Le opere di Fabrizio De Andrè sono delle poesie in musica, nelle quali le parole sono scelte in modo talmente accurato che è quasi impossibile non rimanere coinvolti dall’ascolto. Perciò, lasciamoci avvolgere dal fascino e scopriamo alcune delle canzoni più importanti dell’autore. Il cantautore genovese è stato uno dei primi artisti italiani a introdurre nelle sue canzoni gli ultimi della società come protagonisti, contraddistinguendosi dagli altri cantanti e cantautori di allora. Nelle sue opere traboccano riferimenti letterari e influenze musicali.
Tra le sue canzoni più famose troviamo certamente La canzone di Marinella, scritta nel 1962. Resa famosa anche per l’interpretazione della celeberrima cantante Mina, l’opera s’ispira ad un fatto di cronaca realmente avvenuto quando il cantautore aveva solo quindici anni. Il talento di Faber colpisce fin da subito: trasforma la storia dell’assassinio di una prostituta uccisa nel racconto di una ragazza innamorata morta annegata. Lui stesso ammette che questa storia “non ha altra chiave di lettura se non quella di un amore disgraziato” e pertanto se non si racconta “il retroscena è impossibile che uno pensi che all’origine c’era una gravissima problematica sociale”.
Le prostitute sono figure ricorrenti nelle canzoni di De Andrè, come ad esempio in Via del Campo, famosa strada di Genova che incrocia i carruggi del centro storico, frequentata da prostitute, come parte del paesaggio. Scritta nel 1967 fa parte dell’album Volume I, con la collaborazione di Enzo Jannacci per la parte musicale. In questa strada si trova la casa natale di Giuseppe Mazzini, divenuta poi sede del Museo del Risorgimento e dell’Istituto Mazziniano. Si trova anche un vecchio negozio di dischi e strumenti musicali, ora Museo Multimediale, appartenuto a Gianni Tassio, amico di Faber.
Se La canzone di Marinella e Via del Campo hanno come protagoniste le prostitute, altre canzoni raccontano di personaggi con passati difficili. Una su tutte Il pescatore, una ballata di quattro accordi, allegra e vivace, che racconta dell’improbabile solidarietà, creatasi in pochi istanti, tra un pescatore e un assassino. Canzone scritta nel 1970, ma rimaneggiata dalla PFM con la quale lo stesso De Andrè fece una tournée nove anni più tardi. Il finale ancora oggi è interpretato in modi diversi, per la maggior parte legati all’immagine del pescatore ucciso dal criminale; tuttavia è anche possibile che Faber abbia voluto costruire una conclusione in cui l’assassino riesce a scappare, il pescatore rimane illeso e ne copre la fuga di fronte ai gendarmi.
Un’altra canzone molto profonda è Un giudice, rivisitazione di una celebre poesia dell’ Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters. Nonostante il protagonista sia un nano spinto dalla cattiveria della gente a diventare a sua volta cattivo, la canzone è da sempre nell’immaginario collettivo come una forma di denuncia verso tutti i tipi di stereotipi e pregiudizi, figli dell’ignoranza e dell’indifferenza.
Un giudice tuttavia non è l’unica canzone che tocca temi giudiziari, infatti, la vita dietro le sbarre fa da sfondo alle parole e alle note di Don Raffaé, un altro capolavoro di Faber. Scritta insieme a Massimo Bubola, un cantautore e produttore discografico, sulla musica di Mauro Pagani. Anche se la canzone è inventata, il personaggio di Don Raffaé allude a Raffaele Cutolo, un boss della camorra: ma né Faber né Bubola possedevano informazioni sulla sua detenzione. Perciò fu una sorpresa per loro ricevere da Cutolo delle lettere con le quali elogiava la canzone e come gli autori lo avevano dipinto, dicendo quanto avessero “indovinato tutto, senza conoscerlo”. La canzone è in dialetto per rispecchiare meglio l’identità del protagonista. A parlare Pasquale Cafiero, un carceriere napoletano che racconta con sentita ammirazione e reverenza il suo rapporto con il detenuto Don Raffaé. Si rivolge a lui esponendo opinioni sullo stato di salute dell’Italia, gli porge il giornale e gli dà il caffè con deferenza. Di fatto, riconosce nella criminalità organizzata, in modo distorto, uno strumento migliore dello Stato per garantire l’ordine. Una canzone quindi che mette in luce la corruzione, l’ignoranza e l’ipocrisia sociale e politica.
Anche la guerra è un tema che muove le corde della chitarra di De Andrè. La guerra di Piero, per esempio, è da sempre nell’immaginario di ognuno, a partire dalla sua creazione nel 1964, ispirata ai racconti di un suo zio che aveva combattuto nella Seconda Guerra Mondiale. La parte più rappresentativa è quella di due giovani, che solo perché vestono una divisa diversa, si uccidono l’un l’altro senza neanche conoscersi.
Non c’è dubbio, quindi, sul fatto di trovarsi di fronte a un mostro sacro: Fabrizio De Andrè cantava la vita vera, la vita degli ultimi, la vita degli uomini, con i loro pregi, le loro debolezze, senza nessun filtro. Ed è per questo che le sue opere rimangono vere oggi, come lo erano ieri.
Giorgia Uccelli
