria 1, è difficile trovare qualcuno che non conosca Paolo Zito, quanto meno di vista.
In un corso di laurea che tanti sentono come una seconda famiglia, dove le lunghe e frequenti esperienze di laboratorio rendono pressoché impossibile l&#8217;isolamento, è naturale che il classico tipo alla mano, capace di parlare di tutto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-8280" title="treno" src="http://www.umbertimes.eu/umbertimes/wp-content/uploads/2012/01/treno-300x225.jpg" alt="treno" width="300" height="225" />A Fisica, in via Giuria 1, è difficile trovare qualcuno che non conosca Paolo Zito, quanto meno di vista.<br />
In un corso di laurea che tanti sentono come una seconda famiglia, dove le lunghe e frequenti esperienze di laboratorio rendono pressoché impossibile l&#8217;isolamento, è naturale che il classico tipo alla mano, capace di parlare di tutto con tutti, lasci facilmente il segno nella memoria.<br />
È per questo, forse, che molti ricorderanno giovedì 19 gennaio come un febbrile e angoscioso passaparola tra i banchi dell&#8217;aula magna.<br />
Tutto comincia quando qualcuno nota la sua assenza a lezione. Il suo telefono che squilla a vuoto. I coinquilini che non l&#8217;hanno visto rientrare. La sera prima in una birreria, con i compagni di corso. Alcol, tanto alcol. E la notizia di un corpo ritrovato sui binari del treno in via Tirreno. Di un ventenne. Di uno studente. Di scienze. Poco per volta, l&#8217;angoscia diventa consapevolezza.<br />
Paolo Zito era iscritto al secondo anno di fisica. Originario di Boves, era fuorisede. Era uno studente brillante, tanto da aver partecipato all&#8217;Alfaclass Summer School della Fondazione CRT.<br />
Se ne è andato dopo una serata passata a bere tra amici, rifiutandosi di prendere il taxi che gli avevano chiamato, sebbene fosse un po&#8217; troppo brillo per tornare a casa.<br />
Naturalmente in tutto ciò il primo pensiero va alla fragilità della vita. Al fato, alla casualità. A quella volta in cui ci hai parlato insieme. Se è toccato a lui, poteva benissimo toccare alla persona che gli stava di fronte. Nell&#8217;ordine delle cose poteva succedere a chiunque. Sarebbe stata la stessa cosa, in fondo.<br />
Nonostante queste riflessioni, tutto sommato banali, a mente lucida non si può fare a meno di chiedersi se questa tragedia, in fondo, non si sarebbe potuta evitare.<br />
Ha un senso rinunciare alla propria vita per aver voluto superare il limite imposto dal proprio organismo, barattando i propri vent&#8217;anni per un bicchiere in più?<br />
Vale la pena affidarsi ad un modello di divertimento basato sull&#8217;andare in un locale e riempirsi di alcolici fino a quando la coscienza è completamente azzerata?<br />
Non si tratta di giudicare il gesto in sé (penso che ognuno sia libero di assumere le sostanze che reputa più opportune) ma piuttosto di considerare le conseguenze che quel gesto può portare. Soprattutto quando, condotto all&#8217;estremo, esso costituisce un pericolo per sé e per gli altri.<br />
Mi si dirà che siamo giovani e che un fatto del genere è tragico quanto imprevedibile.<br />
È vero, certamente. Tuttavia, se essere investiti da un pirata mentre si attraversa sulle strisce è sfortuna, esserlo in autostrada non lo è. Occorre camminare a lato delle corsie indossando un giubbotto rifrangente.<br />
Per me, poi, essere giovani vuol dire solo avere più vita da vivere, possibilmente.</p>
<p style="text-align: right;">Andrea Gallo Rosso</p>
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		<title>Partir</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2012 23:30:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cp</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Corrispondenze dall'estero]]></category>

		<category><![CDATA[Lingue]]></category>

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		<description><![CDATA[No es fácil dejar todo y partir. Tus costumbres, tus amigos, la escuela, tu familia, son cosas que te pertenecen y una mañana te despiertas y todo desaparece; te encuentras en una habitación que no es la tuya y oyes voces que no son las de tus padres. El primer periodo no fue fácil acostumbrarse [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-8224" title="Welcome to America" src="http://www.umbertimes.eu/umbertimes/wp-content/uploads/2012/01/100_7099-300x225.jpg" alt="Welcome to America" width="300" height="225" />No es fácil dejar todo y partir. Tus costumbres, tus amigos, la escuela, tu familia, son cosas que te pertenecen y una mañana te despiertas y todo desaparece; te encuentras en una habitación que no es la tuya y oyes voces que no son las de tus padres. El primer periodo no fue fácil acostumbrarse porque las costumbres y los horarios son diferentes. Cuando me hablaban comprendía una centésima parte de lo que me pedían y la comida era diferente a la italiana. La familia, a pesar de estos pequeños problemas, me integró como un miembro más y me trataron como a una hija.<br />
Aquí en Florida siempre hace calor y estoy rodeada de lagos de todo tipo. Vivo en una ciudad llamada Lakeland, entre Tampa y Orlando y está cerca del mar. La ciudad es tranquila y el centro no es muy grande, pero se pueden hacer muchas cosas.<br />
La escuela es la típica americana: los armarios en los pasillos, los estudiantes que cambian de clases, los bailes durante el año&#8230; Puedo decir que es como vivir en una película. La escuela comienza a las 7 de la mañana y termina a las 2 de la tarde. Estudian cosas diferentes y los profesores usan métodos diferentes de enseñanza. Aquí ellos no comen mucho durante la comidas y picotean entre horas durante el día. La cena es a las 5.30 de la tarde y se come mucha comida basura.<br />
Ellos viven la vida sin planificar. No tienen ningún tipo de programa y viven una vida tranquila sin estrés. Los adolescentes son autosuficientes: por ejemplo, trabajan, pagan los gastos sin ayuda de los padres, toman decisiones y algunos chicos de 16 años no viven jamás con sus propios padres.<br />
He hecho muchas experiencias que me han ayudado a crecer y apreciar más lo que tengo y también la fortuna que tengo de estar aquí. Estoy muy feliz de mi decisión y aprovecho de esta oportunidad para vivirla lo más que puedo porque no se va a volver a repetir jamás.</p>
<p style="text-align: right;">Alice Petruccioli (4F)</p>
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		<title>Tierra Prometida</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2012 23:29:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eugenia</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>

		<category><![CDATA[Lingue]]></category>

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		<description><![CDATA[Intifada
El 2 de noviembre de 1917 el Ministro de Asuntos Exteriores británico Arthur Balfour escribió la carta que le  haría pasar a la historia. Dirigiéndose al líder sionista británico Lord Rothschild, se comprometió a apoyar la constitución de un Estado judío en la entonces posesión turca de Palestina. En el texto – que tomaría el [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><div id="attachment_8245" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.umbertimes.eu/umbertimes/wp-content/uploads/2012/01/intifada-picture.jpg"><img class="size-medium wp-image-8245" title="intifada-picture" src="http://www.umbertimes.eu/umbertimes/wp-content/uploads/2012/01/intifada-picture-300x273.jpg" alt="Intifada" width="300" height="273" /></a><p class="wp-caption-text">Intifada</p></div></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;">El 2 de noviembre de 1917 el Ministro de Asuntos Exteriores británico Arthur Balfour escribió la carta que le  haría pasar a la historia. Dirigiéndose al líder sionista británico Lord Rothschild, se comprometió a apoyar la constitución de un Estado judío en la entonces posesión turca de Palestina. En el texto – que tomaría el nombre de Declaración de Balfour – se podía leer que</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="mso-ansi-language: ES; mso-bidi-font-family: Calibri; mso-bidi-theme-font: minor-latin;" lang="ES"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;">[...] <em>El Gobierno de Su Majestad ve con ojos favorables el establecimiento en Palestina de una patria nacional para el pueblo judío, y se esforzará lo más posible para facilitar la consecución de este objetivo, quedando claramente entendido que no se hará nada que pueda perjudicar los derechos civiles y religiosos de las comunidades no judías existentes en Palestina, o los derechos y el estatus político de que gozan los judíos en cualquier otro país. </em></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="mso-ansi-language: ES;" lang="ES"> </span></p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;">En el mismo periodo los británicos, enrolados en la Primera Guerra Mundial, les prometieron a los árabes de Palestina ayuda contra el dominio turco a cambio de su participación en el primer conflicto mundial. Se puede decir que en ese momento los británicos cayeron en contradicción por primera vez: prometían la misma tierra en el mismo tiempo a dos pueblos de cultura y religión muy distintas. Además, ambos, palestinos y judíos no solo querían vivir en la “tierra prometida”, sino anhelaban fundar un Estado propio. ¿De verdad creían los británicos que era posible una convivencia pacífica, o simplemente no se habían planteado el problema? Al convertirse Palestina en un protectorado de Gran Bretaña, después de la Primera Guerra Mundial, las ventajas económicas que los británicos obtuvieron de la venta de los territorios que los Judíos de todo el mundo compraban a través de la Agencia Judía fueron considerables. Tan considerables que hicieron desaparecer cualquier escrúpulo – si alguna vez  había existido alguno. Palestina era un protectorado británico, y legalmente los británicos podían hacer lo que quisiesen, pero vendiendo a los Judíos los territorios de los Palestinos, faltaron a la palabra dada en la Declaración - “[...] quedando claramente entendido que no se hará nada que pueda perjudicar los derechos civiles y religiosos de las comunidades no judías existentes en Palestina.” -, pues les estaban quitando a los Palestinos el derecho civil de vivir en sus tierras. Se contradecían por segunda vez.</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;">En la Proclamación del Estado de Israel del 14 de mayo de 1948 en Tel Aviv, el Jefe de Estado Ben Gurion pronunció las palabras paz, libertad e igualdad social y política. La idea de los Judíos de convivir pacíficamente con los árabes existió durante cierto tiempo, y se murió cuando los Judíos se dieron cuenta de que sus vecinos no estaban dispuestos a dejarles todo su espacio, y a (sobre)vivir en partes de territorio cada día más pequeñas. Las violentas reacciones terroristas de los Palestinos empeoraron las cosas.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="mso-ansi-language: ES;" lang="ES"> </span></p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;">[...] <em>El Estado de Israel estará abierto a la inmigración judía &#8230; promoverá el desarrollo del país para el beneficio de todos sus habitantes; estará basado en los principios de libertad, justicia y paz, a la luz de las enseñanzas de los profetas de Israel; asegurará la completa igualdad de derechos políticos y sociales a todos sus habitantes sin diferencia de credo, raza o sexo; garantizará libertad de culto, conciencia, idioma, educación y cultura; salvaguardará los Lugares Santos de todas las religiones; y será fiel a los principios de la Carta de las Naciones Unidas.</em></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="mso-ansi-language: ES;" lang="ES"> </span></p>
<p style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;">En realidad, cada guerra árabe-israelí constituyó una contradicción de las palabras de Ben Gurion, pues ¿qué derecho tenían los Israelíes de invadir los territorios palestinos para ‘prevenir una ofensiva árabe’, o de expansionarse en perjuicio de los ismaelitas? La contradicción, típica de la cultura británica, había afectado también a los Judíos. Por lo menos los Palestinos, que contestaron a los errores de sus vecinos con el error inhumano del terrorismo, nunca pronunciaron palabras parecidas a las de los Israelíes. Antes de los acuerdos que siguieron a la Guerra de los Seís Días, nunca declararon una igualdad de derechos entre ellos y los Judíos que después no respetaron.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="mso-ansi-language: ES; mso-bidi-font-family: Calibri; mso-bidi-theme-font: minor-latin;" lang="ES"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;">Cada personaje de una historia la cuenta desde su punto de vista. Una vez organizado el Estado de Israel, empezó una verdadera propaganda judía en contra de los Palestinos, que los etiquetaba como terroristas, inhumanos y como el enésimo pueblo antisemita. Probablemente, si unos cristianos hubieran estado en lugar de los Judíos, los árabes habrían atentado contra objetivos cristianos de la misma manera, pero la mayoría del pueblo judío no lo entendió.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;">Página web del Ministerio de Asuntos Exteriores de Israel, apartado de la Historia del Estado. Los primeros cuatro párrafos tratan del periodo histórico que va desde el nacimiento del Estado hasta la campaña del Sinaí. No extraña que los Israelíes acaben siendo los principales afectados por el conflicto que tuvo lugar en aquellos años, y es normal que gran parte del segundo párrafo se dedique a exaltar el sistema educativo y agrículo de los Israelíes, su cultura y su actividad artística.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;">Lo que no se debe olvidar es que, si se leyera un artículo sobre los mismos años escrito por un periodista palestino, las mismas guerras, invasiones y matanzas aparecerían muy diferentes. Con mucha probabilidad,  los ataques terrorísticos árabes dejarían de ser actos inhumanos y locos, y se convertirían en la normal reacción de un pueblo exasperado. La ‘necesaria guerra preventiva’ de 1967, sería simplemente el enésimo abuso perpetrado por Israel.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;">Todo el mundo tiene su opinión sobre el problema árabe-israelí. Hay personas que se declaran totalmente a favor de los Palestinos, y hasta llegan a justificar los ataques terroristas. Hay quién, más moderadamente, reconoce los crímenes contra la humanidad cometidos por ambas partes, pero admite que la ONU e Israel mismo se equivocaron cuando creyeron poder hacer lo que se les antojase y actuaron como si los Palestinos no existieran. Las restantes personas se declaran a favor de los Judíos de Israel, por convicción personal o por no ser acusados de antisemitismo.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;">Aunque EEUU está a favor de Israel – y con ellos casi todo el mundo occidental – y le proporciona armas, esa última categoría lamenta no poder expresar libremente sus ideas. No es falso que algunos de los más grandes editores de España no quieran publicar libros abiertamente a favor de Israel. La causa de esta negativa puede ser la opinión personal del editor – que por una vez pone la ética delante de las ventajas económicas – o puede ser el miedo a ser etiquetados como inhumanos por la parte de población mundial que defiende a los Palestinos – como sostienen algunos grandes premios literarios españoles, coautores del texto “En defensa de Israel”, que no consiguió publicarse con ningún gran editor español. Las críticas que esos grandes escritores dirigen a los Palestinos conciernen sobretodo al terrorismo y la Intifada, acomunados – según la opinión de Gabriel Albiac, premio Nacional de Ensayo – por la inmoralmente obscena decisión de líderes adultos de adoctrinar a jovenes muchachos y muchachas para que sean ellos a hacerse explotar en una plaza o a lanzar piedras contra los tanques israelíes. También se les acusa a los Palestinos – y a los árabes en general – de atentar contra todo lo que Israel y el mundo occidental tienen de bueno, no  para conseguir su libertad, sino para destruirnos a todos y llegar a dominarnos.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;">Como ya he dicho antes, con mucha probabilidad los árabes se habrían portado de la misma manera con los cristianos, y si una parte de la población mundial los defiende, se trata de simple pietad con seres humanos encerrados en campos de refugiados, y no de antisemitismo.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt;">De todas formas, hay Palestinos que han pasado toda su vida en un campo de refugiados sin cometer ni un atentado y hay Judíos que siempre han estado en contra de las guerras árabe-israelíes. Es por ellos que debemos solucionar este conflicto: para que unos puedan, por fin, salir de los campos de refugiados y hablar con los otros, que llevan años trabajando por la paz.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: right; margin: 0cm 0cm 0pt;"> </p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: right; margin: 0cm 0cm 0pt;">Chiara Murgia (3C)</p>
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		<title>Cineforum a.s. 2011-2012</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2012 23:27:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cp</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[BiblioMediateca]]></category>

		<category><![CDATA[Vita scolastica]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-large wp-image-8235" title="film-cineforum-2012" src="http://www.umbertimes.eu/umbertimes/wp-content/uploads/2012/01/film-cineforum-2012-724x1024.jpg" alt="film-cineforum-2012" width="579" height="819" /></p>
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		<title>Notiziario Bibliomediateca - Elenco nuovi film Novembre 2011</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2012 23:26:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cp</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[BiblioMediateca]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-large wp-image-8232" title="film-novembre" src="http://www.umbertimes.eu/umbertimes/wp-content/uploads/2012/01/film-novembre-724x1024.jpg" alt="film-novembre" width="579" height="819" /></p>
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		<title>Nieva</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2012 23:25:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>federica</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Lingue]]></category>

		<category><![CDATA[Racconti e poesie]]></category>

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		<description><![CDATA[Nieva. Sin lugar a dudas un hombre cualquiera se ha puesto a pensar en las dificultades que esta situación puede llevar consigo. Es una pena, por un lado, que nuestras sensaciones ya no sean las mismas de las que teníamos cuando éramos pequeños.
En cuanto te das cuenta de tu proprio crecer, todos tus pensamientos cambian [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-8267" title="neve" src="http://www.umbertimes.eu/umbertimes/wp-content/uploads/2012/01/4-neve.jpg" alt="neve" width="224" height="224" />Nieva. Sin lugar a dudas un hombre cualquiera se ha puesto a pensar en las dificultades que esta situación puede llevar consigo. Es una pena, por un lado, que nuestras sensaciones ya no sean las mismas de las que teníamos cuando éramos pequeños.<br />
En cuanto te das cuenta de tu proprio crecer, todos tus pensamientos cambian radicalmente, como tú, incluso los relativos a la nieve, una de las cosas, a mi parecer, más geniales y emocionantes que nunca hayan creado.<br />
Incluso ahora logro acordarme de quello días que suelen anticipar las Navidades, los que yo transcurría feliz, en compañía de mi padre y de mis amigos y que nunca olvidaré: casi consigo escuchar de nuevo sus voces, las que me invitaban a jugar, formando parte de un inocente ejército de soldadillos con armas redondas, frías y blancas, o intentando dibujar en el jardín cubierto por los copos las figuras de unos pequeños ángeles.<br />
El marco de ese cuadro, que en estos días solo puedo mirar con un poco de melancolía, es la mezcla de blanco, silencio, frescura y emoción típicos de tempo como aquellos; todos esos elementos de unen como por magia, dejando a cualquier hombre, mujer o niño un poco sorprendido y un poco feliz.: el aire es frío y pesado, a veces no consigues advirtir la realidad, ya que hasta los rumores no quierenarruinar una paz tan blanca y casi perfecta.<br />
Nieve es blancor, frío, a veces molestia, a veces alegría, esperanza, agua, paz, bufandas, abrigos, fiestas, melancolía, o simplemente conjunto de recuerdos de una persona que empezará a crecer en cuanto le dé la gana.</p>
<p style="text-align: right;">Elena Reato (4E)</p>
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		<title>Notiziario Bibliomediateca - Novembre 2011</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2012 16:14:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cp</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[BiblioMediateca]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-large wp-image-8228" title="novembre-2011" src="http://www.umbertimes.eu/umbertimes/wp-content/uploads/2012/01/novembre-2011-723x1024.jpg" alt="novembre-2011" width="578" height="819" /></p>
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		<title>Mutamento o morte?</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Jan 2012 22:30:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>federica</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Attualità]]></category>

		<category><![CDATA[Cultura]]></category>

		<category><![CDATA[Prima pagina]]></category>

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		<description><![CDATA[La lingua si evolve. Spesso è una rivoluzione che parte dal basso e che soltanto in seguito viene legittimata dalla letteratura e dalla grammatica. Negarlo è una posizione reazionaria. Loquerisne linguam latinam? No.
La maggior parte dei cambiamenti di questi ultimi anni è di natura puramente grafica: scrivendo &#8220;ankora&#8221; al posto di &#8220;ancora&#8221; non si varia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-8206" title="ipad-ebraico" src="http://www.umbertimes.eu/umbertimes/wp-content/uploads/2012/01/ipad-ebraico.png" alt="ipad-ebraico" width="300" height="204" />La lingua si evolve. Spesso è una rivoluzione che parte dal basso e che soltanto in seguito viene legittimata dalla letteratura e dalla grammatica. Negarlo è una posizione reazionaria. <em>Loquerisne linguam latinam?</em> No.<br />
La maggior parte dei cambiamenti di questi ultimi anni è di natura puramente grafica: scrivendo &#8220;ankora&#8221; al posto di &#8220;ancora&#8221; non si varia né la pronuncia, né il senso della parola. La storia della scrittura è ricca di cambiamenti di questo genere: pensiamo al turco, che all&#8217;inizio del secolo scorso è passato dall&#8217;alfabeto arabo a quello latino. Talvolta, poi, le innovazioni rispondono ad un preciso bisogno. La sostituzione di C con K risolve un problema che ci assilla fin dalle elementari: C dolce o C dura?<br />
Alcuni, in più, temono che il linguaggio senza vocali degli sms si possa via via trasferire a registri linguistici più elevati. Anche in questo caso, però, non saremmo di fronte ad un unicum: l&#8217;ebraico, lingua ben più antica dell&#8217;italiano, è privo di vocali. Altri ritengono che la lingua di Manzoni sia messa in pericolo dai vocaboli di origine straniera. In molti casi, tuttavia, sono l&#8217;unico modo che abbiamo per comunicare un nuovo concetto. Web, derby, spread, computer sono solo alcune delle parole che non sapremmo dire altrimenti.<br />
Dobbiamo imparare che le lingue vive non sono magnifiche cattedrali nel deserto, ma strumenti attuali di comunicazione.<br />
Negare che, però, ci sia un problema non sarebbe affatto lungimirante. Più che preoccuparci di come si comunichi, dovremmo occuparci di cosa si trasmetta sia attraverso il linguaggio sia attraverso altri mezzi di comunicazione come l&#8217;arte e la musica. Mai prima d&#8217;ora l&#8217;uomo ha potuto comunicare così rapidamente e così ampiamente. Grazie al web e ai social network notizie, idee e pensieri viaggiano da un continente all&#8217;altro in pochi secondi. Una prova di queste eccezionali potenzialità è stata la primavera araba che negli scorsi mesi ha portato alla caduta del regime di Gheddafi in Libia e al crollo di governi non democratici in Tunisia ed Egitto. Questa rivoluzione è nata proprio fra le pagine di blog e social network.<br />
In Occidente, invece, siamo di fronte ad un impressionante decadimento della comunicazione scritta. Colpisce la notizia che nel 2007 un quarto dei giovani tedeschi che terminavano l&#8217;equivalente dei nostri istituti professionali fosse analfabeta. C&#8217;è da chiedersi come ciò sia possibile nell&#8217;era di Facebook di Twitter e dell&#8217;iPad.<br />
La risposta è che stiamo passando (o meglio tornando) ad una comunicazione &#8220;per immagini&#8221; e non più &#8220;per parole&#8221;. La diffusione della televisione e di internet ha aumentato a dismisura la quantità di filmati ed immagini di cui possiamo fruire ogni giorno. Ciò ha limitato la lettura di giornali e romanzi in favore di film e telegiornali. Di conseguenza anche i contenuti sono cambiati in funzione della comunicazione. Oggi prima vediamo un cantante e poi ascoltiamo il suo brano. Nell&#8217;Ottocento leggendo un romanzo di Salgari il lettore era obbligato ad immaginare la Malesia. Oggi grazie all&#8217;immagine vediamo passivamente sul set di un film: oggi la comunicazione è più immagine e meno immaginazione.<br />
Non dovendo più astrarsi, la mente si fossilizza sul quotidiano, sul presente, su ciò che possiamo ottenere con un semplice click e senza il minimo sforzo. Non si pensa più alla propria vita interiore, ma solo a quella esteriore. All&#8217;immagine, appunto.<br />
Rispetto al passato abbiamo una miriade di occasioni per comunicare agli altri, ma non troviamo quasi nessuno che sia disposto ad ascoltare. Gli unici che al giorno d&#8217;oggi sono ancora disposti ad ascoltare sono gli psicologi.<br />
Dante, Michelangelo, Mozart, Leonardo sono stati grandi artisti e grandi comunicatori. Se nessuno avesse saputo ascoltare od ammirare le loro opere, il loro lavoro a nulla sarebbe valso.<br />
La comunicazione vive solo se ci sono un emittente ed un ricevente. Senza è morta: la stiamo uccidendo noi non ascoltando.</p>
<p style="text-align: right;">Valerio Pace (3D)</p>
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La maggior parte dei cambiamenti di questi ultimi anni è di natura puramente grafica: scrivendo &#8220;ankora&#8221; al posto di &#8220;ancora&#8221; non si varia né la pronuncia, né il senso della parola. La storia della scrittura è ricca di cambiamenti di questo genere: pensiamo al turco, che all&#8217;inizio del secolo scorso è passato dall&#8217;alfabeto arabo a quello latino. Talvolta, poi, le innovazioni rispondono ad un preciso bisogno. La sostituzione di C con K risolve un problema che ci assilla fin dalle elementari: C dolce o C dura?<br />
Alcuni, in più, temono che il linguaggio senza vocali degli sms si possa via via trasferire a registri linguistici più elevati. Anche in questo caso, però, non saremmo di fronte ad un unicum: l&#8217;ebraico, lingua ben più antica dell&#8217;italiano, è privo di vocali. Altri ritengono che la lingua di Manzoni sia messa in pericolo dai vocaboli di origine straniera. In molti casi, tuttavia, sono l&#8217;unico modo che abbiamo per comunicare un nuovo concetto. Web, derby, spread, computer sono solo alcune delle parole che non sapremmo dire altrimenti.<br />
Dobbiamo imparare che le lingue vive non sono magnifiche cattedrali nel deserto, ma strumenti attuali di comunicazione.<br />
Negare che, però, ci sia un problema non sarebbe affatto lungimirante. Più che preoccuparci di <em>come </em>si comunichi, dovremmo occuparci di <em>cosa </em>si trasmetta sia attraverso il linguaggio sia attraverso altri mezzi di comunicazione come l&#8217;arte e la musica. Mai prima d&#8217;ora l&#8217;uomo ha potuto comunicare così rapidamente e così ampiamente. Grazie al web e ai social network notizie, idee e pensieri viaggiano da un continente all&#8217;altro in pochi secondi. Una prova di queste eccezionali potenzialità è stata la primavera araba che negli scorsi mesi ha portato alla caduta del regime di Gheddafi in Libia e al crollo di governi non democratici in Tunisia ed Egitto. Questa rivoluzione è nata proprio fra le pagine di blog e social network.<br />
In Occidente, invece, siamo di fronte ad un impressionante decadimento della comunicazione scritta. Colpisce la notizia che nel 2007 un quarto dei giovani tedeschi che terminavano l&#8217;equivalente dei nostri istituti professionali fosse analfabeta. C&#8217;è da chiedersi come ciò sia possibile nell&#8217;era di Facebook, di Twitter e dell&#8217;iPad.<br />
La risposta è che stiamo passando (o meglio tornando) ad una comunicazione per immagini e non più per parole. La diffusione della televisione e di internet ha aumentato a dismisura la quantità di filmati ed immagini di cui possiamo fruire ogni giorno. Ciò ha limitato la lettura di giornali e romanzi in favore di film e telegiornali. Di conseguenza, anche i contenuti sono cambiati in funzione della comunicazione. Prima vediamo un cantante e poi ascoltiamo il suo brano. Nell&#8217;Ottocento leggendo un romanzo di Salgari il lettore era obbligato ad immaginare la Malesia. Oggi grazie all&#8217;immagine vediamo passivamente un set di un film: la comunicazione è più immagine e meno immaginazione.<br />
Non dovendo più astrarsi, la mente si fossilizza sul quotidiano, sul presente, su ciò che possiamo ottenere con un semplice clic e senza il minimo sforzo. Non si pensa più alla propria vita interiore, ma solo a quella esteriore: all&#8217;immagine, appunto.<br />
Rispetto al passato abbiamo una miriade di occasioni per comunicare agli altri, ma non troviamo quasi nessuno che sia disposto ad ascoltare. Gli unici che al giorno d&#8217;oggi sono ancora disposti ad ascoltare sono gli psicologi.<br />
Dante, Michelangelo, Mozart, Leonardo sono stati grandi artisti e grandi comunicatori. Se nessuno avesse saputo ascoltare od ammirare le loro opere, il loro lavoro a nulla sarebbe valso.<br />
La comunicazione vive solo se ci sono un emittente ed un ricevente. Senza è morta: la stiamo uccidendo noi non ascoltando.</p>
<p style="text-align: right;" mce_style="text-align: right;">Valerio Pace 3D< >< >< ><--></p>
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		<title>Burial - Untrue</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Jan 2012 22:27:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>pouya</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Musica e spettacoli]]></category>

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		<description><![CDATA[Album d&#8217;esordio straordinario per un artista eccezionale: fuori dagli schemi, inaspettato, un lampo a ciel sereno. Burial, il misterioso artista londinese che vuole restare anonimo e tenere segreta la sua identità, rivela così al mondo il suo talento, con tredici tracce che meritano di essere ascoltate e riascoltate innumerevoli volte, assaporando ogni cambio, ogni accordo, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-8212" title="Burial-Untrue" src="http://www.umbertimes.eu/umbertimes/wp-content/uploads/2012/01/burial-untrue1.jpg" alt="Burial-Untrue" width="364" height="364" />Album d&#8217;esordio straordinario per un artista eccezionale: fuori dagli schemi, inaspettato, un lampo a ciel sereno. Burial, il misterioso artista londinese che vuole restare anonimo e tenere segreta la sua identità, rivela così al mondo il suo talento, con tredici tracce che meritano di essere ascoltate e riascoltate innumerevoli volte, assaporando ogni cambio, ogni accordo, ogni voce. Il suo stile è un misto tra dubstep, genere che è stato indelebilmente segnato da questo album, soul ed elettronica pura: un autentico pioniere in questo tipo di musica. Ritmi lenti contrastano con altri travolgenti, in un&#8217;armonia celestiale; tutto scorre e tutto si trasforma. Le meste voci, il susseguirsi continuo dell&#8217;incalzante quanto rassicurante battito, i pad, gli archi e tutti gli altri strumenti, meravigliosamente combinati, ispirano all&#8217;ascoltatore i sentimenti più profondi e nascosti dell&#8217;animo umano; chiudere gli occhi e lasciarsi andare è davvero un gesto quasi automatico.<br />
Ogni traccia è un viaggio, una storia, un&#8217;esperienza interiore. La melodia è la protagonista principale, non si lascia spazio a fantasticherie o viaggi mentali, non c&#8217;è mai l&#8217;urgenza di saltare al pezzo successivo lasciando a metà un altro, perché si tratta di un tutt&#8217;uno collegato.<br />
L&#8217;unica pecca è che non c&#8217;è un&#8217;evoluzione del suono: i tratti generali si mantengono gli stessi dall&#8217;inizio alla fine, la cupa e grigia atmosfera - ispirata alle desolanti e industriali metropoli britanniche, rievocata tra l&#8217;altro anche in copertina dallo sguardo assente e perso del personaggio dipinto - permane per tutta la durata dell&#8217;album, due volte vincitore del titolo di Album dell&#8217;Anno secondo le prestigiose riviste The Wire e Mixmag nel 2007.</p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p style="text-align: justify;">Anno di pubblicazione : 2007 / Tipo di album : Studio / Durata : 51 min, 16 sec / Genere  : Elettronica / Etichetta : Hyperdub / Prezzo iTunes : 9,99 €</p>
<p style="text-align: right;">Pouya Houshmand (III E)</p>
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