L’anima sintetica della gente è sempre più inquietante.
Gli occhi dei volti torinesi lasciano trasparire uno strano senso di vuoto. Tutto sembra artefatto. Parola che un tempo assumeva accezioni positive: fatto con arte, tutto ciò che di più creativo si potesse immaginare. Oggi indica invece qualcosa di finto, di costruito, di falso. L’arte è solo più l’artificio attraverso cui distruggere l’essere umano, lo strumento che grazie alla tecnologia genera automi ipocriti, indifferenti, apatici. Tutto sembra folle e limita l’affermazione della personalità. Gli individui si sentono costretti a dover recitare vite finte sui social, dominate dai numeri che definiscono lo status. Algoritmi che diffondono ideali tossici, irreali e influencer che illudono il proprio popolo che se non si diventa imprenditori di sé stessi, tutto è un fallimento. Una vita semplice è la sciagura di chi non si è fatto dominare dalla tirannia della produttività e la noia non è più uno spazio di creatività, bensì emblema della nullafacenza del singolo. Si sta scambiando l’ambizione con la morte sociale.
Ma è tutta colpa della modernità?
Svevo e Pirandello un secolo fa erano risultati rivoluzionari: entrambi avevano compreso sia la sciagura arrecata dall’eccesso di produttività, sia l’inevitabilità dell’ipocrisia borghese.
Se tutto è finto in quella che comunemente si definisce vita reale, i social non sono altro che finzione della finzione: una sorta di metateatro che priva di ogni forma di libertà. Si può quindi supporre che viva molto più libero chi non ha nulla, chi è senza dignità e vaga come un folle. Forse, è proprio il senzatetto che si incontra per le vie del centro che riesce a cogliere attimi di felicità più intensi di chi è convinto di essersi affermato nella vita. Non perché viva meglio, ma perché semplicemente, vive.
Se è infatti un desiderio comune quello del successo, è altrettanto desiderabile la libertà. Essere riconosciuti da tutti diventa il più grande sogno e il più grande incubo del singolo: l’affermazione della morte. E l’arte, qualcosa di così puro, rappresenta ora un artificio, un’estetica dell’ansia: grida di anime sintetiche che trovano sfogo in centinaia di figure vuote nei vicoli e nelle piazze.
I giovani che passeggiano per Torino, città vestita di nebbia e d’argento, rivedono le stesse anime nelle relazioni adulte, ormai prive di qualsiasi forma di autenticità e spontaneità. Una vita affine a quella del Truman show: ipocrisia, tecnologia e denaro. E proprio come Truman, nessuno sa più quando recita e quando vive. Perché, forse, ormai è morto.
Lucia Tortorella
