
Live, Torino, 12 dicembre 2025
E’ il 1984 quando Antonello Venditti scrive Ci vorrebbe un amico.
Il testo sembra ameno, e così è. Eppure, dietro le note della melodia si nasconde un triste e oscuro racconto.
Antonello è malato di depressione e in quel periodo comincia a pensare al suicidio.
Nella sua mente offuscata nulla ha più senso.
Nel suo momento di successo più alto, soffre.
Quando tutto intorno a lui fiorisce, sente di appassire, un po’ come un fiore d’inverno intirizzito dai venti glaciali.
Tradito dalla fidanzata Simona Izzo e colmo di dolore, sa di essere solo, di non poter chiedere aiuto.
Fino a quel tempo, si è sempre espresso in modo quasi artefatto, senza trasmettere il suo vero essere.
In una notte magica si ritrova solo davanti al portone dell’amata. Ripensa forse a tutti i bei momenti trascorsi insieme, nostalgico, malinconico, depresso.
Qualcosa di provvidenziale accade. Lucio Dalla è il solo a comprendere il suo stato psicologico. Lo invita ad allontanarsi da Roma. Antonello scappa dalla casa in cui collezionava deleteri ricordi e si trasferisce a Carimate, in Brianza.
In questa fase della vita, passa le giornate insieme ai Pooh, a Fabrizio De’ André e a Lucio Dalla.
Racconta con fare scherzoso che trascorrere tempo con loro l’ha depresso ulteriormente.
In realtà, proprio grazie a questi affetti, Venditti si è salvato. E’ diventato più autentico.
Dalla lo ha accompagnato in una strada che appariva senza via d’uscita, buia, cupa.
Gli ha fatto dimenticare i mali vissuti e l’infinita sofferenza provata.
Ci vorrebbe un amico non è solo una canzone, bensì una poesia che fa comprendere quanto la sofferenza sia parte integrante della nostra vita.
Patimento al quale non bisogna però rassegnarsi, ma che va attraversato al fine di riconoscere la vera luce. Khalil Gibran scriveva che “per arrivare all’alba non c’è altra via che la notte”. Frase molto vera: è centrale accettare la sofferenza, per trasformare il male in bagliore.
Pertanto, anche Venditti ha compreso che la malinconia di una storia d’amore finita male, di una partita persa, è la sfortuna di chi è stato fortunato. Di chi ha vissuto qualcosa di meraviglioso.
E forse, nella vita, si possono giocare altre mille partite.
Lucia Tortorella
