Ogni secondo è prezioso

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Screenshot 2026-01-09 171649Crans-Montana, Canton Valais, Svizzera, 1 gennaio 2026. Capodanno.

Si festeggia con i propri cari e i propri amici. Qualcuno, da qualche parte, stappa una bottiglia. Qualcun altro gioca a tombola. I bambini guardano i fuochi d’artificio. Da qualche parte, qualcuno dorme già. La notte è appena cominciata. 

Il suo nome è Laëtitia, è in Svizzera per festeggiare con i suoi amici il capodanno. Si stanno divertendo un mondo, c’è un sacco di gente, la musica è fortissima, ma le piace! Guarda l’ora, 12.03. Manda un messaggio veloce di auguri ai suoi e torna a divertirsi: li sentirà più tardi. Si balla, la serata continua. Guarda nuovamente il telefono: è l’1.20. Nota che nuove persone stanno entrando nel bar, chissà se ci staranno, è decisamente piccolo il locale. Qualche minuto dopo due ragazzi, uno sulle spalle dell’altro, portano delle bottiglie. Finalmente, è ora di bere un po’.

Qualcosa però non torna. L’aria è diventata più pesante, quasi difficile da respirare. All’inizio pensa sia solo il caldo, sono troppi, stanno ballando da ore. Ma poi lo sente: un odore acre, diverso dal fumo delle sigarette, più aggressivo. Brucia in gola.

Qualcuno vicino a lei smette di ballare. Si guarda intorno. Alza la testa.

Un secondo dopo, le luci tremano.

La musica continua a suonare, troppo forte perché si capisca cosa sta succedendo davvero. Qualcuno ride ancora, qualcuno filma. Lei si ferma. Il suo corpo si irrigidisce prima ancora che la sua testa capisca. Il fumo scende dal soffitto, lento ma inesorabile, come se stesse cercando il suo spazio vitale.

“Ragazzi, c’è fumo.” Qualcuno grida.

Capisce che deve andarsene subito. E’ un po’ stordita dalla musica, ma cerca di ragionare in fretta.

“Al fuoco, al fuoco!”

Non sa chi lo dice. Sa solo che da quel momento tutto accelera.

Vede persino un ragazzo che si toglie la maglietta e la usa per cercare di spegnere il fuoco.

Le persone iniziano a spingere. Non per cattiveria, ma per istinto. La paura ha un suono preciso: passi che si accavallano, urla spezzate, oggetti che cadono. Le luci si spengono del tutto e per un attimo resta solo il rosso intermittente di un’uscita lontana. Troppo lontana. Cerca con lo sguardo un’altra uscita, ma non si vede più nulla. Passa rasente al muro, nella speranza di trovare un maniglione antipanico. Nulla, non sente nulla. Fa troppo caldo, la temperatura è salita troppo velocemente. Le manca il respiro.

Cerca l’aria abbassandosi, come ha visto fare nei film. Respira a scatti. Gli occhi le bruciano. Sente qualcuno cadere davanti a lei e non riesce a fermarsi in tempo. Inciampa. Cade anche lei. Le mani cercano appigli che non ci sono.

Poi il calore. Non una fiamma, un muro invisibile che colpisce il viso e toglie il fiato. Le urla diventano più forti, poi più deboli, poi confuse. Il tempo perde forma. Non sa più se sta cercando di alzarsi o se sta solo cercando di respirare.

Qualcuno cade sopra di lei. Poi qualcun altro. Il peso le schiaccia il petto. Vorrebbe gridare ma non esce niente. La bocca si apre, ma l’aria non entra. Il buio diventa totale.

Pensa ai suoi. Non in modo drammatico, non come nei film. È un pensiero semplice, improvviso. Non li ha ancora richiamati.

Cerca di muoversi, ma non ci riesce. Il peso dei corpi sopra di lei è troppo. Vorrebbe piangere, ma ha gli occhi troppo appannati dal fumo. Sente la disperazione che sale dentro di lei, la speranza che abbandona il suo corpo. Le urla di sottofondo diventano un unico ronzio lontano. Trova ancora la forza di urlare.

“Non voglio morire, vi prego, non voglio morire!” 

E poi basta.

Quando torna a sentire qualcosa, è una mano. Forte. Decisa. Mi afferra per il braccio. Qualcuno sta urlando, ma non capisco cosa dica. Sento solo che mi tirano, che il mio corpo scivola, che il peso sopra di me si sposta. L’aria entra all’improvviso, violenta, dolorosa, ma reale.

Non vede il suo volto. Non sa il suo nome. Sa solo che uno sconosciuto non l’ha lasciata lì.

Fuori fa freddo. Un freddo che taglia la pelle e riporta al mondo. Si accascia a terra. Qualcuno la copre con qualcosa, forse una giacca. Le sirene arrivano dopo, o forse c’erano già. Il tempo non funziona più come prima.

E’ viva.

Respira. L’aria è fredda. Fa male, ma entra.

Resta seduta a terra, le mani che tremano, mentre qualcuno le parla e lei annuisce senza capire davvero.

Non pensa a essere viva.

Pensa solo al tempo. A ogni prezioso secondo.

A quanto poco basti per perdere tutto.

A quanto ne basti uno solo, per restare.

Irene Costanzo

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