Accovacciata su un gradino rialzato di uno dei tanti negozi di lusso di via Roma, passa le sue giornate una donna.
Ha un pezzo di stoffa che le avvolge il capo, un carrello, qualche cianfrusaglia e un secchiello con dentro non più di due monete.
Indossa abiti sporchi, scuri, che fanno in un qualche modo trasparire la cupezza del suo stato d’animo.
La sua giornata tipo? Potrebbe essere così.
Si sveglia al mattino nelle polverose coperte. Sente il frastuono dei clacson delle auto.
Sbircia lo spazzino che sembra scacciare anche lei come fosse sporco urbano.
Accorre verso l’entrata di un supermercato, spera che qualcuno le dia qualche soldo per acquistare uno yogurt: nulla.
Torna sconsolata nel suo temporaneo insediamento e osserva i passanti: frenetici, indifferenti, la schifano.
Assetata, si sposta poi verso Piazza Carlo Felice per raggiungere la prima fontana in mezzo alle aiuole, aride, spoglie, invernali.
Si imbatte nei soliti tossicodipendenti che le urlano e gesticolano in modo schizofrenico: ormai non ci fa più caso.
Torna sul gradino e nota finalmente arrivare il proprietario del negozio: un uomo alto, autoritario. La scavalca apatico e infila la chiave nelle diverse serrature della porta.
Entrano i primi clienti, la squadrano, ma vengono poi accolti nel miglior modo possibile: caffè gratuito e domande di rito.
Escono dopo aver acquistato un paio di scarpe da settecento euro.
La donna li osserva. Cosa farebbe con tutti quei soldi? Si comprerebbe milleun panini per saziarsi all’infinito? O li metterebbe da parte per comprarsi qualcosa di duraturo?
Non si può sapere.
Arriva l’ora di pranzo.
Il viavai dei clienti nel negozio ha man mano impegnato la sua mente.
Giunge un bambino, le sorride e le lascia un pezzo del suo panino. La madre lo prende per mano. Lo porta via, rimproverandolo.
La donna, privata da tempo della sua già incrinata dignità, resta semplicemente contenta del pranzo frugale e si riposa.
Inizia a piovere e gli altri clochard si rifugiano assieme a lei sotto i portici in granito.
Gelo. Tremori. Paura.
Sensazioni scaldate però dalla loro unione: giocano a carte, ridono, scherzano.
Arriva la notte.
La città si spegne, gli ultimi clienti escono soddisfatti dal negozio, le serrande si chiudono.
La donna si rannicchia su se stessa, sbatte la coperta nel tentativo di cacciare via parte della polvere, sistema il foulard sopra il capo e si addormenta.
In una realtà in cui tutti la disprezzano, è proprio nelle cupe ore inquinate della sera che torna a essere la silenziosa protagonista della via. Una strada di cui conosce ogni singolo dettaglio.
E prima di svegliarsi, in quelle stesse ore da sempre caratterizzate da incubi e patimento, per la prima volta, sogna.
Sogna di sollevarsi da quel gradino, di camminare, correre, volare.
Sogna uno sguardo dolce.
Sogna un futuro diverso, migliore, meritato. Anche senza la mano gentile di un bambino che le offra il suo panino.
Sogna di cambiare vita, con le sue forze.
Sogna la dignità.
Sa che ce la può fare.
Chissà? Domani, forse, su quel piccolo gradino, che trattiene un sogno così grande, inizierà la sua rinascita.
Lucia Tortorella
