Lunedì 20 aprile
Mattina presto. La classe si è radunata in Piazza Arbarello, in una fresca mattina di primavera inoltrata. Inizia la conta: uno, due, tre quattro, ci…SIAMO DIMENTICATI LE MERENDE! Come se nulla fosse più importante nella loro vita, i nostri professori si sono caricati buste
su buste piene di vivande: biscotti, mandarini, panini, acqua. Tutto per noi. Di certo ad Aosta, la nostra meta, non avremmo patito la fame.
Il viaggio è bello. Si è ancora ai margini di quella fase tra il risveglio e la fioritura,
come la nostra stagione. E il sole, ad ogni nostro chilometro percorso, si leva un po’ più su.
La partenza è stata un po’ confusionaria, ma avevamo il cuore in gola per la gita, anche se l’idea della Valle d’Aosta non ci entusiasmava più di tanto. L’andata non è stata un granché speciale, non fosse per due motivi: mentre cantavamo un coro contro l’Inter, l’autista
si è arrabbiato, scoprendo così che era un tifoso nerazzurro; inoltre, abbiamo parlato
con i nostri prof come se fossero dei cari amici.
La Val d’Aosta è piccola e tranquilla e in fin dei conti ci è piaciuta davvero molto
perché non è una città come Torino così urbanizzata, piena di automobili e smog,
ma intorno a noi vedevamo perlopiù persone che, come noi, girovagavano per la città a piedi. Camminavamo per le vie della città osservando con ammirazione il luogo che ci stava ospitando.
Ad Aosta quel giorno faceva molto caldo, ma la luce di quella bella giornata ci ha permesso di catturare momenti magnifici.
Abbiamo visitato edifici bellissimi e scoperto un posto nuovo. Una delle cose che più
ci ha colpito è stata la cappella della Collegiata dei Santi Pietro e Orso che mostrava
un ragazzo in groppa a un cavallo che intento ad uccidere un drago a cui seguiva
la rappresentazione della sua incoronazione.
Dentro un’altra delle chiese che abbiamo visitato ad Aosta, il Duomo di Santa Maria Assunta e San Giovanni Battista, la guida ci ha mostrato la famosa cripta. Subito ci è venuto in mente “Vampire Diares”, la serie che alcuni di noi stanno guardando.
Dopo qualche perlustrazione qua e là iniziamo a guardarci intorno: purtroppo, niente.
Di vampiri non se ne vedevano e un po’ ci siamo rimasti male, ma la paura di rimanere chiusi dentro la cripta la consideravamo ancora possibile.
Continuavamo a pensare che i vampires si fossero solo nascosti da noi.
La guida non ci ha mostrato, chissà perché, cosa ci fosse dietro una delle tante porte
e secondo noi si erano nascosti proprio lì. Per noi l’indagine è ancora aperta…
Ma un altro mistero iniziava a pervadere le nostre piccole menti brillanti.
Mentre visitavamo le rovine dell’Anfiteatro Romano e dell’Arco di Augusto,
non abbiamo potuto fare a meno di notare una cosa alquanto strana: alcuni ragazzi
della nostra scuola avevano il telefono in mano e lo stavano usando! Scattavano foto
e mandavano messaggi, mentre noi non potevamo usarlo! Ci è sembrata proprio un’ingiustizia, anche noi avremmo voluto tenere dei ricordi di questa gita
e poterli condividere immediatamente con i nostri cari mamma e papà.
Ma, a quanto pare, i nostri prof non sono proprio ben addestrati come detective, quindi
non si sono accorti di nulla. C’è di certo che sembravano più interessati di noi a tutti
quegli ammassi di rocce oggi senza vita.
La placida passeggiata dal sapore basso medievale prendeva la via del ristoro
e la spossatezza, sotto quel primo sole primaverile, iniziava a farci mal sopportare
quel continuo “bip” di una macchinetta fotografica alquanto vicina.
Poco ci è voluto a capire chi ne fosse il proprietario che, alzatosi in piedi in seguito
alle tumultuose proteste, ha subito voluto rilasciare un’intervista ai microfoni
del giornale locale: “Al primo edificio medievale ho preso la macchinetta per fare
una foto, l’ho accesa e si è sentito un suono simile a tanti clacson. L’ho spenta
e riaccesa, l’ho spenta e riaccesa tante volte, ma non c’è stato niente da fare:
quel rumore era probabilmente il suo ultimo lancinante grido d’aiuto.
Tutti i miei compagni hanno iniziato a urlarmi di spegnerla; io avrei dovuto arrabbiarmi perché non era assolutamente colpa mia, ma non avevano tutti i torti.”
La storia sembra giunta al termine, quando l’intervistato acciuffa il microfono con le sue mani.
“Mentre entravamo in una chiesa, l’ho ripresa in mano sperando con tutte
le mie forze che funzionasse. Una volta dentro, ho visto un quadro bellissimo e,
visto che la macchina fotografica aveva finalmente iniziato a funzionare senza fare rumori assordanti, mi sono messo in un angolino dove la luce era perfetta
per scattare una foto. Ho messo il dito sul tasto per scattare. Ho cliccato.
“Biiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiip!!!”, a cui è seguito chiaramente un “Federicoooooooooooooo!”.
Per non sentire più quel rumore, ho tolto la batteria e ho tirato un sospiro di sollievo.
Dopo circa un’ora l’ho rimessa nella macchina fotografica, l’ho riaccesa e finalmente
sono riuscito a fare una foto, lontano da tutti. Insomma, è stata un’avventura esasperante! Ma in questo momento mi viene da dire una cosa che ripete sempre un mio amico:
“Tutto è bene quel che finisce bene!”.
Una volta superata l’ennesima peripezia, era decisamente arrivata l’ora di mettere qualcosa sotto i denti. Avete presente quelle merende di cui vi parlavamo all’inizio.
Ebbene sì, la fame di giocare liberamente all’aria aperta ha decisamente vinto su quella
dei nostri stomaci. Ci siamo diretti in un parco giochi che aveva l’erba di un verde vivo
e da cui si poteva gustare un panorama ammirevole in cui si vedevano bellissime montagne
e graziosi alberi verdi e rossi. Anche il cielo era affascinante: le nuvole si mischiavano
tra di loro formando delle sfumature di azzurro e bianco veramente carine. C’erano anche
dei cespugli verde scuro e una stradina di cemento grigia. Qualcuno ha raccolto dei bellissimi fiori colorati e li ha messi dietro le orecchie, in bocca e nel naso, proprio come se fossero…ubriachi! Poi alcuni ragazzi hanno preso delle buste di plastica e ne hanno fatto una palla, giocando a calcio come dei veri calciatori brasiliani.
Non lontano c’erano anche dei giochi per bambini piccoli, ma anche alcuni per la nostra età, solo che ci era stato vietato salirci su. Noi, da buoni alunni, ci siamo saliti ugualmente. Abbiamo visto arrivare il prof con un’aria davvero arrabbiata. E non sapete cosa ci ha detto! Che avrebbe messo una nota disciplinare con scritto: “L’alunno gioca con i giochi”. L’abbiamo trovato divertente, anche perché con cosa si può giocare se non con i giochi?
Come dicevamo all’inizio, pochi hanno davvero mangiato. Per fortuna che c’erano
i prof. A qualcuno le merende sono servite: loro sì che erano affamati.
E forse per questo il prof si era arrabbiato: stavamo interrompendo il suo sacrosanto momento di relax.
E quando Augusto già pronto si fece trovare al nostro congedo, un piccolo episodio ha reso ancora più divertente la fine della nostra giornata. Dopo aver visitato Aosta in lungo
e in largo, i nostri cari professori ci hanno lasciati liberi di andare a comprare qualcosa
in una delle vie principali della città, proprio quella che parte dall’Arco di Augusto.
Quasi tutti sono andati a prendersi un gelato, altri sono andati a prendersi un pezzo di pizza, ma altri ancora, nello specifico Gik e Frank, sono andati a prendersi una bibita fresca, defilandosi un po’ dal resto del gruppo, ma non abbastanza da non essere beccati
da qualche detective attempato. I due malintenzionati, sfruttando quest’ultimo momento libero prima di ripartire per Torino, hanno deciso di fermarsi in un bar per prendersi un caffè.
“Come detto, in quel momento potevamo muoverci liberamente per la via e scegliere cosa fare; ci sembrava una pausa del tutto normale per concludere la giornata.”
Raccontano i due, colti in flagrante.
“Non sapevamo però che non era permesso prendere bevande con caffeina.
Proprio quando avevamo in mano il caffè, una professoressa ci ha visti e ci ha subito fatto notare che non avremmo potuto prenderlo.”
Da quella che era iniziata come una semplice pausa, è scaturito un caffè
che ha preso il nome di “caffè proibito”. La scena ha fatto sorridere anche gli altri compagni che hanno iniziato a scherzare sull’accaduto, trasformando quel piccolo rimprovero
in uno degli episodi più divertenti della gita. Ma anche i prof hanno riso quando, a pochi minuti dall’avvio dei motori dell’autobus, Gik e Frank stavano già dormendo!
Ah, un’ultima cosa! Durante il pomeriggio siamo andati a visitare una chiesa.
La visita è stata più sorprendente del previsto, infatti la cosa che ci ha impressionato di più non è stata la chiesa in sé, ma le scale a chiocciola che c’erano all’interno
e che servivano per arrivare a visitare degli affreschi nel sottotetto della struttura.
Quando siamo scesi ci siamo messi a contare gli scalini e…indovinate quanti erano? Six-Seven! Sessantasette!
Incredibile, no?
La 1C, Scuola secondaria di I grado
