La vita meravigliosa dei laureati in lettere

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Prof, ma lei in cosa si è laureato?

Ora, la domanda apre alcune enigmatiche questioni.

Partiamo da quella più appagante. Sarà mica un sottile, velato e intelligente suggerimento a cambiare mestiere? Perché no? In fondo la domanda può essere letta così. Visto che quando spiega, tra concetti, ipotesi, tesi e singole parole, io riesco a capirne circa un terzo, non vorrà mica dire che la fatica spesa sui libri si è tradotta in una nebulosa lessicale di difficile trasmissione? In effetti, porre una domanda del genere al prof di italiano oltrepassa la semplice curiosità. Quasi ad aspettarsi una risposta del tipo: “Be’, ovvio, in chimica industriale!”.

La seconda ipotesi, invece, pare più delicata. Se un allievo chiede al prof di italiano “scusi, ma lei in cosa si è laureato?”, senza provare a trovare la soluzione attraverso una banalissima associazione di idee tra materia insegnata ed eventuale percorso di studi seguito … allora le possibilità di interpretazione prendono un’altra strada. Certo, non tutti possono immaginare che esista una facoltà universitaria dedicata allo studio delle Lettere, soprattutto in un paese in cui migliaia risultano i corsi di laurea. Singolare però è il fatto della dissociazione a priori. Mi spiego meglio. A nessuno verrebbe in mente di chiedere ad un avvocato o ad un medico o ad un commercialista in che cosa si siano laureati. E’ ovvio, scontato, risaputo. Legge, medicina, economia e commercio. Queste sì che sono equazioni elementari, tutti ci arrivano con un semplice movimento di neuroni. Dimmi quello che fai e immediatamente alimento le mie sicurezze; all’istante conosco la tua storia, so da dove vieni, la fatica che hai impiegato per raggiungere la tua posizione. E qui si arriva al cuore del dilemma. Sarà mica che si è talmente svalutato un lavoro tra i più nobili in passato, da rendere quasi naturale il chiederne conferma attraverso una normalissima domanda? In fondo se al mio prof di italiano, abbandonando la prima ipotesi, chiedo in cosa si è laureato è perché non riesco del tutto a far rientrare nella mia forma mentis una persona che per vivere “pensa, parla e scrive”. Frutto di una società consolidata sull’idea di una velocità contraria all’immagine dell’uomo che lentamente “riflette”? Risultato di un villaggio globale in cui non c’è più posto per chi dedica il suo tempo ad attività non retribuite quali lo studio e la lettura? O, più semplicemente, morbosa curiosità adolescenziale slegata da qualsiasi forma di ragionamento e di conoscenza della realtà? In tutti e tre i casi, comunque, il grigio prevale sullo sfondo. Tranquilli però, la domanda fatta al prof di italiano, in fondo, non è così pericolosa (o perlomeno implica conseguenze del tutto recuperabili). Proviamo a pensare alla stessa domanda posta ad un ingegnere che ha appena firmato il calcolo del cemento armato necessario per la costruzione di un palazzo … sarebbe decisamente più inquietante!

Su con la vita, dunque; il prof di italiano, laureato in farmacia e veterinaria, rimane un innocuo extra-terrestre. Nel migliore dei casi può creare dipendenza, ma non nuoce alla salute.

Carlo Pizzala

P.S. Il titolo dell’articolo è un omaggio all’omonimo quanto sconosciuto romanzo

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