L’informatica dei finali

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66050687-BC9E-4DBD-B128-195F35A9F978Torino, 6 maggio, ore 11, in sottofondo, un’interminabile lezione di informatica…

Bea distoglie lo sguardo dai calcoli mai compresi e inizia a osservare ogni dettaglio della classe che l’ha accompagnata per cinque lunghi anni di liceo. 

Si aliena per qualche minuto, incantata a fissare i muri pieni di scritte, le confuse carte geografiche e l’ardesia graffiata della lavagna.

Quegli istanti resteranno per sempre impressi nei suoi ricordi, proprio come gli attimi in cui si asciugò le lacrime disperate per entrare, tanti anni prima, nella stessa scuola. 

Fissa i compagni, le amiche e sorride: si sente finalmente indipendente, determinata.

Ha sempre odiato essere malinconica; eppure, quell’atmosfera accogliente, tagliata dai caldi raggi di sole, la accompagna in pensieri profondi, nostalgici.

La scuola in cui tornava spesso nostalgica a settembre è per lei ora una seconda casa, e sa che, a breve, non potrà più aspettare irrequieta l’intervallo o ridere con gli amici nei corridoi. 

La libertà che la attende è a tratti angosciante. Sarà lei l’artefice del suo destino, ambiziosa, ma al tempo stesso impaurita. 

Una cosa l’allieta: sta assistendo a una delle sue ultime lezioni di informatica, materia asettica, apatica, certo utile, ma non le è mai piaciuta, o meglio, nessuno gliel’ha mai fatta piacere. Probabilmente avesse avuto un professore più coinvolgente avrebbe trovato emozionante persino fare un database, ma non è andata così.

Si gira dall’altro lato della classe, dalla finestra scorge la sua città. Ama viaggiare, ma Torino resta sempre il suo angolo di mondo preferito. Ogni mattina, prima di entrare a scuola, prende sempre un croissant da Venier con le amiche e quando esce rincorre il tram in via Pietro Micca, per passeggiare poi in via Po. A volte pensa di trasferirsi per l’università: cambiare strade, vita, persone. Potrebbe indossare nuove maschere, forme diverse, presentarsi come una nuova persona, a persone nuove. 

Senza accorgersene, gli attimi di distrazione diventano minuti, e il prof la richiama all’attenzione. Sbatte le palpebre incantate nel vuoto, torna a sentire il suo respiro, il calore sulla pelle e la luce che le offusca la palpebra. Prova a comprendere i calcoli scritti alla lavagna, deconcentrata dal tram che sferraglia sotto scuola. Subito dopo, tornano i dubbi esistenziali.

Mentre sovrappone i pensieri, capisce che il risultato di quei calcoli le è ignoto, proprio come quello che farà della sua vita. Ama vivere l’istante, vaga, senza troppe certezze scientifiche.  

Forse è proprio per questo che l’informatica non le è mai piaciuta.              

Lucia Tortorella



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