Abbiamo sempre pensato di studiare prima una lingua, la nostra; poi un’altra, magari l’inglese a scuola; sempre di più una terza, che solitamente si sceglie alle medie e qualcuno sceglie di approfondire al liceo. In sequenza, per compartimenti stagni. I professori stessi sono formati in questa maniera e per anni abbiamo pensato che studiare più lingue allo stesso tempo fosse solo una matrice di confusione.
Sempre di più, però, notiamo l’urgenza di utilizzare la lingua come strumento di integrazione sociale, in uno scambio continuo con gli altri e con una crescente internazionalizzazione. In questo contesto la Giornata Europea delle Lingue è un invito a mettersi in gioco, ancor prima che una celebrazione, e coinvolge studenti e docenti in egual misura.
Con l’insegnamento di almeno una lingua straniera già nei primissimi cicli di istruzione si assiste a un incremento di language mixing, tra bambini che mescolano le lingue perché alcune parole sono più immediate e altri che ne fanno il loro primo strumento di mediazione e condivisione. È in quest’ottica che il plurilinguismo si può interpretare come un solo idioma, in cui alcuni lemmi si inventano e altri si adattano, ma si finisce per comprendere sommariamente anche lingue sconosciute e riuscire a comunicare nonostante le differenze socio-culturali.
Appare di fondamentale importanza viaggiare: se non fisicamente, con il pensiero, o ancora attraverso il dialogo e cercando sempre nuove conoscenze, nuovi stimoli. Altrettanto importante è però il ruolo degli insegnanti, parte fondamentale del percorso di apprendimento di ogni ragazzo, che hanno la capacità di rendere interessante anche l’argomento più banale.
Sono meno acclamate, ma non per questo meritano di essere dimenticate anche le lingue minoritarie: dalla varietà dialettale friulana alla complessità della lingua sarda, si tratta di parlate locali che vanno scomparendo; ormai solo in pochi casi i bambini le parlano in casa, ma, quando in alcune classi si riescono a svolgere percorsi paralleli che le valorizzino, ne sono entusiasti. Non per questo sono però le sole: contiamo oltre venticinque forme dialettali, tra le quali alcune attraversano il territorio, in memoria di migrazioni e vissuti storici di fuga perpetua, come avviene nel caso del catalano, che è parlato in alcune zone del cuneese, ma anche nell’algherese e in qualche località liguri.
Anche l’Unione Europea sviluppa costantemente nuovi strumenti per l’apprendimento, tra attività di “democrazia attiva”, materiali didattici CLIL, linee guida per un utilizzo consapevole delle IA in ambito linguistico e opportunità di apprendimento delle differenti lingue dei segni.
Ultima, ma non per importanza, la lingua italiana stessa viene esportata e insegnata in molti paesi del mondo: ad esempio, attraverso piani ministeriali attivi dal 2024, si sono raggiunti 196.387 studenti della lingua italiana solamente tra Egitto, Algeria e Tunisia.
Ecco che in una società dai ritmi sempre più accelerati e che ci fornisce continuamente nuove motivazioni per dividerci abbiamo uno strumento concreto per migliorarci continuamente: informarsi, imparare anche da chi appare “diverso” e dedicarsi a ciò che vogliamo conoscere e imparare.
Stella Camilla Brao
