Musica per ciechi muti e sordi

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Roma, Milano e tante altre città della musica italiana si sono contese a lungo il titolo di “capitale dell’hip hop italiano”. Principalmente a causa del “fattore simpatia”, ma anche per gli argomenti trattati e la cadenza, la preferita è la prima, la città eterna.

Ma torniamo un momento indietro: che cosa si definisce “hip hop”?

La musica hip hop è, per così dire, la zia un po’ hippie del rap: si tratta di barre che potrebbero essere definite rap, su una base ritmata che va circa dai 60 bpm (battiti per minuto) ai 110 bpm.

Messa a confronto, la musica rap parte dai 70–80 bpm, mentre la trap può arrivare fino a 180 bpm e la techno va da 120 ai 300 bpm. 

Nasce in America negli anni settanta e, benché conosca il successo quasi due decenni dopo, viene importata sin da subito in Italia. È fondamentale capire che i “pionieri” dell’hip hop non erano solo i cantanti/rapper, bensì breaker e DJ che si occupavano di recuperare (o più spesso piratare) le basi per creare beat riconoscibili e familiari a tutti.

Le prime jam session nascono così: da nomi conosciuti come DJ Gengis Khan o Danno ad artisti pressoché sconosciuti e pochi spettatori in luoghi abbandonati, centri sociali e garage adattati a studio, a sperimentare nuove tecniche. A Roma, il Brancaleone, il Forte Prenestino e l’Esc diventano le tane dei nuovi artisti e il romanesco il loro passe-partout, senza puntare né alla perfezione né al successo commerciale: solo musica ed espressione.

Dagli anni ’80, in America come in Italia, l’hip hop comincia ad avere grande successo: ecco che l’identità del rap si definisce, con gruppi come Colle Der Fomento (Danno, Masito, Ice One; in alcune fasi Piotta e DJ Baro) e Cor Veleno (Primo Brown e Squarta).

Questi artisti, all’epoca poco più che ventenni, raccontano scene di vita concrete, con un’onestà che ricorda la cruda verità che raccontava Pasolini nel suo Ragazzi di vita.

Non è un pericolo, ma come dirvelo 

Vedo schiavi con le chiavi accanto che non sanno evadere

Corpi senza ali per un salto senza limite

Le uniche voci che sapranno mordere

Su di te, senti me, non puoi nasconderle

Trastevere, Cor Veleno, Rock ‘N’ Roll (2001)

Dopo la prima definizione dell’hip hop romano, il passo successivo è quello delle crew: non più singoli artisti isolati, ma gruppi che condividono idee e visioni. In questo contesto nascono i Truceboys (Noyz Narcos, Chicoria, Gel, Cole) e In the Panchine (Gemello, Chicoria, Benassa, Cole), gruppi i cui album si trovano oramai solo su Youtube, o Soundcloud, caricati da un qualche amatore del genere, particolarmente generoso. Si tratta di pezzi che scrivono la storia di infinite notti brave dei ragazzi, da Deadly Combination e Malasorte, a 13 Pm, inni degli animi ribelli e classici brani chill, a pezzi politicamente impegnati come Chicoria (dirty) o Inferno Minorile, fino a pezzi che ancora oggi sono estremamente attuali e affrontano argomenti delicati, come la violenza nelle relazioni, narrata in maniera a mio parere impeccabile ne Il Giardino Degli Dei.

L’amore non è amore quando

Diventa ossessione e ti immagini quel viso accanto

Sorriso spento ucciso da un bacio lento

Intanto in radio il blues sta suonando

Tremendo disincanto, stanco del pianto

Sangue su uno specchio infranto

Pensando di avere amato una morta

Ricordando mano nella mano, visione contorta

Il Giardino Degli Dei, Truceboys, Sangue (2003)

Colle Der Fomento, 2007

Colle Der Fomento, 2007

Dalla fusione di In the Panchine e Truceboys nasce il Truceklan (Noyz Narcos, Gemello, Chicoria, Cole, Duke Montana – e vari altri a seconda del periodo). I testi diventano deliberatamente anticonformisti: raccontano una vita violenta, marginale, in cui famiglia, polizia e droghe sono protagonisti. L’identità nasce dall’opposizione a tutto ciò che è la norma e non si cerca approvazione, ma solo riconoscimento ed empatia.

Malavita è il nome de ‘sta madre cinica

Che ‘n versa più ‘na lacrima

Quando il figlio in strada more o perde l’anima

Agita e risuscita la rabbia

Portano a fa’ soldi o a finicce blindati in gabbia

A doppia mandata, che ‘a strada a conosco bene

Porta avvece l’odio e non il sangue dentro alle vene

Porta regazzini a fa’ cazzate

Li sfama o li affama, riempendogli la testa de stronzate

Malavita, Truceklan, Ministero dell’Inferno

TruceKlan, 2004 circa

TruceKlan, 2004 circa

Col passare degli anni, però, la scena cambia ancora: i collettivi restano, ma diventano spazi in cui cresce un futuro artista, che irrimediabilmente si staccherà per continuare come solista. È in questa fase che emergono figure capaci di portare il linguaggio della strada a un pubblico più ampio, adattandolo ai gusti del pubblico, seppur mantenendo la loro identità. Questo è il momento del vero “passaggio”: l’hip hop diventa rap.

È in questo contesto che nasce la Lovegang 126, prima ancora che come gruppo musicale, come simbolo. I 126 scalini della Scalea del Tamburino (Trastevere/Monteverde), da cui il nome del gruppo, diventano il cuore di questa nuova fase. Non uno studio, non un palco, ma un punto di ritrovo informale, dove ragazzini del liceo facevano la lotta, dove il rap torna a essere vissuto prima che registrato, dal Vicolo del Moro di Fattaccio, a San Calisto, che in Signor Prefetto «veglia sopra ‘sti pischelli». Qui il rap si caratterizza per la vita narrata, l’ironia e i continui riferimenti a luoghi e protagonisti della quotidianità, personaggi con cui gli artisti sono cresciuti, tributi a chi ha effettivamente marcato i loro percorsi. Ogni membro del gruppo è anche solista: ciascuno mantiene una sua voce e idea, narrando uno spaccato della propria esperienza, senza togliere spazio agli altri.

Si affollano i miei dubbi sulla via

Lasciare correre o correre via

Ho scritto il mio destino e tuttavia

Non sembra più la mia calligrafia

Sintonia, Lovegang 126 ft. Gemello, Cristi e Diavoli (2023)

Lovegang 126, 2022

Lovegang 126, 2022

Da questi ambienti nascono percorsi che, pur allontanandosi formalmente dal gruppo, ne conservano l’impronta. Ketama 126 porta nel rap un narrato fatto di eccessi, contraddizioni e vulnerabilità, che oscilla continuamente tra autocelebrazione e autodistruzione. Asp 126 continua a raccontare la realtà cruda della strada, collaborando nel 2019 con Ugo Borghetti in Senza Ghiaccio, disco in cui portano una scrittura dolce, leggera, che però nasconde storie tragiche, che passano dai problemi quotidiani con la famiglia, all’amore, all’alcol, fino all’amore per l’alcol e ciò che causa a una famiglia. Parallelamente Franco 126 sceglie una scrittura più introspettiva, quasi cantautorale, che segna un ulteriore passo nell’evoluzione del rap romano e ora viene sempre più ripresa, ad esempio proprio da Ketama nel suo ultimo disco 33.

Vorrei piangere, ma non ho proprio tempo

Rose rosse bruciano dentro al mio letto

Devo fare soldi svelto

Banconote rendono liberi e schiavi nello stesso tempo

Nuvole, Ketama126, Oh Madonna (2017)

In parallelo, artisti come Gemitaiz (ex Xtreme Team) percorrono strade autonome, emergendo dai loro gruppi di sperimentazione musicale e dal mondo dei mixtape. Gemitaiz mostra come maturano tecnica e lirica, da riarrangiamenti più o meno azzeccati a brani che marcano una generazione, da On the Corner, a Davide, alla saga dei Veleno, fino a pezzi decisamente più elaborati e recenti, tra i quali spiccano Ballon D’Or, o Elsewhere, title track del disco uscito a metà dicembre.

Ecco la luna (Eccola)

Pure stasera chi dorme? (Chi?)

I fantasmi da sotto al letto chi me li toglie? (Eh?)

Perdo la vista a fissare l’orizzonte (Ah)

Fino a quando il sole mi sorge in fronte (Ciao)

Uno, due (Yeh), tre, quattro (Eh)

Saltano lo steccato (Poi) trovano me impiccato (Ah)

Diario di bordo, Gemitaiz e Madman, Kepler (2014)

Artisti più giovani, nati quando il rap aveva già una propria impronta e un suo carattere, come Nayt (che sì, è nato a Isernia, ma considerabile parte del rap romano), rappresentano una generazione successiva, cresciuta dentro il rap, ma non limitata da esso. Le sue produzioni mostrano come l’eredità dell’hip hop romano possa avere nuove sonorità, mantenendo però centrale la parola e argomenti profondi, dei quali sono esempi perfetti Di abbattere le mura e Cosa conta davvero, come Guerra dentro, in cui l’introspezione raggiunge il suo apice.

Io che vivo ogni cosa come fosse un grande problema mi fotto la testa

Sono stanco ma so che ‘sta vita qua è l’unica sfida che alla fine resta

Ci stai? O no? Al massimo puoi solo morire

Ci stai? O no? Scrivo solo io quando è la fine

Al massimo, Nayt ft. Gemitaiz, Top (2013)

Nayt e Gemitaiz, 2019 circa

Nayt e Gemitaiz, 2019 circa

In questo modo, il rap romano smette di essere solo musica di opposizione e diventa una forma di racconto complessa, che tiene insieme collettivo e individuo, strada e introspezione, passato e presente.

A questo punto, più che di genere musicale, si può parlare di linguaggio culturale. Dai collettivi delle origini fino ai solisti, il rap romano non racconta solo la città, ma costruisce un’immagine condivisa, che, tramite l’ascolto, si può visualizzare in ogni momento, tramite la quale sentirsi a casa (anche nella nebbia torinese).

In ‘sto giorno tutti contenti del proprio regalo

Sputano sangue per mangiare del vile denaro

Vivendo in fretta consumandosi invano

Cercando forse un motivo per capire davvero chi siamo

Uso il mio rap per riflettere e flettere il tempo

Consolazione del fatto che penso diverso

Cercando un senso dentro quello che sento

Guardando oltre la gente, la mia mente non cerca consenso

Accannace, Colle Der Fomento, Anima e Ghiaccio (2007)

Camilla Brao

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