Allevamento intensivo, meglio parlarne

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foto 2 suiniSono ormai davvero preoccupanti i dati che evidenziano il crescente numero di animali all’interno di allevamenti intensivi in Italia (allevamenti che hanno come scopo la massima produzione al minor costo e spazio possibili); quelli più allarmanti riguardano gli allevamenti di suini. Più del 95% dei maiali infatti vive in una condizione in cui spesso si registrano drammatiche carenze igienico – sanitarie. Una  realtà di molti allevamenti, compresi quelli che forniscono carne a colossi del settore. Un caso emblematico è stato quello dell’allevamento di Roncoferraro (MN) del Gruppo Veronesi, azienda cui appartengono marchi come Wudy, Negroni e Aia, con un fatturato annuale che si aggira intorno ai 3 miliardi di euro. L’allevamento, finito nel mirino di Greenpeace nel 2025 e ispezionato dal Nucleo Anti Sofisticazione di Cremona, ha rivelato fatti inaspettati e sconcertanti che hanno messo in discussione l’eccellenza dei prodotti italiani. È stata denunciata e dimostrata una serie di problemi di ogni genere. 

Preoccupa soprattutto la presenza di roditori vivi o morti e delle loro deiezioni: ciò comporta l’esposizione di bestie e dipendenti al rischio di malattie quali salmonellosi, toxoplasmosi e leptospirosi, senza contare i rischi dovuti all’ingerimento delle carcasse (avvelenamento da rodenticida), alla contaminazione batterica dei mangimi e ai rosicchiamenti di tubi e cavi. 

A questo si aggiungono scrofe con prolassi uterini non curati (l’espulsione dell’utero dopo il parto è un fenomeno comune negli allevamenti); resti di code di suinetti, tagliate per prevenire lo sfogo nervoso dei maiali gli uni sugli altri; carcasse di suinetti morti apparentemente abbandonate da più di 24 ore nei luoghi di aborto; lesioni, anche gravi, dovute al tentativo di movimento dentro ai box. 

Per non parlare poi di ambienti sporchi e angusti e della presenza di farmaci ormonali e antibiotici per facilitare il parto, aumentare la produzione di latte e combattere malattie in modo aspecifico.   

L’Italia e l’Unione Europea hanno proibito l’uso di farmaci ormonali per la crescita con la Direttiva 81/602/CEE nel 1981. Per quanto riguarda gli antibiotici, l’UE ne ha vietato l’uso per scopi profilattici (preventivi). Questi infatti possono essere utilizzati solo ed esclusivamente per cure terapeutiche e sotto sorveglianza veterinaria.

I problemi però non si trovano solo all’interno della struttura, ma investono l’intero territorio: riversamento di liquami dal sistema di smaltimento dei rifiuti, inquinamento del terreno aziendale, dei corsi d’acqua e delle falde acquifere. Questo purtroppo non è stato un caso isolato, ma l’emblema di una pericolosa “normalità” in molti allevamenti intensivi italiani. In questi casi, contano poco le scuse o le parole che giustificano determinate scelte; l’unica cosa che davvero conta è evitare di mettere in pericolo la vita, animale o umana che sia.

L’eco del caso di Roncoferraro ha spinto Greenpeace Italia a estendere il monitoraggio, portando nei mesi successivi (inizio 2026) a denunciare criticità analoghe anche in altre strutture collegate alla filiera suinicola del Nord Italia. In attesa di notizie più rassicuranti, quindi, pare che il problema sia stato tutt’altro che risolto. Meglio continuare a parlarne.

Ludovica Grilli



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