C’è qualcosa di curioso nel riascoltare al giorno d’oggi una canzone del 2011. Quindici anni non sono un tempo eterno, anche se, nell’era di Internet, equivalgono ormai a più ere geologiche: abbiamo vissuto e conosciuto una pandemia, più guerre, il boom dei social, l’intelligenza artificiale e una quantità esorbitante di nuove crisi di cui ci siamo già dimenticati. Eppure, quando si riascolta Io Vorrei di Inoki, artista bolognese ed esponente della musica e cultura hip-hop in Italia, si scopre che molte delle cose volute dall’autore ancora oggi rimangono invariate.
Io Vorrei esce in un’Italia segnata dalla crisi economica del 2008, tra tensioni internazionali e un nascente dibattito sull’immigrazione, mentre nel mondo della musica il rap inizia a diventare un genere mainstream: nonostante questo, il brano sembra cominciare con un timbro leggero. Inoki sogna di partire “in Jamaica, in Thailandia”, di essere “sopra una spiaggia ad Agadir”, ma prosegue e stravolge tutto.
“No zero, siamo seri”.
Da queste parole, quel “io vorrei” si allontana dall’individuo e diventa collettivo. Propone una società in cui “non si guardasse più chi è ricco e chi meno” e “chi è bianco e chi nero”, ma non per questo parla solo di tolleranza: si tratta di un mondo in cui criteri relativamente arbitrari smetterebbero di determinare il valore di una persona. Nel 2011, questa riflessione era già attuale; nel 2026, lo è ancora di più. Anche se sono cambiate le formule, le tecnologie, gli spazi di espressione, siamo più competenti che mai nell’inventare categorie nelle quali classificare gli altri.
Lo stesso vale per un passaggio successivo: “io vorrei vedere pace in Medio Oriente / Arabi ed Ebrei convivere serenamente”. Queste due barre colpiscono particolarmente in un periodo di questioni internazionali che giungono su ogni piattaforma e in ogni angolo della società, coeve di un genocidio che non sembra trovare fine, mentre i civili continuano a subirne le conseguenze. Ciò che colpisce è soprattutto il fatto che non si chieda la “vittoria” di una parte, non si parla di buoni e di cattivi: si immagina semplicemente la convivenza. Una visione forse utopica, ma non è forse questa la sua funzione? Non si vuole fornire una soluzione, ma ricordare che le possibilità, anche se “impensabili”, sono infinite, proprio come quelle della musica.
Inoki procede a restituire a ognuno le sue responsabilità: “sparissero quei soldi, che ci portano ad odiarci”; “che scomparissero destra, sinistra, centro”; “trasmettessero solo cultura le televisioni”. Non si tratta di accuse fini a loro stesse, sarebbe troppo facile, né di sogni d’anarchia poco applicabili. Viviamo a tutti gli effetti in un’economia in cui gli zeri del conto in banca – ma ormai anche like, collaborazioni commerciali e visualizzazioni – definiscono i migliori, coloro che hanno vinto il gioco della vita e meritano di più. Quanto alla politica, il verso che segue spiega tutto: “ma solo una regola per tutti: rispetto”. Non si tratta dunque di caos, ma di una legge morale a fondamento di ogni cosa: allora i governi avrebbero come prima funzione definire questo famigerato rispetto, garantire la convivenza e punire gli eccessi. E la cultura, che oggi si estende agli algoritmi, alle risposte fatte per dare sicurezza, non per forza veritiere: spesso ci si mostra qualcosa prima ancora che noi stessi sappiamo di volerlo vedere. Un’informazione importante passa in secondo piano e, tra un’analisi geopolitica dettagliata da più fonti e un video di trenta secondi, che spiega l’intera situazione mondiale con effetti sonori drammatici, la scelta per l’algoritmo è immediata.
In chiusura Inoki parla della sua realtà: “vorrei che il rap parlasse dritto al cuore” e “avesse più valore un microfono”. Critica apertamente il rap che privilegia tecnica, immagine e sound a scapito del messaggio: paragona alcuni colleghi al mago Silvan, tutti applaudono e poi “puff, è svanito il senso”. Ecco che ci si chiede se, anziché glorificare ciò che attira la nostra attenzione, non dovremmo forse considerare chi, o cosa, la meriti davvero.
Forse è in questo che si trova l’interesse di questo brano: si elencano desideri – alcuni realistici, altri impossibili, altri ancora contraddittori – esattamente come i nostri pensieri. Dietro queste liste si pone una questione eterna, ritrovabile in Dante, o Leopardi, o ancora Pasolini: in che mondo vorremmo vivere? Lo scopo di Inoki di colpo diventa chiaro. Terminato l’ascolto, siamo obbligati a formulare i nostri “vorrei”, al posto di risolvere tutto con un “like“.
Stella Camilla Brao
