Probabilmente alcuni si staranno chiedendo perché molte scuole siano state occupate e alcune lo siano ancora. La gran parte dei liceali del Convitto Nazionale Umberto I non sarebbe in grado di rispondere a questa domanda.
Non so infatti se nelle altre scuole l’occupazione venga promossa in modo fondato e consapevole, ma da noi sembra che gli organizzatori parlino solo alla pancia degli studenti, molto interessati a saltare le lezioni e poco attratti dai reali motivi di protesta.
Sono in tanti a criticare aspramente i partiti di destra, come Futuro Nazionale, per la comune tendenza a sollecitare gli istinti più bassi degli elettori. Appare però che in alcuni casi loro agiscano allo stesso modo e si limitino ad urlare in un megafono discorsi incomprensibili, a cui la folla applaude solo per la “vibe”.
La stessa dinamica è emersa quando una parte degli studenti del Convitto ha deciso di occupare la sede di via Bertola, complicando la vita a studenti e professori che non erano d’accordo con la modalità di protesta.
Prima di giudicare, lasciatemi spiegare.
In primis, il diritto all’istruzione è sancito dalla Costituzione italiana: impedire ad altri studenti di frequentare regolarmente le lezioni non è stato certo un esempio di spirito progressista.
Insomma, non dimentichino i sedicenti “primi sostenitori della democrazia”, che occupare una scuola con il dissenso di molti impedisce alla maggioranza non solo di esprimere le proprie idee – che, anche se differenti, non per forza “fasciste” – ma anche di esercitare il proprio fondamentale diritto all’istruzione.
Citerò ora alcuni episodi di intolleranza, manifestatisi quando qualcuno ha provato a esprimere le sue idee “non allineate”.
Primo tra tutti, quello avvenuto quando i pochi occupanti stavano cercando di persuadere altri studenti ad aderire alla protesta: non appena abbiamo provato ad esporre la nostra opinione, ci è stato urlato di stare zitte e andar via. Bella la democrazia!
Quando poi alcune di noi sono entrate a scuola per prendere alcuni libri dall’armadietto – visto che abbiamo addirittura osato andare in via Bligny per far lezione – molti di loro ci hanno fermate per chiedere come mai non volessimo occupare l’istituto e saltare giorni di scuola.
Nonostante questa occupazione sia stata organizzata solo da una minima parte di studenti, il primo giorno sono stati in molti ad entrare, colpiti da slogan ripetitivi e altisonanti, dei quali non sempre era ben chiaro il significato – forse neanche a chi li gridava convinto.
A dispetto di questa iniziale grande partecipazione, già il giorno successivo una buona parte degli studenti era in via Bligny a fare lezione.
Negli ultimi due giorni, il numero di studenti assenti a lezione è stato più o meno lo stesso, ma tra di loro, oltre agli occupanti, c’erano tante ragazze e ragazzi che le rispettive famiglie hanno preferito tenere a casa per paura di disordini; per non parlare di quelli che hanno preferito restare a letto tutto il giorno e di quanti hanno scelto comunque di fare altro.
“Ma allora chi c’è dentro?” Questa è stata una delle domande che mi sono state poste più spesso in questi tre giorni. Quando capivano che non sapevo proprio come rispondere, me ne facevano subito un’altra: ma tu non fai parte del collettivo? Come mai non sei lì anche tu?
Non so cosa si aspettassero che dicessi, ma quando ribattevo con un lapidario “perché non sono d’accordo con questa occupazione” i curiosi di turno mi guardavano con aria di sufficienza e se ne andavano delusi.
Situazioni come questa mi fanno riflettere sul senso di appartenenza in un gruppo: sembra quasi di essere obbligati a pensare in un modo che altri hanno già prestabilito per te.
A volte mi pento di non aver agito per far valere le mie opinioni. Al Colombatto, per esempio, è stata riconosciuta l’azione di molti studenti che hanno reagito all’iniziativa di una minoranza che voleva occupare, impedendo che questa potesse ostacolare i diritti della maggioranza.
Una cosa mi rende però fiera e felice: l’essere riuscita, pur facendo parte del collettivo, a non omologarmi, a ragionare con la mia testa e avere avuto il coraggio di prendere le distanze da azioni che non rappresentano i miei valori.
E’ per questo che mi sento di biasimare, almeno in parte, chi ha deciso di partecipare nonostante non fosse pienamente d’accordo con i motivi e le modalità dell’occupazione… per il resto, ognuno è libero di pensare e agire come crede.
Emma Moro
