Gran Torino

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Ciò che segue qui è uno dei tanti fiumi di parole versati per condannare la criminalità, in particolare quella organizzata in bande, che si chiami mafia o semplice bullismo. Un altro fiume di parole inutili che ci commuoveranno profondamente, che ci faranno sentire uno schifo per dieci minuti e poi finiranno in un cassetto recondito della nostra memoria, per non disturbarci più. Parole che chiunque con la penna un poco affilata e buona volontà può tirar giù senza fatica, nella speranza di rendere nota una verità scomoda ma soprattutto viscida, malsana e aguzzina.

Ciò che segue non è un articolo di cronaca, né un articolo di opinione né una storiella. E’ una recensione, perché dove le lettere stampate a volte falliscono, forse una pellicola rimarrà più impressa. Nessuno capirà mai il dramma di una persona perseguitata, di una persona a cui di fatto è stata tolta la libertà di vivere, la cui famiglia è destinata a una continua tortura a causa della sua volontà di ribellione a una prigionia improvvisa quanto ingiusta. Clint Eastwood ci ha provato lo stesso, ha messo tutto questo su una pellicola: “Gran Torino”. Il titolo inganna, il film è ambientato in America, in un quartiere dove etnie miste vivono fra furti, droga e violenza, dove le bande spadroneggiano. Un quartiere dove Tao, un ragazzino appena immigrato dal Vietnam, vede il suo futuro oscurato e la sua famiglia minacciata dalla presenza di bulli che ne vogliono fare un delinquente. Ma ci inganneremmo ancora di più se pensassimo che Torino non c’entra assolutamente nulla: realtà come quella nella nostra cara città non sono affatto estranee. Ed è inutile far finte di niente quando si sente parlare di delinquenza, come se fosse un elemento socialmente naturale, perchè per quanto sembri impossibile, niente vieta che un giorno colpisca anche noi, e a quel punto sarà difficile non accorgersi della sua ingiusta presenza. Basta pensare di essere tutti santi, nel momento in cui ignoriamo un problema ne siamo diretti responsabili. Ecco perché scomodarsi, ecco perché spendere cinque euro di biglietto, ecco perché andare a vedere questo film: perché con ironia, semplicità e un’ottima recitazione, Eastwood (attore e regista) ci aprirà una volta di più gli occhi su quello che tropo spesso non vogliamo vedere: razzismo, omertà, ingiustizia e violenza. Vite rovinate che ne rovinano altre.

Ciò che è scritto non servirà a pulire la coscienza in quelli che lo leggeranno, né a renderli migliori, ma forse servirà a non fare assopire del tutto la poca effettiva consapevolezza che c’è riguardo queste infamie e che grazie a fiumi di parole e a film come questo non è ancora morta. Chissà che un giorno non si trasformi in volontà di combattare davvero.

Eugenia Beccalli (2F)

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