Fast s…fashion

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libri_intPrima di addentrarci sulle conseguenze del fast fashion sul nostro quotidiano, è bene spiegare cos’è e perché è così diffuso. Questa espressione inglese ormai entrata nel lessico quotidiano, indica un settore di moda al dettaglio che vende capi di abbigliamento a poco prezzo. Qualche esempio? Basti ricordare i nomi più conosciuti: Zara, Bershka, Pull&Bear, H&M, Primark, Gap.

Se per il consumatore il fast fashion rappresenta un’occasione ghiotta per avere una varietà di capi da indossare, una costante disponibilità e un notevole risparmio, non si può dire la stessa cosa se prendiamo in considerazione il rovescio della medaglia. La qualità degli indumenti, infatti, è decisamente “ a breve termine”, i capi tendono a rovinarsi dopo qualche lavaggio. Ma quello che è più preoccupante è il forte impatto ambientale della loro produzione e il costo sociale relativo allo sfruttamento dei dipendenti nelle fabbriche.

Quindi, siamo davvero sicuri che il fast fashion faccia bene a noi e al pianeta?

Le grandi multinazionali della moda veloce concentrano la loro produzione in Paesi in cui i costi della manodopera e di produzione sono bassissimi; i lavoratori vengono sfruttati e spesso rappresentano nuove forme di schiavitù, ma soprattutto gli ambienti di lavoro non sempre rispettano le più elementari norme di sicurezza. Basti pensare alla tragedia del Rana Plaza in Bangladesh nel 2013.

Una riflessione da cui non possiamo tirarci indietro, poi, è l’impatto ambientale che il fast fashion produce sul nostro pianeta. I tessuti usati per produrre certi capi non sono scelti in base alla loro eco-sostenibilità, ma solo pensando al profitto che porterà a una determinata multinazionale. Molti capi vengono colorati usando sostanze chimiche aggressive, e ciò che più danneggia il nostro pianeta è lo scarico di sostanze tossiche direttamente nel terreno o nei fiumi presenti vicino alle fabbriche. Il caso del Gange in India è emblematico.

Qualche dato concreto? Si stima che ogni anno il settore della moda emetta il 2% delle emissioni totali di gas serra, che corrisponde ad un numero a dir poco sconcertante: più di un miliardo di tonnellate. Il 20% dell’inquinamento delle acque è proprio causato da questo settore. Mentre la produzione di rifiuti diventa sempre più complicata da gestire: molte persone tendono a essere “vittime” dei cosiddetti acquisti compulsivi, cioè di indumenti di cui non si ha una reale necessità. Questi capi non vengono quasi indossati, si trascurano e, arrivato il momento del cambio armadio, vengono semplicemente gettati ancora con l’etichetta attaccata.

Esistono fortunatamente degli strumenti per contrastare tale fenomeno: non sono proprio “metodi”, ma più cambi di abitudini che potrebbero essere efficaci, anche per stare bene con noi stessi e preservare il nostro amato pianeta. Occorre innanzitutto limitare gradualmente l’acquisto compulsivo, domandandosi se certi indumenti ci possono essere davvero utili e se vale la pena comprarli, andando via via a trattenersi dalla tentazione di comprare nei negozi di fast fashion. Meglio preferire pochi capi di migliore qualità o anche un semplice negozio che vende capi di seconda mano, che riempire l’armadio di magliette usa e getta. E quando proprio non ci piacciono più i vestiti comprati a pochi euro, esistono cassonetti appositi per la raccolta degli abiti usati, che andranno poi distribuiti alle associazioni di beneficenza o alle Caritas, compiendo così una buona azione.

Se poi vogliamo diventare invece consumatori consapevoli, si può fare un piccolo sforzo e cominciare ad informarci sulla provenienza dei nostri vestiti. Per capire se il nostro ultimo maglioncino di tendenza arriva da un produttore che rispetta l’ambiente, i lavoratori e i diritti umani, basta fare un salto su fashioncheckers.org … e farsi qualche domanda.

Alessandra Libri

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