Leopardi è il poeta lirico più celebre della storia della letteratura italiana.
Nato a Recanati in una famiglia aristocratica, trascorre parte della sua vita nella biblioteca del padre Monaldo. Recluso in quattro mura, combatte tra la finitezza che lo circonda e l’infinito immaginario del mondo esterno, che riesce a plasmare grazie alla forza creativa dei libri che legge. Nei tredici anni di studio “matto disperatissimo”, si appassiona agli antichi, riconoscendone la sopraffina superiorità e l’immensa forza immaginativa. Inattuale per i pensatori dell’ epoca, contesta il progresso e lo scientismo: se da un lato, condivide il valore della scienza e delle sue scoperte, smentisce invece la convinzione che questa possa donare certezze e risolvere l’infelicità umana. E’ proprio nella fase di pessimismo “storico” che Leopardi appoggia le teorie di Jean-Jacques Rousseau. Secondo il filosofo francese, gli esseri umani allo “stato di natura” sono dominati dalle illusioni della natura benigna e dal desiderio di gloria e eroismo. Il progresso distrugge l’immaginazione e rivela l’arido vero: il vuoto esistenziale.
L’intensificazione dello studio dei classici porta Leopardi a un’ulteriore consapevolezza: già all’età dei greci l’infelicità veniva considerata perpetua nell’animo umano. Se questa fosse quindi insita nella natura stessa e le illusioni non facessero altro che accentuarla? Il poeta si distacca totalmente dalla religione per avvicinarsi sempre di più alle teorie del materialismo meccanicistico e del sensismo. Comprende che gli esseri umani ricercano la felicità nella natura materiale e, dotati di sensi limitati, reclamano desideri effimeri, ma al contempo eterni. La natura non può però soddisfare gli infiniti bisogni umani e risulta matrigna, indifferente, causa della costante sofferenza della nostra specie.
Svelata l’indifferenza della natura nel pessimismo “cosmico”, si sviluppa la critica all’antropocentrismo. Come viene evidenziato nel Dialogo di un Folletto e di uno Gnomo, il pianeta Terra è perfettamente in grado di sopravvivere senza la presenza umana. Tale consapevolezza distrugge la presunta superiorità degli esseri umani sulle altre specie e riduce l’umanità a una pena effimera, finita, inconsistente.
Se l’infelicità è perpetua, la natura indifferente e la nostra specie irrilevante, qual è il senso della vita? Leopardi incentra tutta la sua filosofia su questa domanda, ma non trova alcuna risposta. Eppure, è nell’ultima fase della sua vita che, seduto sul balcone della casa di Antonio Ranieri, vive uno stravolgente attimo epifanico.
Rimirando l’aurea ginestra che illumina le sponde del Vesuvio, il poeta invita l’umanità a seguire l’ammirabile esempio del fiore giallo: senza illusioni, senza arroganza, senza prepotenza, gli esseri umani dovrebbero diventare consapevoli del loro stato di ineludibile finitezza per vivere in modo dignitoso, coraggioso e solidale. Non servono a nulla le tante guerre, se ci si trova nella stessa condizione d’eterna sofferenza. Forse, spiega il poeta, sarebbe preferibile unirsi in una social-catena, chinarsi al volere della Natura e distaccarsi dagli insidiosi inganni.
Lucia Tortorella
