A proposito di gentilezza

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gentilezza-115884E’ una strana sensazione, scoprirsi sorpresa da un atto gentile; durante l’intervallo mi sono avvicinata al mio nuovo gruppo di amici, e uno di loro, vedendomi, mi ha salutata e mi ha allungato il suo bicchierino di cioccolata calda. Come un’ebete l’ho continuato a guardare, non capendo cosa volesse comunicarmi. 

-Ne vuoi un pò?- mi ha chiesto e in quel momento, in cui ho realizzato che mi stava semplicemente offrendo un poco del suo cioccolato, mi sono ritrovata piacevolmente sorpresa, come se non ci credessi ancora fino in fondo. Questo è quello che è successo alcuni giorni fa; e al suono della campanella, quando tutti noi, studenti del liceo, ci siamo dileguati nelle rispettive classi, mi sono posta una domanda: perché un gesto così banale,  tra amici quasi scontato, mi ha emozionata così tanto? E’ qualcosa di eccezionale?

Partiamo da me: ci si può stupire, se nella mia vita, ho condiviso il banco con ragazzi per i quali la gentilezza era una rarità, almeno nei miei confronti. Perciò è stata una boccata d’aria fresca l’inizio del liceo: molto probabilmente le medie per me, dal punto di vista della socialità, sono state uno di quei dazi che la vita ti impone come pagamento anticipato, una tassa che paghi per avere esperienze più belle in futuro.        

E se allarghiamo lo sguardo ad una riflessione più ampia?

Bisogna partire dall’alba dei tempi, quando tutte le forme di vita hanno lottato per la sopravvivenza e, in alcuni casi, per la supremazia della propria specie sulle altre.

Per quanto riguarda l’uomo, l’evoluzione ha portato ad una ricerca di comodità, altruismo e amore verso il prossimo; per esempio, noi, figli della generazione X, Millennial e Z, siamo le prime generazioni a vivere in un’Europa che non ha conosciuto guerre da ottant’anni. Nonostante tutto, nell’ultimo periodo, in un mondo sempre più digitale, la gentilezza e l’empatia vengono scambiate come sinonimi di debolezza e ingenuità. 

Ma non si tratta solo di questo. Dobbiamo pensare anche all’origine del termine: la parola deriva dal latino “gentilis”, che significa “appartenente a una gens”, cioè far parte della nobiltà dell’antica Roma. Nel corso del tempo, il significato è stato ridefinito  da una connotazione più poetica dagli stilnovisti, i quali hanno elevato la parola a una dimensione spirituale, e non solamente sociale. 

Inoltre, la visione della “gentilezza” è stata ampliata per includere azioni cordiali che aiutano o soddisfano gli altri senza aspettarsi nulla in cambio. In altre parole, eccedere in empatia senza che questa diventi un mezzo per ottenere favori o vantaggi.   

Per dirla come il famoso Spock di Star Trek, la gentilezza può essere considerata una prerogativa esclusivamente umana, così come tutte le altre emozioni. Crea legami insostituibili tra le persone, specchio nel tempo dei valori che noi stessi abbiamo posto come base della civiltà.                                   

Una visione opposta, rispetto a quanto fin qui espresso, si trova nel pensiero del  filosofo tedesco Max Stirner. Tra il 1844 e il 1845 scrisse il suo libro più importante, l’Unico e la sua proprietà, nel quale mosse anche una critica verso altruismo,  gentilezza e solidarietà, intesi come strumenti di dominio quando vengono imposti come doveri. La “bontà” non è un valore universale, pertanto deve essere considerata come una scelta: “l’unico” può essere gentile se ciò lo appaga. Stirner definisce questo atteggiamento “egoismo consapevole”. Dunque, la gentilezza, in pratica, deve essere l’egoismo che riconosce la propria bruttezza, cerca di evolversi e diventa bello e buono. Una sorta di egoismo mascherato da supereroe. Stirner, tuttavia, si differenzia  dai suoi “colleghi” del tempo per un’altra ragione: la gentilezza si correla in modo complementare alla religione vista come alienazione. Entrambe, se vissute come un dovere morale, sottomettono a un’idea che non ci appartiene. La gentilezza, quella vera, ha senso solo se nasce dall’interesse o volontà dell’individuo, non da un principio religioso o etico universale. 

E allora, ci chiediamo: in un mondo sempre più digitalizzato, individualista e alienato, nel quale la rivoluzione tecnologica ha modificato radicalmente il modo di relazionarsi con gli altri, la gentilezza riuscirà a tornare a essere un valore aggiunto o sarà sempre di più un sinonimo di debolezza?

Giorgia Uccelli

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